Un episodio controverso di gestione aziendale è diventato un caso di diritto del lavoro a Rovereto, provincia di Trento. Un manager di un punto vendita McDonald’s ha chiuso il locale due ore prima dell’orario previsto, decisione che inizialmente gli era costata il licenziamento per giusta causa.
Ora, a distanza di quasi due anni, il tribunale del lavoro gli ha dato pienamente ragione, disponendo il reintegro e il risarcimento economico.
La chiusura anticipata della discordia
Il 9 settembre 2024, primo giorno di scuola, il ristorante McDonald’s di Mori Stazione era letteralmente preso d’assalto da famiglie e clienti. L’allora manager, 36 anni, constatata la carenza di personale rispetto alle necessità operative, decise di abbassare le serrande alle 22 anziché a mezzanotte. L’unico servizio rimasto attivo fu il Drive per chi desiderava consumare il pasto in auto.
Il responsabile aveva prontamente informato i vertici dell’azienda via messaggio, segnalando la situazione critica. Tuttavia, la direzione non intervenne prima della chiusura anticipata e, nei giorni successivi, decise di procedere con il licenziamento per giusta causa.
La causa in tribunale
Assistito dagli avvocati Nicola Canestrini e Federico Massara, il manager ha impugnato la decisione davanti al tribunale del lavoro di Rovereto. La sentenza del giudice Michele Cuccaro ha accolto integralmente le sue ragioni. Secondo il giudice, la chiusura anticipata non poteva essere considerata un comportamento tale da giustificare il licenziamento, soprattutto alla luce della persistente carenza di personale esperto, già segnalata ai vertici aziendali.
Il tribunale ha ordinato alla società di reintegrare il manager e di versargli un’indennità di circa 32.000 euro, corrispondente a dodici mensilità, più i contributi previdenziali. Inoltre, McDonald’s è stata condannata a pagare 3.000 euro per lite temeraria, poiché la richiesta di risarcimento danni di 70.000 euro avanzata contro il manager è stata considerata eccessiva e infondata.
“Palese mala fede”
Il giudice ha sottolineato nella sentenza che la richiesta della catena era “iperbolica” e frutto di una “palese mala fede”, dato che i danni ipotizzati per la riduzione di incassi e l’eventuale lesione d’immagine non erano supportati da evidenze concrete.
Oggi il manager attende le disposizioni aziendali per rientrare ufficialmente al lavoro e ricevere quanto stabilito dal giudice, segnando la conclusione di una vicenda che ha visto il confronto tra logica aziendale e tutela dei diritti del dipendente.