L’editoriale di Paolo Cancelli, Ministro Integrazione Culturale Nazionale e Internazionale di Meritocrazia Italia, dal titolo “ Il sapere ascoltare i grandi silenzi. Antropologia dell’interiorità e custodia del bene comune”.
Vi è una forma di conoscenza che non nasce dall’accumulo delle parole ma dalla loro sospensione; una forma di sapienza che non si impone per evidenza sonora ma si lascia riconoscere nella profondità dell’ascolto. Il nostro tempo, attraversato da una proliferazione incessante di linguaggi, dispositivi comunicativi e narrazioni confliggenti, rischia di smarrire proprio questa dimensione originaria del pensiero: la capacità di sostare nel silenzio e di lasciarsi istruire da ciò che non si offre immediatamente alla presa concettuale. Eppure è precisamente in tale spazio, nel quale la parola non domina ma si raccoglie, che si decide la qualità della nostra civiltà, la tenuta delle istituzioni e la credibilità stessa del vivere comune. Il silenzio non è negazione della parola; ne è piuttosto la condizione. Ogni autentico discorso nasce da una precedente custodia interiore, da un’attenzione che precede l’argomentazione e la rende possibile. Senza questa disciplina dell’ascolto, il linguaggio si riduce a superficie, la politica a tecnica di gestione delle emozioni, il diritto a strumento di regolazione formale privo di vocazione alla giustizia. Il sapere ascoltare i grandi silenzi diventa allora non una virtù intimistica, ma un’esigenza pubblica; non un esercizio di evasione dal reale, ma un atto di responsabilità verso di esso. I grandi silenzi non coincidono con il vuoto. Essi sono abitati da ciò che ancora non ha trovato forma, da ciò che eccede le nostre categorie, da ciò che interpella senza gridare. Sono il silenzio delle coscienze ferite che non trovano rappresentanza, il silenzio delle generazioni future, il silenzio delle istituzioni quando la loro parola perde autorevolezza. Sono anche il silenzio della verità quando non viene ascoltata perché non conforme alle attese dominanti. Imparare a riconoscere questi silenzi significa sottrarsi alla superficialità dell’immediato e riaprire lo spazio della riflessione critica. La filosofia, nella sua vocazione più alta, non nasce per moltiplicare discorsi, ma per discernere ciò che merita di essere detto e ciò che deve essere custodito. Essa sa che non tutto è oggetto di affermazione diretta; che vi è una dimensione dell’esperienza che può essere solo indicata, suggerita, evocata. Il limite del linguaggio non è un fallimento della ragione: è il suo compimento. Riconoscere che vi sono ambiti nei quali la parola deve farsi sobria non significa rinunciare alla verità, ma rispettarne la profondità.
Questa postura interiore è oggi decisiva anche sul piano politico e giuridico. La sicurezza, invocata come esigenza primaria delle società contemporanee, rischia di degenerare in una gestione sistematica della paura se non è radicata in una comprensione più ampia della dignità umana. Ma la dignità non è un concetto che si impone per decreto: essa si comprende solo attraverso un ascolto paziente della vulnerabilità. Il silenzio delle fragilità non è un ostacolo all’ordine; è il luogo nel quale l’ordine trova la sua giustificazione morale. Senza questo ascolto, le istituzioni si irrigidiscono, le norme diventano formule astratte e la politica si riduce a strategia. Con esso, invece, la vita pubblica si trasforma in custodia: custodia del limite, custodia delle relazioni, custodia del bene comune. Custodire significa riconoscere che il bene non è proprietà di qualcuno, ma realtà affidata alla responsabilità di tutti. E tale responsabilità nasce dall’interiorità, da quella zona silenziosa nella quale l’essere umano si confronta con il senso ultimo del proprio agire. Il paradigma tecnocratico, dominante nella modernità avanzata, tende a identificare il reale con ciò che è misurabile, controllabile, programmabile. Ma ciò che conta davvero per l’umano non si lascia interamente ridurre a calcolo. L’efficienza, pur necessaria, non è criterio ultimo. Quando diventa assoluta, essa produce un impoverimento antropologico: l’uomo viene considerato funzione, la comunità diventa sistema, la natura semplice risorsa. In tale contesto, il silenzio appare inutile, improduttivo, quasi sospetto. Eppure è proprio in questa sospensione che si riapre la possibilità di una conversione dello sguardo. Ascoltare i grandi silenzi significa sottrarsi alla tentazione di rispondere immediatamente a ogni provocazione del presente. Significa accettare che alcune domande richiedano maturazione, che alcune ferite esigano tempo, che alcune verità si rivelino solo nella fedeltà paziente. È un esercizio di libertà interiore: libertà dalla reazione istintiva, dalla polarizzazione ideologica, dalla riduzione dell’altro a nemico. Tale libertà non si improvvisa; è frutto di educazione, di cultura, di formazione integrale. La cultura, in questa prospettiva, non è accumulo di informazioni ma arte del discernimento. È capacità di tenere insieme il vero e il giusto, il possibile e il doveroso. Essa forma soggetti capaci di giudizio, non semplicemente di opinione. In un’epoca nella quale l’opinione pubblica può essere facilmente manipolata attraverso linguaggi semplificati e narrazioni emotive, l’ascolto dei silenzi diventa condizione per una democrazia matura. Senza interiorità non vi è partecipazione autentica; senza silenzio non vi è parola responsabile.
Il dialogo tra le nazioni non può fondarsi soltanto su interessi strategici; necessita di un riconoscimento reciproco che nasce da un ascolto profondo delle identità, delle memorie, delle ferite storiche. I conflitti non si superano mediante la semplice imposizione di equilibri, ma attraverso un processo di trasfigurazione che richiede tempo, pazienza e capacità di accogliere il non detto dell’altro. In tal senso, la pace non è mera assenza di guerra; è forma dell’umano. È ordine giusto perché radicato nella dignità, ed è duraturo solo se nasce da una conversione interiore delle coscienze. Le riforme istituzionali, per quanto necessarie, rimangono fragili se non accompagnate da una riforma dello sguardo. E questa riforma comincia nel silenzio: in quel momento nel quale l’uomo riconosce che non tutto dipende dalla sua volontà di potenza, ma che egli è chiamato a servire un bene che lo precede e lo supera. Il silenzio, dunque, non è fuga dalla storia; è il suo grembo. È il luogo nel quale si decide se la libertà sarà esercitata come dominio o come servizio. È la soglia nella quale l’autorità si purifica da ogni tentazione proprietaria e si riconosce responsabilità affidata. È lo spazio nel quale il diritto ritrova la propria anima, non più come mera tecnica regolativa, ma come forma pubblica della giustizia. Il sapere ascoltare i grandi silenzi è una competenza filosofica e politica insieme. È la capacità di riconoscere che la verità non coincide con la rumorosità, che la dignità non ha bisogno di clamore per esistere, che il bene comune non si costruisce attraverso slogan ma attraverso scelte meditate. È una disciplina dell’anima e, al tempo stesso, una grammatica della convivenza. Se la nostra generazione desidera essere all’altezza della propria responsabilità storica, dovrà riapprendere questa arte dimenticata. Dovrà accettare che il progresso non consiste solo nell’espansione delle possibilità tecniche, ma nella maturazione della coscienza. Dovrà comprendere che il futuro abitabile non nasce dalla semplice accelerazione dei processi, ma dalla loro orientazione verso un senso condiviso