Non tutti i lavoratori corrono gli stessi rischi. È questo uno degli aspetti più preoccupanti che emergono dall’ultima analisi dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega, relativa ai primi nove mesi del 2026. A fronte di 823 denunce di infortunio mortale in Italia, in aumento del 5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, il divario tra alcune categorie di occupati continua ad ampliarsi.
A preoccupare sono soprattutto tre dati: la crescita delle vittime tra i lavoratori stranieri, l’aumento dei decessi femminili e l’incidenza particolarmente elevata tra chi continua a lavorare oltre i 65 anni. Una fotografia che pone interrogativi sull’efficacia della prevenzione e sulla capacità di garantire condizioni di sicurezza omogenee nei diversi settori produttivi.
Lavoratori stranieri, un rischio di morte triplo rispetto agli italiani
Il dato più impressionante riguarda i lavoratori di origine straniera. Tra gennaio e settembre 2026 sono state registrate 221 vittime straniere, cinquanta in più delle 171 dello stesso periodo del 2025. L’aumento è del 29,2%. Di queste, 159 hanno perso la vita durante l’attività lavorativa e 62 nel percorso tra casa e lavoro. Ma è soprattutto il confronto con gli occupati italiani a evidenziare la dimensione del problema. Secondo l’Osservatorio, l’incidenza dei decessi in occasione di lavoro raggiunge 61,5 casi per milione di lavoratori stranieri, contro 20,3 per milione tra gli italiani. Significa che il rischio rilevato è circa tre volte superiore.
Donne, dieci decessi in più durante il lavoro
Anche la componente femminile presenta un andamento negativo. Nei primi nove mesi dell’anno 76 lavoratrici sono morte in seguito a infortuni, otto in più rispetto al 2025, con un incremento dell’11,8%. Il peggioramento riguarda soprattutto gli incidenti avvenuti durante il lavoro: 43 vittime contro 33, pari a un aumento del 30,3%.
I decessi nel tragitto casa-lavoro sono stati invece 33, due in meno rispetto all’anno precedente. Complessivamente, le donne hanno presentato 164.924 denunce di infortunio, di cui 128.535 riferite a episodi verificatisi durante l’attività lavorativa. Per gli uomini, le segnalazioni complessive sono state 292.955. Numeri che confermano quanto la sicurezza debba essere affrontata considerando anche le caratteristiche delle diverse attività professionali e delle popolazioni occupate.
Lavorare dopo i 65 anni: l’incidenza della mortalità è la più alta
Un altro elemento critico riguarda l’età. Fra gli occupati con più di 65 anni si registra l’incidenza più elevata di decessi durante l’attività lavorativa: 85,4 morti ogni milione di lavoratori. Il valore scende a 37,1 nella fascia tra 55 e 64 anni e a 34,3 tra i giovani di 15-24 anni. I lavoratori tra 55 e 64 anni risultano però i più colpiti in termini assoluti, con 208 vittime sulle 595 morte durante il lavoro.
Costruzioni e trasporti, due settori sotto osservazione
L’edilizia continua a rappresentare il comparto con il maggior numero di vittime in occasione di lavoro: 101 nei primi nove mesi del 2026. Al secondo posto si collocano trasporto e magazzinaggio, con 80 decessi, davanti alle attività manifatturiere, che ne registrano 73. Fra i settori con numeri elevati figurano anche la sanità, con 29.082 denunce, e il commercio, con 25.688.
Anche le denunce complessive mostrano quanto questi comparti siano esposti al problema degli infortuni: il manifatturiero conta 52.839 segnalazioni avvenute durante il lavoro, le costruzioni 28.430 e i trasporti 25.524. A livello nazionale, le segnalazioni di infortunio complessive hanno raggiunto 457.879 casi, con una crescita del 5%.
Le regioni del Sud dove il rischio è più elevato
Alle differenze tra categorie professionali si aggiungono quelle geografiche. Nella classificazione dell’Osservatorio Vega, Sicilia, Calabria, Basilicata e Campania sono le quattro regioni in zona rossa, tutte nel Mezzogiorno.

La graduatoria utilizza il numero di morti durante il lavoro in rapporto agli occupati: la media nazionale è di 24,7 decessi per milione e la zona rossa comprende le regioni che superano tale valore di oltre il 25%.
Puglia, Piemonte, Liguria, Veneto e Trentino-Alto Adige si trovano in zona arancione. Marche, Sardegna, Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Molise e Lazio sono in fascia gialla; Lombardia, Valle d’Aosta, Abruzzo e Friuli-Venezia Giulia in zona bianca.
La Lombardia rimane comunque la regione con il maggior numero assoluto di vittime in occasione di lavoro, 84, seguita da Campania (60), Veneto (58) e Sicilia (55).
Rossato: “La mortalità non colpisce tutti allo stesso modo”
Secondo Mauro Rossato, presidente dell’Osservatorio Vega, la crescita complessiva delle vittime è aggravata proprio dalle differenze che emergono all’interno della popolazione lavorativa.
“Questi dati dimostrano come il fenomeno degli infortuni mortali non colpisca tutti i lavoratori allo stesso modo”, afferma, richiamando l’attenzione sul divario tra lavoratori italiani e stranieri, sull’aumento della mortalità femminile e sulla situazione delle regioni meridionali.
Il presidente dell’Osservatorio chiede una maggiore attenzione da parte delle istituzioni e di tutti i soggetti coinvolti nella prevenzione.