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fioccano testimonianze

"Anche io ho rischiato di soffocare per errore mio figlio, nessuno ha controllato"

Centinaia di mamme (Chiara Ferragni compresa), da nord a sud, stanno raccontando storie di abbandono e sfinimento nei reparti maternità. La lettera di una mamma lombarda

"Anche io ho rischiato di soffocare per errore mio figlio, nessuno ha controllato"
Attualità 24 Gennaio 2023 ore 15:57

Dopo la tragedia del Pertini, dove un neonato è morto soffocato per errore dalla madre, che si è addormentata esausta nel letto, tantissime neomamme si sono riversate sui social per raccontare la propria esperienza di semi-abbandono da parte del personale preposto ad aiutarle ad accudire i piccoli fino alle loro dimissioni nei reparti maternità.

Prima di procedere con la lettera che abbiamo ricevuto di una mamma lombarda, è utile puntualizzare che non è ancora chiaro - e lo stabiliranno soltanto le indagini - se il personale sanitario del Pertini abbia delle responsabilità.

Semplicemente il drammatico caso di cronaca è servito a scoperchiare una problematica che, invece, a giudicare dalle centinaia di donne che stanno raccontando episodi di abbandono (se non di colpevolizzazione) nei reparti maternità esiste eccome.

"Anche io mi sono addormentata così, salvi solo per fortuna"

Pubblichiamo la lettera di una neo mamma lombarda, che ha tenuto a inviarci il resoconto di quanto accaduto a lei, pochi mesi fa, dopo aver partorito, in ospedale.

Ho partorito con cesareo in un ospedale lombardo. Il mio bimbo è nato sano, non ho nulla da ridire verso medici e infermieri. Nessuno pensa che partorire sia l’alternativa dell’andare alla spa. Nessuna si aspetta che sarà facile, che non piangerà e che non proverà dolore. Siamo preparate. Ma c’è l’ingenua convinzione che, proprio mentre sei in ospedale, nel reparto maternità, tu sia nel posto più sicuro in cui possa stare col tuo bimbo.

Dopo il cesareo, la prima notte, il personale della nursery mi ha immediatamente fatto pesare il fatto che non fossi in grado di tenere mio figlio vicino a me e che “fossero costrette a causa mia a metterlo al nido”. Nido accorpato al reparto che, peraltro, mi risulta esistere ed essere pagato dai contribuenti proprio per dare sollievo a donne appena operate o sfinite per il parto…

L’atteggiamento di base, strisciante e malcelato, da parte delle operatrici del nido lasciava sempre suggerire “Sei una madre degenere che non vuoi tenere tuo figlio incollato anche se provi dolore e non riesci nemmeno ad alzarti per fare la pipì”. Non soltanto con me, anzi, a me è andata bene perché dopo 12 ore dall’operazione – avendo capito l’aria che tirava - mi sono alzata (provando un dolore che ancora oggi ricordo perfettamente). Con altre mamme, più spossate o spaventate, esercitavano questo atteggiamento giudicante in maniera ancor più sfrontata.

Un colpo di classe che difficilmente dimenticherò, è stato quando mi hanno portato il piccolo con in bocca il ciuccio (ovviamente fornito da loro perché io non mi sono certo portata un ciuccio da casa). Hanno tenuto a precisare:

“Il ciuccio non va dato ai bambini così piccoli, perché rischia di inficiare il percorso di allattamento, però dato che questa mamma ha voluto che lo tenessimo noi, abbiamo rimediato come abbiamo potuto”.

Ricapitoliamo: persone pagate per tenere i neonati alle mamme sfinite dopo il parto, mettono in atto un comportamento che loro per prime ammettono essere scorretto per i bambini, perché le obblighiamo a fare ciò per cui sono pagate: tenere due ore i bambini. Beh, non fa una piega.

Ovviamente tutte queste cose non le ho dette, perché non avevo la forza di fare polemica. E come me le altre mamme che ho visto. Tutte in posizione di debolezza, data dalla situazione extra ordinaria, che stavano zitte e cercavano di trovare una quadra. Tranne una ragazza giovane che, non appena le è stato comunicato che sarebbe stata dimessa, ha aperto la porta del nido (io ero dentro con altre mamme perché stavo cambiando il bimbo) e fatto il medio alle operatrici. Altro momento che difficilmente scorderò.

Si mangiava con i piccoli: anche qui mi piace ricordare che parliamo di donne che poche ore prima hanno perso litri di sangue, e dato che difficilmente un neonato sta fermo come un vaso, risultava difficile nutrirsi tra dolori e un bambino in braccio. Nessun problema saltare un pasto, ma ho visto la mia compagna di stanza saltarne tre di fila, e non perché non avesse bisogno di mangiare.

I papà, causa Covid, non potevano aiutare. Venivano un’oretta al giorno: quel che bastava per vederci piangere disperate e chiedere di portarci via, che magari a casa fra nonni e parenti avremmo potuto dormire.

E veniamo al tasto peggiore. Anche io mi sono addormentata, dopo due giorni in queste condizioni, con il bimbo in braccio. Anzi nel letto, dopo averlo allattato. Sono crollata nonostante le operatrici del nido mi facessero la grazia di tenerlo circa 4 ore su 24. Quando mi sono svegliata mio figlio era in una posizione pericolosa, essendo scivolato con metà volto sotto il cuscino. Era vivo, stava bene: è riuscito ad avere una delle due narici libere, che gli ha permesso di continuare a respirare. Io meno, avevo il terrore - appena l’ho visto così - che non respirasse. Ovviamente nessuno mi ha svegliata o controllata: sono stata semplicemente fortunata. Mi sono addormentata da sola e dopo ore svegliata da sola. Nessuno ha controllato: anche perché se l’avessero fatto mi auguro avrebbero tolto la testa del neonato da sotto il cuscino, dove si era infilato. Era mattina, non notte fonda.

Pochi centimetri, un pochino più o meno di pressione...questo fa la differenza tra una tragedia e l’uscire dal reparto col tuo bimbo in braccio.

Oggi mio figlio ha sette mesi e quante volte ho ripensato a quell’episodio. Quando ho letto le dichiarazioni del padre del bimbo morto soffocato per errore al Pertini, in cui diceva: “I protocolli andrebbero rivisti. Se non è capitato ad altri è solo perché sono stati fortunati” sono rimasta impietrita.

Sapevo perfettamente di cosa stesse parlando. "Fortuna", esattamente quello che ho pensato dopo aver evitato il peggio per pura casualità.

E mi chiedo se questa sia una roulette russa che qualcuno si merita."

Le testimonianze sui siti di mamme

Anche l'influencer Chiara Ferragni ha voluto dire la sua sul tema dalle sfilate di Parigi:

"Mi ricordo quando ho partorito Leo, dopo un’induzione di 24 ore e quando mi è stato lasciato al seno per l’allattamento ho rischiato in primis di addormentarmi diverse volte. Ci vuole supporto e aiuto. Siamo donne e mamme, non supereroi".

Così la mamma vip sul primogenito venuto alla luce il 19 marzo del 2018 al Cedars-Sinai di Los Angeles con quasi tre settimane d’anticipo  a causa di un problema alla placenta, che aveva costretto la Ferragni al riposo assoluto nell’ultimo mese di gravidanza.

Ma impressionante anche la cascata di testimonianze pubblicate sul blog Mamme di merda, che da sempre cerca di combattere il mito (assai nocivo) della maternità vissuta come sacrificio assoluto della donna.

"Ho rischiato di far cadere mio figlio dalle mie braccia e poi di soffocarlo, crollavo dal sonno e avevo il terrore di farlo cadere. Mi sono fatta la pipì addosso, perché non riuscivo ad alzarmi. Nessuno mi ha aiutato", denuncia un'utente.

E ancora:

"Dopo tre giorni di travaglio senza mangiare né dormire partorisco e vengo lasciata in camera. Avevo gli occhi che si chiudevano e la testa che crollava. Ho chiesto all’ostetrica se potevo lasciare il bambino per dormire un po’, mi ha risposto che poteva prenderlo solo se non piangeva. Ero così al limite che ho firmato le dimissioni e sono tornata a casa".

Anche in questo caso, come la mamma lombarda, obbligo ad alzarsi nonostante un fresco intervento chirurgico:

"Parto cesareo, dopo nemmeno ventiquattr’ore mi fanno alzare di botto, svengo dal dolore, dicono che mi sono fatta venire un attacco di panico perché piangevo. Costretta ad andare in bagno da sola, non riesco a lavarmi. Alle tre del mattino vado al nido e imploro per due ore di sonno. Mi dicono: “Non potrei farlo ma visto che stai così solo per questa volta".

Anche in questo caso ritorna l'atteggiamento di concessione da parte delle operatrici nel tenere il neonato qualche ora davanti alle suppliche delle madri.

"Ero in camera con una ragazza che aveva subito un cesareo e non stava bene per niente. La prima notte lasciarono entrare sua madre, la seconda no. Alla prima richiesta di assistenza l’infermiera le disse che avrebbe dovuto alzarsi e cambiare la sua bambina, perché a casa non ci sarebbero state le ostetriche ad aiutarla. Mi sono sentita talmente umiliata io per lei, che ho proposto di cambiare io la sua bambina e aiutarla per qualsiasi cosa avesse bisogno", è invece questo il racconto di un'altra neo mamma.

Ancora un'esperienza di soccorso che arriva da una compagna di stanza:

"Prima figlia, cesareo. Seconda notte ancora dolori, dopo che il pomeriggio mi avevano fatto collassare perché costretta ad alzarmi e messa su una sedia e dimenticata lì. Dopo averli implorati per antidolorifici mi hanno dato una tachipirina. Chiamo alle tre di notte se poteva cambiare il pannolino alla bambina, mi ha detto di no. Piangevo a goccioloni mentre una santissima compagna di stanza mi aiutava".

E infine, fra le tante testimonianze:

"Me la portano a mezzanotte, nata sottopeso e con la flebo. Chiedo per favore se mi aiutano ad attaccarla al seno. Me l’ha piazzata sulla pancia e mi ha detto “è un fatto naturale, vedrà che ci riesce".

Difficile credere che migliaia di donne si stiano inventando tutte la stessa versione di quanto accade in diversi ospedali da nord a sud del Paese.

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