La bandiera cambiata al cancello della fiera

La bandiera cambiata al cancello della fiera
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A Vicenzaoro si parla di grammi, di carature, di lavori fatti a mano e di consegne prima di Natale. Compratori da tutto il mondo girano i padiglioni del quartiere fieristico per cinque giorni, dal 4 all’8 settembre, con il catalogo sotto il braccio e il telefono in mano. È uno di quei posti dove il made in Italy si vende davvero, a peso.

Il 4 settembre, però, al cancello è successa una cosa diversa. Un gruppo di attivisti è riuscito a entrare nel piazzale davanti all’ingresso, nonostante la presenza delle forze dell’ordine, e ha sostituito una delle bandiere della fiera con quella palestinese. Una seconda bandiera l’hanno piantata proprio davanti all’entrata, e subito dopo è arrivata la rivendicazione.

Dal piazzale alla compagine sociale

Come ha raccontato TViWeb, il gruppo Vicenza per la Palestina aveva convocato per sabato 5 settembre un corteo da piazza Matteotti, con lo slogan «Fuori Israele da Vioro», per chiedere che Israele e gli espositori «collegati» venissero estromessi. Nell’appello c’era anche una richiesta più ampia: il Comune di Vicenza e gli altri enti pubblici soci avrebbero dovuto vietare la partecipazione israeliana a Vicenza e a tutte le decine di fiere organizzate da Italian Exhibition Group nel mondo.

Il bersaglio vero e proprio era la società. IEG è quotata a Piazza Affari, ha sede tra Rimini e Vicenza e organizza manifestazioni che vanno dal turismo all’oreficeria, in Italia e all’estero. Gli attivisti hanno fatto i conti in tasca all’azionariato (il Comune e la Provincia di Vicenza, il Comune di Rimini e la Regione Emilia-Romagna detengono insieme il 70%) e hanno concluso che quelle quote dovevano diventare una presa di posizione.

Nel medesimo testo si chiedeva di bandire dalle fiere di settore l’industria israeliana dei diamanti, e lo si chiedeva a Vicenzaoro, dove oro e pietre preziose sono l’unica ragione per affittare uno stand.

Il precedente di Rimini

A dire il vero, la richiesta non è arrivata dal nulla. A settembre 2025 la stessa IEG aveva comunicato all’Ufficio nazionale israeliano del turismo l’annullamento della sua partecipazione al TTG Travel Experience di Rimini, la fiera più importante del settore, che si sarebbe tenuta dall’8 al 10 ottobre. Secondo la ricostruzione di QualityTravel, la decisione è arrivata dopo una lettera del presidente della Regione, Michele de Pascale, e del sindaco Jamil Sadegholvaad, che hanno ritenuto inopportuna la sua partecipazione. IEG ha giustificato la scelta con una sola frase: «sono venute meno le condizioni per una partecipazione». L’ente israeliano ha ribattuto dicendo che la presenza era confermata da mesi e che l’ente aveva sempre sostenuto il TTG, anche durante la pandemia.

Le reazioni sono arrivate subito. L’ente israeliano ha definito la decisione «unilaterale» e dannosa per il turismo; la ministra Daniela Santanché ha ricordato che l’Italia non fa distinzioni di bandiera quando accoglie i turisti. La testata, con un po’ di realismo, ha osservato che sul piano commerciale l’impatto sarebbe stato limitato, perché al momento nessun tour operator vendeva pacchetti per Israele. Sul fronte politico, Gianluca Caramanna, responsabile turismo di Fratelli d’Italia, ha usato una frase che ora sembra profetica: il TTG dovrebbe restare «un’arena aperta e inclusiva».

Più del fatturato pesa il principio, perché si è accettato di escludere un espositore solo perché le istituzioni locali non gradiscono il governo del suo Paese. Se si applica questo criterio al turismo, diventa difficile spiegare perché non debba valere anche per i gioiellieri. A Vicenza il corteo di settembre ha chiesto proprio questo.

La distinzione che arriva da Bari

Qualche settimana dopo, dalla Fiera del Levante è arrivata una risposta diversa, nella prima domenica della Campionaria, dopo i 25 mila visitatori dell’inaugurazione. Il Comune di Bari, già l’anno scorso, aveva detto che la partecipazione dello Stato d’Israele o dei suoi rappresentanti non era gradita. Restava da capire come la fiera avesse messo in pratica quella decisione.

Il presidente della Nuova Fiera del Levante, Gaetano Frulli, ha spiegato in un servizio della TGR Puglia che la fiera ha seguito la delibera comunale. Non invita membri del governo israeliano alle attività istituzionali, ma il popolo di Israele e le aziende israeliane, secondo le sue parole, «benvengano». Si può discutere a lungo della premessa politica, ma la distinzione è chiara. Un governo si giudica in campo politico; chi noleggia uno stand porta listini, campionari e dipendenti e vuole essere valutato dai clienti.

Il sistema fieristico è una delle infrastrutture meno raccontate dell’economia italiana. Per una piccola azienda orafa di Arezzo o di Valenza, che non ha uffici commerciali a Dubai o a Hong Kong, il padiglione di Vicenza è la vetrina sul mondo. Funziona solo se chiunque abbia qualcosa da comprare o da vendere può entrare con le stesse regole di tutti gli altri.

Un controllo politico all’ingresso fa venir meno proprio quella condizione, e il criterio applicato oggi a Israele potrebbe essere usato domani contro un altro Paese sgradito a una diversa maggioranza, in un altro consiglio comunale. Un buyer straniero, che si chiede se l’anno prossimo sarà ancora il benvenuto, potrebbe prenotare subito un volo per un’altra fiera, in un’altra città europea, dove non ci sono questi dubbi. Le fiere si scelgono con mesi di anticipo, si prenotano stand e alberghi, si organizzano campionari e personale, e nessuno investe in una piazza dove le regole d’ingresso possono cambiare da un’assemblea all’altra. Per un sistema che vive di fiducia, l’incertezza costa più di qualsiasi protesta. A soffrire per primi sarebbero gli espositori italiani, che a Vicenza ci vanno per firmare ordini.

Davanti ai padiglioni di Vicenza, i pennoni dell’ingresso sono sempre serviti a salutare i visitatori che arrivavano da fuori, e da settembre ricordano anche quanto poco serva per trasformare una fiera in un tribunale.