Un tetto del 30% agli alunni stranieri nelle classi italiane fa scattare il richiamo dell’Unione europea. La Commissione Ue interviene sul decreto Scuola del Governo Meloni, ricordando che i trattati europei vietano le discriminazioni basate sulla nazionalità. Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, respinge però le critiche e conferma l’intenzione di portare avanti il provvedimento, sostenendo che l’obiettivo sia favorire l’integrazione degli studenti che incontrano maggiori difficoltà linguistiche.

Lo scontro si è aperto martedì 3 novembre, dopo la risposta della vicepresidente della Commissione europea Roxana Mînzatu a un’interrogazione presentata dagli europarlamentari del Partito Democratico. Bruxelles ha chiarito di seguire attentamente l’evoluzione della normativa italiana, ricordando che il diritto europeo vieta sia le discriminazioni dirette sia quelle indirette fondate sulla nazionalità.
Le eventuali deroghe, ha precisato Mînzatu, sono ammesse soltanto in circostanze specifiche previste dai trattati, come motivi di ordine pubblico, sicurezza o sanità pubblica, e devono essere interpretate in modo restrittivo. Non si tratta, almeno per ora, di una bocciatura formale della legge italiana, ma di un richiamo ai principi europei che apre un confronto sulla compatibilità della misura.
Tetto del 30%: quali studenti riguarda e quando entrerà in vigore
Il provvedimento è contenuto nel decreto-legge 170 del 30 settembre 2026, entrato in vigore il 1° ottobre. La norma non stabilisce un limite generale del 30% per tutti gli studenti con cittadinanza straniera. Introduce invece criteri differenti in base al percorso scolastico. Nelle prime classi della scuola primaria, il limite riguarda gli alunni con cittadinanza non italiana che non sono nati in Italia oppure non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Alle medie e alle superiori, la soglia riguarda gli studenti stranieri che non hanno completato positivamente almeno tre anni nel sistema scolastico italiano.
Le nuove regole per la formazione delle classi prime scatteranno dall’anno scolastico 2027-2028. Già dal 2026-2027, invece, il limite si applica ai nuovi inserimenti nelle classi esistenti, secondo le condizioni stabilite dal decreto. Se il numero delle iscrizioni non consente di rispettare la percentuale, gli Uffici scolastici territoriali dovranno organizzare una distribuzione degli studenti tra scuole vicine, tenendo conto anche della distanza dall’abitazione e di particolari esigenze familiari. Il provvedimento prevede inoltre finanziamenti per attività aggiuntive di potenziamento della lingua italiana negli istituti in cui non sia possibile rispettare la soglia: 3,4 milioni di euro nel 2027 e circa 14,1 milioni annui dal 2028.
Valditara: “Vogliamo favorire l’integrazione”
La replica del ministro Giuseppe Valditara è arrivata poche ore dopo il richiamo europeo.
“Il problema non esiste. Il governo va avanti senza esitazioni”, ha dichiarato, sostenendo che l’istruzione non rientra tra le competenze esclusive dell’Unione europea.
Secondo il ministro, il provvedimento non discrimina gli studenti stranieri, ma punta a evitare un’eccessiva concentrazione di ragazzi con difficoltà nell’apprendimento dell’italiano. Valditara ha inoltre ricordato che in diversi Paesi europei gli studenti stranieri appena arrivati vengono inseriti temporaneamente in classi separate, proprio per favorire l’apprendimento della lingua. L’obiettivo dichiarato dal Governo è quindi evitare situazioni di isolamento scolastico e rendere più efficace l’insegnamento.
Resta però un punto al centro del confronto: il decreto utilizza criteri legati alla cittadinanza e alla precedente frequenza scolastica, non una verifica individuale del livello di conoscenza dell’italiano. Ed è proprio il possibile effetto discriminatorio di questi criteri a rendere delicata la valutazione della loro compatibilità con le norme europee.
Il Pd chiede il ritiro
La risposta della Commissione europea è stata accolta dal Partito Democratico come una conferma delle proprie critiche. Nicola Zingaretti, capodelegazione del Pd al Parlamento europeo, ha sostenuto che il provvedimento sia incompatibile con i principi dei trattati europei e ha chiesto al Governo di ritirarlo. Per l’esponente democratico, il rischio è introdurre una distinzione tra bambini sulla base della cittadinanza, anziché affrontare le difficoltà scolastiche attraverso maggiori investimenti nell’insegnamento della lingua e nel sostegno agli istituti. Critiche arrivano anche dalla Rete degli Studenti Medi del Lazio, che contesta la possibilità di separare gli studenti attraverso quote e chiede di concentrare le risorse sui problemi strutturali della scuola.
Le preoccupazioni riguardano in particolare gli istituti situati nei quartieri con una forte presenza di famiglie straniere, dove l’applicazione del limite potrebbe comportare una riorganizzazione delle iscrizioni e degli spostamenti.