L'opinione

Meritocrazia Italia: l’anestesia percettiva e la dissolvenza del confine tra lecito e illecito

Il pensiero di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia

Meritocrazia Italia: l’anestesia percettiva e la dissolvenza del confine tra lecito e illecito

L’editoriale di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia, dal titolo “L’anestesia percettiva e la dissolvenza del confine tra lecito e illecito”.

“Nel tempo presente la crisi della legalità non si manifesta soltanto attraverso la violazione esplicita della norma, né si esaurisce nell’incremento delle condotte antigiuridiche, nella fragilità delle istituzioni o nella complessità dei sistemi regolativi. Essa si radica più profondamente in una trasformazione dello sguardo: in una progressiva perdita della capacità di percepire il valore morale degli atti, la consistenza reale dell’altro, la gravità delle soglie che separano il giusto dall’ingiusto, il lecito dall’illecito, il possibile dal legittimo. Prima ancora che il diritto venga infranto, è spesso la coscienza a essere indebolita; prima che la norma sia trasgredita, è il senso del limite a essere oscurato; prima che l’ingiustizia diventi fatto, essa diviene tollerabile nell’immaginario, accettabile nel linguaggio, compatibile con l’abitudine, quasi invisibile nella percezione comune. Si può chiamare anestesia percettiva questa condizione spirituale e civile nella quale l’uomo non cessa di agire, ma smarrisce la profondità del proprio agire; non perde la capacità di scegliere, ma si disabitua a interrogare il significato delle proprie scelte; non rinuncia formalmente alla distinzione tra bene e male, tra legale e illegale, tra permesso e vietato, ma la lascia scivolare in una zona opaca, dove tutto appare graduabile, negoziabile, reversibile, giustificabile. L’anestesia non distrugge immediatamente la coscienza: la addormenta. Non abolisce la responsabilità: la disperde.

Non cancella il confine: lo rende nebbioso, attenuato, quasi impercettibile. Il dramma non consiste allora nella proclamazione teorica dell’indifferenza morale, ma nella sua lenta interiorizzazione pratica; non nella negazione aperta della giustizia, ma nella sua sostituzione silenziosa con l’efficienza, l’opportunità, il vantaggio, la convenienza, la funzionalità del sistema. L’uomo anestetizzato non è necessariamente un uomo malvagio nel senso immediato del termine. È piuttosto un uomo che ha smesso di avvertire la serietà ontologica dei propri atti. Egli può conoscere la regola, rispettare la procedura, invocare la correttezza formale, e tuttavia non percepire più il nesso vivente tra norma e persona, tra decisione e destino, tra libertà e responsabilità. In tale condizione, l’azione viene progressivamente svuotata della sua densità morale e ridotta a operazione: qualcosa da compiere, gestire, registrare, ottimizzare, autorizzare o archiviare. Ma l’atto umano non è mai una semplice operazione. Ogni atto autenticamente umano reca in sé una qualità rivelativa: manifesta il soggetto che lo compie, incide sul mondo che lo riceve, conferma o tradisce il riconoscimento dovuto all’altro. Agendo, l’uomo non produce soltanto effetti esteriori; egli dà forma a se stesso, orienta la propria libertà, partecipa alla costruzione o alla deformazione dell’ordine comune. Per questo la linea tra lecito e illecito non può essere compresa unicamente come una delimitazione tecnica posta dall’ordinamento positivo.

Essa possiede certamente una struttura normativa, indispensabile alla certezza dei rapporti e alla tutela della convivenza; ma possiede anche una profondità antropologica, perché rinvia alla coscienza del soggetto agente e alla dignità del soggetto destinatario dell’azione. Il diritto stabilisce confini, ma quei confini rimangono vivi soltanto se la coscienza ne comprende la ragione. La norma indica una misura, ma quella misura diventa civiltà solo quando è interiormente riconosciuta come forma della giustizia. Se invece la legalità viene separata dalla percezione della dignità, essa può sopravvivere come apparato e insieme perdere la sua anima: comandare senza educare, classificare senza discernere, autorizzare senza umanizzare, sanzionare senza ricondurre l’uomo alla verità della responsabilità. L’anestesia percettiva nasce precisamente da questa separazione. Essa si diffonde quando la legge non è più avvertita come custodia dell’umano, ma come ostacolo da aggirare o come linguaggio da manipolare; quando il limite non appare più come condizione della libertà, ma come impedimento alla volontà individuale o collettiva; quando la persona non è più incontrata nella sua irriducibile singolarità, ma ridotta a profilo, dato, funzione, utente, destinatario, posizione amministrativa, segmento statistico.

La riduzione dell’uomo a elemento calcolabile costituisce una delle più sottili forme contemporanee di spersonalizzazione. Essa non nega in modo esplicito la dignità, ma la colloca sullo sfondo; non dichiara l’uomo disponibile, ma lo tratta secondo categorie che rendono meno visibile la sua indisponibilità; non proclama il primato della tecnica sulla persona, ma organizza la vita sociale come se l’efficienza tecnica bastasse a giustificare se stessa. Qui si apre una delle questioni più gravi del nostro tempo. L’immenso sviluppo delle tecnologie, delle intelligenze artificiali, dei sistemi predittivi, delle procedure automatizzate e delle infrastrutture digitali ha ampliato in modo straordinario la capacità umana di intervenire sulla realtà, ma ha anche reso più complessa l’attribuzione del senso e della responsabilità.

La decisione può oggi presentarsi come esito di una catena impersonale, di una correlazione statistica, di una procedura opaca, di un automatismo apparentemente neutrale. In questa distanza tra l’atto e il suo autore, tra l’effetto e il volto che ne risponde, l’anestesia trova un terreno privilegiato. Quanto più l’azione viene mediata da sistemi complessi, tanto più il soggetto rischia di percepirsi come esecutore parziale, come anello di una sequenza, come funzione di un dispositivo. Ma nessuna complessità può sciogliere l’uomo dalla responsabilità di ciò che concorre a produrre. Nessun algoritmo, nessuna procedura, nessuna architettura organizzativa può diventare luogo di esilio della coscienza. La tecnica, quando è ordinata alla persona, può essere espressione alta dell’intelligenza umana; quando invece si emancipa dal giudizio morale, tende a presentare la possibilità come legittimazione. Ciò che può essere fatto sembra, per ciò stesso, meritare di essere fatto. Ciò che è efficiente appare giusto. Ciò che è utile viene assunto come necessario.

Ciò che è statisticamente prevedibile pretende di sostituirsi alla verità del singolare. In questo slittamento, il confine tra lecito e illecito non è abbattuto frontalmente, ma assorbito da una razionalità funzionale che non domanda più anzitutto se un atto rispetti la persona, ma se produca risultato, se riduca il rischio, se acceleri il processo, se ottimizzi la prestazione. Il diritto, tuttavia, non nasce per consacrare ogni possibilità della potenza, ma per sottoporla alla misura della giustizia. La sua grandezza consiste precisamente nel ricordare che non tutto ciò che è possibile è umano, non tutto ciò che è conveniente è legittimo, non tutto ciò che è formalmente consentito è conforme alla dignità.

Vi è poi una forma più quotidiana, quasi domestica, di anestesia: l’abitudine alla piccola deroga. La coscienza raramente si oscura in un solo istante. Più spesso si abitua per gradi, accettando attenuazioni minime, parole ambigue, omissioni prudenti, accomodamenti presentati come inevitabili, compromessi che sembrano non ferire nessuno e che tuttavia educano interiormente alla rinuncia del vero. L’illecito, prima di diventare comportamento, diventa atmosfera; prima di assumere forma giuridica, assume forma linguistica; prima di essere compiuto, viene reso narrabile, giustificabile, quasi ragionevole.

La società perde la propria capacità morale non solo quando compie il male, ma quando non sa più nominarlo. Là dove la manipolazione diventa strategia comunicativa, l’esclusione razionalizzazione organizzativa, lo sfruttamento ottimizzazione produttiva, la sorveglianza tutela preventiva, la menzogna costruzione narrativa, il linguaggio non descrive più la realtà: la narcotizza. E quando le parole cessano di custodire il vero, anche il diritto fatica a custodire il giusto. La questione linguistica è decisiva perché il confine tra lecito e illecito vive anche nella parola pubblica. Ogni civiltà giuridica ha bisogno di un lessico morale condiviso, di una grammatica della responsabilità, di una semantica capace di impedire che la violazione si presenti con il volto dell’innovazione o della necessità.

Quando il vocabolario collettivo si impoverisce, la coscienza si assottiglia; quando tutto viene reso neutro, nessuno si sente più chiamato; quando la gravità viene sostituita dalla complessità, il giudizio morale viene sospeso indefinitamente. Ma una società che sospende troppo a lungo il giudizio finisce per consegnarsi non alla tolleranza, ma all’indifferenza; non alla prudenza, ma alla paralisi; non alla complessità del reale, ma alla sua amministrazione senza verità. Il diritto, nella sua più alta vocazione, è il contrario di questa indifferenza. Esso nasce perché l’altro non sia abbandonato alla forza, perché la libertà non diventi dominio, perché la convivenza non si riduca a somma di interessi, perché la persona non venga consegnata alla disponibilità del più potente, del più rapido, del più astuto o del più efficiente. Il diritto autentico non è mera tecnica di regolazione, ma forma storica del riconoscimento.

Esso dice a ciascuno che l’altro non è cosa, non è mezzo, non è ostacolo, non è dato manipolabile, ma soggetto portatore di un valore che precede la volontà altrui e limita ogni esercizio del potere. Dove questo riconoscimento si indebolisce, la legalità può ancora apparire esteriormente ordinata, ma interiormente si svuota; può ancora produrre atti validi, ma non necessariamente atti giusti; può ancora governare rapporti, ma non sempre custodire persone. La dignità umana costituisce allora il principio critico che impedisce al lecito di ridursi al semplicemente autorizzato e all’illecito di essere percepito soltanto come violazione formalmente sanzionabile. Essa è il criterio che attraversa la norma, la interpreta, la orienta, la giudica. Non appartiene alla retorica ornamentale dei sistemi giuridici, ma alla loro fondazione più profonda.

Dire dignità significa affermare che la persona non riceve il proprio valore dal consenso, dall’utilità sociale, dalla produttività economica, dalla conformità culturale, dalla forza contrattuale o dalla leggibilità algoritmica. Essa vale prima di essere misurata, prima di essere riconosciuta dal potere, prima di essere inclusa in una procedura, prima di essere tradotta in dato. La lettura personalista consente di cogliere il cuore del problema. La persona non è un individuo isolato, chiuso nella propria autosufficienza, né una funzione del corpo sociale, assorbita dalla totalità. È un essere vivente, incarnato, relazionale, fragile e libero, capace di verità, esposto al limite, chiamato alla responsabilità. Essa non si comprende fuori dall’incontro, perché la coscienza stessa matura nel rapporto con il mondo, con gli altri, con le istituzioni, con la memoria, con la promessa del bene.

L’anestesia percettiva interrompe questa maturazione: rende l’altro meno presente, il limite meno eloquente, la scelta meno grave, la responsabilità meno personale. In una parola, impoverisce l’esperienza. E un diritto separato dall’esperienza viva della persona diventa facilmente formalismo; una morale separata dalla concretezza dell’azione diventa astrazione; una libertà separata dalla verità del bene diventa arbitrio raffinato. Per questo il tema dell’anestesia percettiva non può essere affrontato soltanto con strumenti repressivi, pur necessari quando la violazione si compie. Occorre una rigenerazione dello sguardo. Il compito più urgente non è semplicemente moltiplicare norme, ma restituire profondità alla coscienza che le interpreta e le vive. Educare alla legalità significa educare alla percezione della dignità; significa formare uomini capaci di avvertire l’ingiustizia prima che essa venga codificata come illecito, di riconoscere la lesione prima che diventi contenzioso, di sentire il peso dell’altro prima che intervenga la sanzione.

Una società giuridicamente matura non è quella in cui ogni gesto è sorvegliato, ma quella in cui la coscienza personale e collettiva è abbastanza desta da non avere bisogno della paura come unico fondamento dell’ordine. Risvegliare la coscienza significa, dunque, restituire all’uomo la capacità di stupore morale. Non uno stupore ingenuo, ma quella vigilanza profonda che permette di non assuefarsi all’ingiustizia, di non confondere il consueto con il giusto, il diffuso con il legittimo, il vantaggioso con il buono. Significa riconoscere che il male più pericoloso non è sempre quello che scandalizza, ma talvolta quello che si presenta ordinato, elegante, procedurale, persino ragionevole. Significa comprendere che la legalità non vive soltanto nei codici, ma nell’ethos di una comunità; non soltanto nelle sentenze, ma nella qualità morale delle relazioni; non soltanto nelle istituzioni, ma nella coscienza quotidiana di chi agisce. Il confine tra lecito e illecito rimane luminoso solo quando è custodito insieme dalla norma e dalla coscienza.

La norma senza coscienza rischia di diventare involucro; la coscienza senza norma rischia di smarrirsi nell’arbitrio soggettivo. La civiltà giuridica nasce dalla loro alleanza: dalla norma che dà forma alla responsabilità e dalla coscienza che impedisce alla norma di separarsi dalla giustizia”.