La crisi in Medio Oriente continua a intensificarsi, con un conflitto, arrivato al quinto giorno, che si è esteso oltre i confini iraniani, coinvolgendo Israele, il Libano e il Golfo Persico in una spirale di violenza che sembra non trovare tregua.
A partire dall’assassinio della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, l’Iran è stato oggetto di bombardamenti aerei congiunti statunitensi e israeliani, mentre il Paese risponde con attacchi missilistici diretti verso obiettivi occidentali.
Il bilancio delle vittime, che ha superato le 800 unità, continua a salire, e la situazione appare sempre più caotica.
Il figlio di Khamenei come possibile successore è già nel mirino
La morte di Ali Khamenei, avvenuta il 2 marzo 2026 in seguito ad un attacco aereo israeliano-statunitense, ha segnato un punto di svolta nella politica iraniana.

I funerali di stato per l’ex Guida Suprema si sono aperti il 4 marzo a Teheran, con migliaia di persone che si sono riversate per rendere omaggio al leader martirizzato. La cerimonia durerà tre giorni, e il suo corpo sarà trasportato a Mashhad per la sepoltura, nella sua città natale.
Mentre il paese piange la perdita di uno dei suoi più influenti leader, la domanda su chi lo sostituirà rimane al centro della scena geopolitica. Secondo fonti del New York Times, il figlio di Khamenei, Mojtaba, emerge come il principale candidato per succedere al padre. Tuttavia, la sua possibile nomina ha suscitato forti preoccupazioni tra i membri dell’Assemblea degli Esperti, che temono la reazione di Stati Uniti e Israele, entrambi pronti a fare qualsiasi cosa pur di impedire l’ascesa di un nuovo leader che continuerebbe la politica aggressiva contro l’Occidente.

Israele non ha nascosto le proprie intenzioni, con il ministro della Difesa Israel Katz che ha avvertito che qualsiasi successore designato dall’Iran sarà un “bersaglio inequivocabile”. La sua dichiarazione ha rivelato la determinazione di Tel Aviv a continuare la sua guerra per “smantellare” il regime iraniano, considerato una minaccia esistenziale per la sicurezza del Paese e della regione.
Il contrattacco iraniano
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Poche ore dopo la morte di Khamenei, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha lanciato più di 40 missili contro obiettivi americani e israeliani, segnando l’inizio della 17esima fase dell’operazione True Promise 4. Secondo fonti iraniane, i missili erano diretti contro obiettivi strategici come basi militari, radar e navi, ma la portata dell’attacco non ha avuto un impatto determinante sulla capacità difensiva dell’Occidente.
Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro presenza militare nella regione, schierando 50.000 soldati e oltre 200 aerei da combattimento per contrastare l’offensiva iraniana. L’ammiraglio Brad Cooper, a capo del comando centrale degli Stati Uniti, ha confermato che 17 navi iraniane, tra cui il più potente sottomarino della marina, sono state distrutte, neutralizzando di fatto la presenza navale iraniana nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale passa una parte significativa delle esportazioni mondiali di petrolio.
L’intensificazione degli attacchi ha avuto anche un costo significativo per i civili: Al Jazeera ha riportato che gli ultimi raid israeliani su Libano e Iran hanno causato la morte di almeno 50 persone, mentre più di 300 sono rimaste ferite.
Israele in Libano: avanzata via terra
La guerra si è estesa anche in Libano, dove le forze israeliane hanno condotto attacchi aerei su Baalbek, una roccaforte di Hezbollah, uccidendo almeno sei persone. Il conflitto con il gruppo militante libanese, che ha il sostegno dell’Iran, ha spinto Israele a intensificare le operazioni sia aeree che via terra. I bombardamenti su hotel e edifici residenziali a Beirut e nella Valle della Bekaa hanno contribuito a peggiorare una situazione umanitaria già drammatica, con decine di migliaia di libanesi in fuga.

In un tentativo di stabilire una “zona cuscinetto” nel sud del Libano, Israele ha ordinato l’evacuazione forzata di decine di villaggi, tra cui Qana e Majdal Zoun, accusando Hezbollah di utilizzare le aree civili come base operativa. Le operazioni israeliane hanno subito un’intensificazione, e le forze di Tel Aviv prevedono di arrivare a Beirut, un obiettivo che il sindaco di Nahariya, Ruben Marli, ha definito come imminente.
Nel frattempo, anche dentro Israele le sirene antiaeree continuano a suonare, mentre i missili iraniani e gli attacchi da Gaza mettono in crisi la sicurezza interna. L’ultimo bilancio parla di almeno undici morti e decine di feriti. La risposta israeliana è stata rapida, con incursioni aeree in tutta la Striscia di Gaza e una continua mobilitazione della difesa missilistica Iron Dome.
Il Controllo dello Stretto di Hormuz
Un altro elemento chiave di questa escalation è lo Stretto di Hormuz, strategico per il traffico marittimo mondiale e per l’export di petrolio. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), noto anche come Pasdaran, ha annunciato di avere il “controllo totale” sullo stretto, ribadendo la sua capacità di monitorare e, se necessario, bloccare il traffico marittimo.

Il capo della Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), Mohammad Akbarzadeh, ha ribadito che nessuna nave può transitare senza l’autorizzazione di Teheran, con il rischio di un’interruzione significativa delle forniture energetiche mondiali.
Gli Stati Uniti hanno risposto a questa affermazione minacciando di inviare una task force per garantire la libertà di navigazione. La tensione intorno allo Stretto di Hormuz potrebbe essere destinata ad aumentare ulteriormente, se le minacce iraniane dovessero concretizzarsi.
Implicazioni geopolitiche
Gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati appaiono determinati a proseguire l’offensiva contro l’Iran, ma le implicazioni geopolitiche di un’ulteriore escalation potrebbero avere conseguenze devastanti, non solo per il Medio Oriente, ma per l’intero equilibrio mondiale.