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Discariche al collasso: entro tre anni saremo sommersi dai rifiuti

Drammatica la situazione del Sud Italia: non c'è tempo da perdere.

Discariche al collasso: entro tre anni saremo sommersi dai rifiuti
Attualità 03 Settembre 2021 ore 23:37

Entro tre anni le discariche italiane non avranno più la capacità di contenere i rifiuti. E se il Nord Italia può anche aspettare un po' di più (si stima che i tempi possano essere di 4-5 anni), al Sud entro 18 mesi la situazione sarà tragica. Insomma, non c'è tempo da perdere.

Entro tre anni saremo sommersi dai rifiuti

Che sulla questione rifiuti il nostro Paese sia indietro lo testimoniano le immagini che ogni giorno ci tocca vedere rimbalzare sulla Rete. Ma ora abbiamo anche una scadenza entro la quale dobbiamo darci una mossa. E i tempi non sono così lunghi come ci piacerebbe. A rivelare la situazione drammatica è uno studio di A2A, “Da Nimby a Pimby, Economia circolare come volano della transizione ecologica e sostenibile del Paese e dei suoi territori”, realizzato in collaborazione con The European House-Ambrosetti.

L’analisi evidenzia che la capacità residua delle discariche in Italia si esaurirà nei prossimi tre  anni, con differenze significative tra Nord (4,5 anni) e Sud (1,5 anni). Annualmente vengono conferiti 17,5 milioni di tonnellate di rifiuti (urbani e speciali) che corrispondo a 26 volte il volume del Duomo di Milano. Il Paese è ancora lontano dall’obiettivo europeo del 10% di conferimento di rifiuti urbani in discarica al 2035, fissato dal Circular Economy Action Plan, e si attesta nel 2019 al 20,9%. Nel complesso, si tratta di un valore 30 volte superiore a quello dei best performer europei (Svizzera, Svezia, Germania, Belgio e Danimarca) che vi ricorrono in media per lo 0,7% del totale dei rifiuti. Prendendo in considerazione solo la Forsu  (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano) lo studio mostra come, per raggiungere l’obiettivo di riciclo effettivo del 65% al 2035 fissato dal Circular Economy Package, sia necessario raccogliere e trattare tutta la quantità prodotta. Ne discende la necessità di poter gestire questa tipologia di rifiuti recuperando materia (compost) ed energia (biogas) per ulteriori 3,2 milioni di tonnellate di Forsu - il 50% in più dei volumi attuali - e, di conseguenza, realizzare tra i 31 e i 38 nuovi impianti di trattamento, per un investimento complessivo di 1,1 - 1,3 miliardi di Euro. Alla luce dei gap attuali, l’80% delle opere dovrà, inoltre, essere localizzato al Centro-Sud del Paese.

Lo sviluppo del biometano per accelerare la decarbonizzazione

Con lo sviluppo di infrastrutture dedicate al trattamento della Forsu  è inoltre possibile abilitare una produzione di biometano fino a 768 milioni di metri cubi ottenuto dalla purificazione del biogas. Il biometano rappresenta un’importante componente per la decarbonizzazione su cui l’Italia ha un forte potenziale (circa 8 miliardi di metri cubi negli scenari di mercato, ovvero il 10% della domanda nazionale di gas) per cui occorrerebbe valorizzare anche lo sviluppo delle componenti agricole, agro-industriali, effluenti zootecnici e sottoprodotti di origine animale.

Il recupero energetico per il raggiungimento dei target europei

Lo studio dei fabbisogni impiantistici ha previsto anche un’analisi del recupero energetico dai rifiuti urbani e dai fanghi di depurazione. Per chiudere il ciclo ambientale, la quota dei rifiuti urbani non recuperabile come materia necessita di essere recuperata come energia: l’Italia oggi riesce a farlo per il 19,6% del totale, a fronte del 45,4% dei Paesi europei che hanno già ridotto il conferimento in discarica sotto il 5%. La ricerca quantifica pertanto in ulteriori 3,1 milioni di tonnellate di rifiuti il fabbisogno italiano di recupero energetico necessario per il raggiungimento dei target europei. Dall’analisi dei dati su base regionale emerge, infatti, che 17 regioni italiane avranno a tendere un gap impiantistico per questo tipo di attività, per colmare il quale il Paese necessita di 6-7 nuovi termoutilizzatori per i rifiuti urbani, per un investimento complessivo di 2,2 - 2,5 miliardi di euro. Il potenziale di recupero di energia dei fanghi di depurazione - il principale residuo dei trattamenti depurativi delle acque reflue - ammonta, inoltre, a 2,4 milioni di tonnellate che possono essere gestite grazie alla realizzazione di 8 linee aggiuntive in impianti esistenti e con un investimento di circa 700 milioni di euro.

I benefici economici e quelli ambientali

Secondo lo studio, i benefici derivabili dal superamento dei problemi legati alla gestione dei rifiuti in Italia sono significativi sia dal punto di vista economico che ambientale. A fronte di un investimento fino a 4,5 miliardi di euro, l’analisi quantifica in 11,8 miliardi di euro di indotto economico, pari a un moltiplicatore di 2,6 euro generati nell’economia per ogni euro di impatto diretto, con un gettito Iva potenziale di 1,8 miliardi di euro. La realizzazione di impianti per il trattamento della frazione organica determina inoltre un beneficio economico rilevante nelle Regioni con i minori tassi di raccolta differenziata, permettendo una riduzione della Tari per un valore complessivo superiore a 550 milioni di euro.

Dal punto di vista ambientale, lo studio arriva alla conclusione che colmare il gap impiantistico per il recupero energetico dei rifiuti urbani e dei fanghi di depurazione permetterebbe un risparmio netto complessivo di 3,7 milioni di tonnellate di emissione di CO2 rispetto al conferimento in discarica degli stessi. Grazie alla produzione elettrica associata, si determinerebbe inoltre un incremento di 0,7 punti percentuali della quota di energie rinnovabili sulla generazione complessiva del Paese, contribuendo così alla transizione energetica.

 

“Il mondo intero sta consumando troppe risorse naturali, troppo velocemente, e parallelamente continua a produrre rifiuti. Ma mentre in Italia fa fatica ad affermarsi una visione di crescita impiantistica, altri Paesi accelerano sul riciclo e sviluppano impianti di recupero energetico” - dichiara Marco Patuano, presidente di A2A - “Affinché l’Italia possa raggiungere i target fissati dall'Europa in ambito economia circolare è necessario investire fino a 4,5 miliardi di Euro in infrastrutture dedicate al trattamento dei rifiuti per i quali non sarà difficile trovare finanziamenti privati. A tale proposito saranno fondamentali gli sviluppi del regolamento sulla tassonomia delle attività eco-compatibili, delineato dal Parlamento Europeo con lo scopo di indirizzare gli investimenti del settore. Infine, per realizzare una vera economia circolare nel Paese è indispensabile superare la sindrome NIMBY costruendo un dialogo fra istituzioni, cittadini e imprese per una efficace collaborazione.”

“L’economia circolare rappresenta una priorità nazionale. Una gestione virtuosa dei rifiuti produce benefici concreti: tutela l’ambiente e migliora la qualità della vita delle persone, offre un contributo alla transizione energetica e valorizza le risorse locali e l’indotto a beneficio dei territori” - commenta Renato Mazzoncini, Amministratore Delegato di A2A – “Crediamo che sia necessario un approccio pragmatico per colmare il gap impiantistico e rendere possibile l’uso circolare delle risorse, unica modalità di crescita sostenibile. Il nostro piano industriale decennale prevede 6 miliardi di investimenti per l’economia circolare, siamo pronti a fare la nostra parte con progetti mirati nelle zone del Paese carenti dal punto di vista impiantistico. In questo scenario, i capitali dei privati utili allo sviluppo del settore necessitano di due condizioni: un contesto regolatorio adeguato e un fondo di garanzia statale che tuteli dal rischio.”