L’editoriale di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia, dal titolo “La sinfonia delle diversità e l’ontologia della dignità”.
In un tempo in cui le differenze culturali, religiose, linguistiche e antropologiche vengono sovente interpretate come minaccia, come linea di frattura o come pretesto per nuove egemonie, diviene necessario ritornare al fondamento che precede ogni distinzione e la rende non distruttiva ma feconda: la dignità inerente a ogni essere umano. Essa non scaturisce da una concessione del potere né da un consenso contingente, non è il prodotto di una stagione storica né il risultato di un equilibrio politico; è la qualità costitutiva dell’essere persona in quanto tale, la cifra ontologica che precede lo Stato, orienta la legge, giudica l’economia, misura la politica e interpella la coscienza. Là dove la dignità è riconosciuta, la differenza non degenera in inimicizia; là dove la dignità è negata, anche l’apparente unità si rivela fragile. Se la dignità è il principio, la fraternità è la forma relazionale attraverso cui tale principio si fa storia. Non vi è autentico riconoscimento della dignità che non si traduca in responsabilità reciproca, in cura dell’altro, in disponibilità all’ascolto, in apertura alla cooperazione. La persona, dotata di ragione e coscienza, non è monade autosufficiente ma essere strutturalmente relazionale; la sua libertà non è arbitrio solitario ma vocazione al bene condiviso. La sinfonia delle diversità nasce precisamente da questa consapevolezza: l’unità non è omologazione, bensì armonia; e l’armonia non annulla i timbri, ma li ordina secondo una finalità superiore. L’ordine mondiale, se vuole sottrarsi alla logica della mera deterrenza e dell’equilibrio precario delle potenze, deve radicarsi in un’etica che riconosca la precedenza della persona rispetto alla sovranità e la superiorità della giustizia rispetto alla convenienza. Quando la politica si emancipa dalla dignità, si riduce a gestione del conflitto; quando l’economia si sottrae alla responsabilità, genera diseguaglianze che lacerano il tessuto sociale; quando la cultura abdica alla verità, produce frammentazione e smarrimento. L’individualismo radicale, che esalta l’autoaffermazione come criterio supremo, dissolve i legami e lascia l’uomo nella solitudine; l’integralismo, che assolutizza una parte e la erige a totalità, trasforma la differenza in ostilità; il materialismo che divinizza il profitto sacrifica la persona sull’altare dell’efficienza. In questo scenario, la sinfonia delle diversità si presenta come una grammatica dell’umano capace di coniugare universalità e particolarità, identità e apertura, radicamento e dialogo. La pluralità delle tradizioni non è un accidente da sopportare ma una ricchezza da custodire; le differenze non sono deviazioni da correggere ma modulazioni di una medesima umanità che si esprime in forme molteplici. Il dialogo, in tale prospettiva, non è una tattica diplomatica ma un atteggiamento ontologico: riconoscere nell’altro un interlocutore dotato di pari dignità significa accettare che nessuna cultura esaurisca l’intero spettro della verità e che ogni identità autentica sia, per sua natura, ospitale.
La sinfonia delle diversità esige un’educazione alla complessità, una pedagogia della reciprocità, una formazione della coscienza capace di discernere tra fedeltà alle proprie radici e chiusura ideologica. Le crisi che attraversano il nostro tempo — conflitti regionali, migrazioni forzate, diseguaglianze strutturali, degrado ambientale — rivelano quanto sia fragile un ordine che non poggi su un fondamento etico condiviso. Nessuna pace può durare se edificata sull’umiliazione, nessuna prosperità è stabile se costruita sull’esclusione. La cittadinanza, intesa in senso inclusivo, diviene allora la forma politica dell’armonia: non privilegio di pochi ma casa comune nella quale diritti e doveri si corrispondono sotto il segno dell’eguaglianza sostanziale. Ogni discriminazione, ogni marginalizzazione, ogni manipolazione delle identità prepara il terreno alla discordia; al contrario, la tutela dei più vulnerabili — donne, bambini, anziani, persone con disabilità, migranti — costituisce il banco di prova della fedeltà effettiva alla dignità umana. La libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione non è una concessione revocabile ma una dimensione intrinseca della persona; la protezione dei luoghi di culto e il rispetto delle differenze culturali sono condizioni imprescindibili per una convivenza che non sia mera coabitazione ma autentica comunione civile. La sinfonia delle diversità implica altresì una conversione dello sguardo economico ed ecologico: le risorse della terra non possono essere monopolizzate da una minoranza a discapito della maggioranza, né il progresso tecnico può essere separato da una responsabilità verso le generazioni future. La terra è spazio condiviso e la sua custodia è compito comune; l’ingiustizia nella distribuzione delle ricchezze alimenta tensioni che nessuna retorica può pacificare. In questo orizzonte, l’università assume una funzione decisiva: essa è laboratorio di pensiero critico, officina di dialogo interculturale, luogo nel quale le differenze si incontrano per comprendersi e non per neutralizzarsi. La filosofia, in particolare, è chiamata a custodire l’orizzonte del senso, a interrogare i fondamenti, a smascherare le ideologie che travestono l’interesse da valore universale. Senza un pensiero alto sulla dignità e sulla fraternità, il discorso pubblico si impoverisce e la politica si riduce a tecnica di gestione. La sinfonia delle diversità è, in ultima analisi, una metafisica dell’unità nella differenza: l’essere non è monolitico ma poliedrico, capace di articolarsi in molteplici forme senza perdere la propria coerenza. Ogni cultura è come uno strumento dotato di un timbro irripetibile; la partitura comune è costituita dai valori fondamentali che rendono possibile la convivenza. La pace non è semplice assenza di guerra ma pienezza di relazioni giuste; la giustizia non è equilibrio aritmetico ma riconoscimento effettivo della dignità; la libertà non è arbitrio ma orientamento consapevole al bene. La tentazione di erigere muri, reali o simbolici, nasce dalla paura; ma nessun muro ha mai generato armonia. L’armonia nasce dall’ascolto, e l’ascolto presuppone fiducia: fiducia che l’altro non sia una minaccia ma una possibilità, che la verità non sia possesso esclusivo ma orizzonte condiviso, che la dignità riconosciuta in ciascuno possa diventare criterio di giudizio per le istituzioni e per le scelte individuali.
Proclamare la dignità significa assumere la responsabilità di renderla effettiva; invocare la fraternità implica l’impegno a tradurla in strutture giuste; desiderare la pace comporta la fatica di costruirla quotidianamente. La sinfonia delle diversità non è un’utopia evasiva ma un compito storico esigente che interpella la coscienza personale e collettiva. Essa interpella un’etica della misura contro l’arroganza, un’etica della cura contro l’indifferenza, un’etica del dialogo contro la chiusura. Solo così la pluralità potrà divenire armonia e l’umanità, pur nella molteplicità delle sue espressioni, potrà riconoscersi come comunità di destino. In tale visione, la dignità è luce che orienta, la fraternità è struttura dell’essere, la pace è compimento dell’ordine giusto.
La sinfonia delle diversità diviene così l’architettura spirituale di una civiltà capace di coniugare verità e misericordia, identità e apertura, radicamento e universalità, nella consapevolezza che soltanto l’armonia delle differenze può garantire un futuro degno dell’uomo e della sua vocazione più alta.