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Trump tratta con Putin sull’energia senza Zelensky, poi affonda: “Elezioni in Ucraina”

Manca, però, la conferma ufficiale di Mosca, mentre Kiev ammette di essere all'oscuro dei piani

Trump tratta con Putin sull’energia senza Zelensky, poi affonda: “Elezioni in Ucraina”

“Con effetto immediato c’è un cessate il fuoco energetico nella guerra tra Russia e Ucraina. Entrambe le parti hanno accettato. Non violatelo“.

Con poche righe pubblicate domenica 11 ottobre, Donald Trump ha annunciato quella che, se realmente applicata, rappresenterebbe una delle più significative misure di de-escalation degli ultimi mesi: Russia e Ucraina dovrebbero smettere di colpire reciprocamente raffinerie, centrali elettriche e altre infrastrutture energetiche.

Il problema è che l’annuncio americano ha inizialmente sorpreso anche Kiev. Volodymyr Zelensky ha detto ad Axios che per lui l’accordo era “una notizia”, per poi chiarire che l’Ucraina è comunque pronta ad aderire:

“Se il presidente Trump lo ha negoziato con Putin, ci dicano quando comincia. Noi siamo pronti”.

Alla mattina odierna di lunedì 12 ottobre, però, manca ancora un tassello decisivo: il Cremlino non ha pubblicamente confermato di avere aderito alla tregua annunciata da Trump.

Dopo l’annuncio, nuove bombe sulle centrali ucraine

E nelle ore immediatamente successive la situazione sul terreno non ha dato l’impressione di una tregua già in vigore. Zelensky ha denunciato attacchi russi contro diverse infrastrutture energetiche, compresa una centrale di Kiev e l’impianto di cogenerazione CHP-5 di Kharkiv, con interruzioni della corrente.

“I cieli ucraini sono stati infestati dagli Shahed russi per tutta la giornata”, ha affermato.

Secondo lo stesso presidente ucraino, nell’ultima settimana sono stati registrati oltre 200 attacchi contro capacità di generazione elettrica e 17 contro infrastrutture di petrolio e gas. Kiev ha quindi accolto positivamente l’idea americana, ma con una condizione molto semplice: l’Ucraina smetterà di colpire il settore energetico russo soltanto se la Russia farà lo stesso.

Il diesel russo

Venerdì 9 ottobre 2026, dopo una telefonata di circa 90 minuti con Vladimir Putin, Trump ha annunciato che la Russia avrebbe immesso immediatamente sui mercati americano e mondiale oltre 300.000 tonnellate di diesel, circa 2,25 milioni di barili. A queste dovrebbero aggiungersi 500.000 tonnellate a novembre e un altro milione di tonnellate subito dopo, con ulteriori quantitativi subordinati alla capacità produttiva delle raffinerie russe.

Washington ha contestualmente allentato temporaneamente una parte delle sanzioni. L’Office of Foreign Assets Control del Tesoro americano ha pubblicato il 9 ottobre la General License 135, che autorizza transazioni legate a vendita, consegna, scarico e importazione di diesel di origine russa. Il provvedimento rappresenta una svolta rispetto alla strategia seguita per anni dagli Stati Uniti: limitare le entrate energetiche di Mosca per ridurre le risorse disponibili per finanziare la guerra. La ragione indicata dalla Casa Bianca è principalmente economica. Negli Stati Uniti il prezzo medio del diesel aveva raggiunto giovedì scorso 6,28 dollari al gallone, vicino ai massimi storici. Secondo Reuters, dall’inizio della guerra con l’Iran i prezzi del carburante sono aumentati di circa il 70%, creando un problema economico e politico a poche settimane dalle elezioni di Midterm del 3 novembre.

Trump lo ha detto apertamente: abbassare i prezzi per “agricoltori, allevatori e camionisti” è una delle sue priorità. Gli analisti energetici interpellati da Reuters sono però molto più prudenti sull’effetto reale dell’accordo. I volumi iniziali promessi dalla Russia sono relativamente piccoli rispetto al mercato mondiale e potrebbero aiutare un mercato molto teso, ma difficilmente sarebbero sufficienti da soli a produrre una riduzione duratura dei prezzi.

Zelensky contro l’accordo: “Un investimento nella guerra”

La reazione di Kiev è stata durissima. Zelensky ha definito la riapertura al diesel russo una “decisione debole da parte di partner forti“, sostenendo che permettere alla Russia di tornare a incassare attraverso i prodotti petroliferi equivale a finanziare indirettamente la guerra. La polemica è esplosa proprio mentre l’Ucraina intensificava gli attacchi contro le raffinerie russe, considerate da Kiev un obiettivo strategico perché producono carburante per l’apparato militare e generano entrate per Mosca.

Washington, però, vede quelle operazioni anche da un altro punto di vista: ridurre la capacità di raffinazione russa significa restringere ulteriormente l’offerta internazionale di diesel in un mercato già sotto pressione. Ed è qui che gli interessi di Kiev e quelli immediati della Casa Bianca hanno iniziato a divergere apertamente.

Trump contro Zelensky: “È ora di avere un nuovo presidente”

Sabato 10 ottobre lo scontro è diventato politico. Trump ha accusato Zelensky di non avere accettato precedenti possibilità di accordo con Mosca e ha invitato l’Ucraina a cambiare leadership.

“Penso che sia arrivato il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente“, ha detto ai giornalisti alla Casa Bianca, aggiungendo: “Suggerisco che trovino un nuovo leader capace di fare un accordo”.

Un intervento particolarmente delicato perché in Ucraina le elezioni sono sospese durante la legge marziale introdotta dopo l’invasione russa.  La risposta è arrivata domenica. In un’intervista ad ABC News, Zelensky ha ricordato che scegliere il presidente “spetta agli ucraini”, ma ha anche trasformato la critica di Trump in una proposta rivolta direttamente a Putin.

“Dite a Putin di darci due mesi, 60 giorni di cessate il fuoco totale, e organizzeremo le elezioni“, ha dichiarato.

Nella stessa intervista Zelensky ha offerto anche una possibile base per il compromesso energetico: se Mosca smetterà di attaccare centrali e infrastrutture ucraine, Kiev fermerà i raid contro raffinerie e impianti energetici russi.

Ma Putin cosa ha accettato?

Veniamo al punto più oscuro. La telefonata Trump-Putin di venerdì è stata descritta dal Cremlino come molto positiva e “sostanziale”. I due presidenti hanno discusso di Ucraina e hanno concordato l’operazione sul diesel. Ma, secondo le informazioni disponibili, Putin non aveva in quella conversazione assunto un impegno pubblico a riprendere un vero negoziato di pace, e ancora lunedì mattina Mosca non aveva confermato formalmente neppure la tregua energetica annunciata da Trump.

La svolta sul diesel russo sta creando problemi a Trump anche dentro il suo stesso partito. Domenica sette senatori americani, quattro repubblicani e tre democratici, hanno chiesto alla Casa Bianca di fare marcia indietro, sostenendo che l’accordo possa contrastare con le norme che vietano le importazioni di energia russa fino alla fine dell’aggressione contro l’Ucraina. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha invece assicurato che l’amministrazione dispone dell’autorità legale necessaria per applicare l’accordo. Anche il premier canadese Mark Carney ha criticato il patto, sostenendo che vada nella direzione opposta rispetto agli sforzi di Ucraina e alleati per aumentare la pressione su Mosca.