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Morte di Fakir, la perizia: anche lo schiacciamento contribuì al decesso. Le frasi degli agenti: “È schiattato”

Criticità anche nei soccorsi, sei le persone coinvolte negli accertamenti. Oggi il confronto tra i magistrati per decidere come procedere

Morte di Fakir, la perizia: anche lo schiacciamento contribuì al decesso. Le frasi degli agenti: “È schiattato”
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Non soltanto l’intossicazione da cocaina e le condizioni cardiache compromesse. Anche la posizione in cui Abderrahim Fakir fu immobilizzato dagli agenti di polizia avrebbe contribuito alla sua morte. È quanto emerge dalla relazione medico-legale depositata il 26 ottobre 2026 dai consulenti della Procura di Bologna sul decesso del 42enne di origine marocchina, avvenuto il 19 luglio 2026 durante un intervento della polizia in via Italo Svevo, nel quartiere Pilastro.

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La consulenza individua un quadro di cause concomitanti, senza attribuire il decesso a un solo fattore. Agli accertamenti scientifici si aggiungono le registrazioni delle bodycam degli agenti, che documentano anche alcune frasi pronunciate mentre Fakir si trovava a terra. Parole che hanno suscitato forti polemiche e riacceso il confronto sulle modalità dell’intervento.

La perizia: perché è morto Abderrahim Fakir

Secondo i consulenti incaricati dalla Procura, il 42enne è morto per insufficienza respiratoria acuta in un quadro clinico aggravato dall’intossicazione da cocaina e da una severa cardiopatia. All’evento hanno contribuito anche l’agitazione psicomotoria, l’aumento della temperatura corporea e la posizione prona, cioè con il torace rivolto verso il terreno, nella quale l’uomo fu trattenuto durante il fermo.

È un passaggio centrale dell’inchiesta: l’immobilizzazione avrebbe ulteriormente ridotto la capacità respiratoria di una persona già in condizioni critiche. I consulenti, tuttavia, attribuiscono alla posizione prona un contributo verosimilmente minore rispetto agli altri fattori, precisando che non sarebbe stata autonomamente letale. Il corpo di Fakir rimase in quella posizione, con le braccia immobilizzate dietro la schiena, per circa 6 minuti e 27 secondi.

Gli accertamenti hanno inoltre rilevato numerose lesioni traumatiche, alcune precedenti all’intervento e altre riconducibili alle manovre di contenimento, soprattutto nella zona della testa, del collo e delle spalle. Secondo la relazione, queste lesioni non hanno avuto un ruolo causale diretto nel decesso.

Le registrazioni delle bodycam e le frasi degli agenti

Fra gli elementi più controversi emersi dalla consulenza ci sono le conversazioni registrate dalla telecamera indossata da uno dei poliziotti. Mentre Fakir era immobilizzato e chiedeva aiuto, nelle registrazioni si sentono espressioni come “È schiattato” e “Che me ne frega a me”. In un altro passaggio, uno degli agenti avrebbe pronunciato la frase “Se schiatta ci divertiamo”.

I dialoghi sono riportati nella documentazione acquisita dagli investigatori e rilanciati dalle principali agenzie di stampa il 27 ottobre. Le parole sono ora parte del materiale a disposizione della magistratura, chiamata a valutare l’intera sequenza dell’intervento. Il loro contenuto non stabilisce da solo una responsabilità penale, ma pone interrogativi sulla percezione delle condizioni dell’uomo e sulla gestione di quei momenti.

I soccorsi: ritardi e criticità nelle manovre

La consulenza evidenzia problemi anche nell’assistenza prestata a Fakir dopo il fermo. Secondo gli esperti, le condotte del personale soccorritore e sanitario non sono risultate pienamente conformi ai protocolli dell’emergenza, sia per la tempestività sia per l’efficacia delle manovre.

Nella relazione vengono sollevate criticità anche sulla valutazione iniziale effettuata dalla centrale operativa del 118. Gli esperti ritengono che le condizioni riferite avrebbero richiesto ulteriori domande per valutare correttamente la gravità della situazione e l’eventuale attribuzione di un codice rosso. Un altro elemento riguarda le difficoltà incontrate durante l’intervento: la chiave di una delle manette si spezzò, complicando le operazioni necessarie per liberare le braccia dell’uomo.

I consulenti introducono però una precisazione significativa: anche con soccorsi tempestivi e correttamente eseguiti, le probabilità di sopravvivenza di Fakir sarebbero state intorno al 15%.

È una valutazione medico-legale che non elimina automaticamente l’eventuale rilevanza delle criticità individuate, ma che dovrà essere considerata dai magistrati nell’accertamento del rapporto tra le condotte e il decesso.

Le posizioni della famiglia e della difesa dei poliziotti

Le conclusioni degli esperti vengono interpretate diversamente dalle parti. Per Fabio Anselmo, avvocato dei familiari di Fakir, l’immobilizzazione avrebbe avuto un ruolo essenziale nell’insufficienza respiratoria. Il legale sostiene che, senza quella compressione, le altre condizioni cliniche non avrebbero necessariamente determinato la morte.

La difesa della famiglia ha inoltre annunciato ulteriori approfondimenti attraverso il proprio consulente, il medico legale Vittorio Fineschi, che intende presentare una valutazione autonoma della relazione.

Di segno opposto la posizione di Gabriele Bordoni, avvocato dei due agenti, secondo il quale l’esito degli accertamenti confermerebbe soprattutto il peso delle condizioni di salute preesistenti e dell’intossicazione. La difesa contesta che vi sia stata una condotta violenta e sostiene che il contributo dell’immobilizzazione sia stato marginale. Si tratta di interpretazioni contrapposte delle risultanze medico-legali. Sarà la magistratura a valutare se sussistano responsabilità penalmente rilevanti.

Sei persone coinvolte negli accertamenti: cosa succede ora

Il fascicolo aperto dalla Procura di Bologna riguarda l’ipotesi di omicidio colposo. Le persone interessate dagli accertamenti sono sei: i due poliziotti intervenuti per immobilizzare Fakir e quattro volontari della Croce Rossa che parteciparono ai soccorsi. Tutti risultano iscritti nel registro delle annotazioni preliminari previsto dall’articolo 335, comma 1-bis, del codice di procedura penale, introdotto nell’ambito del cosiddetto scudo penale.

La procuratrice aggiunta Morena Plazzi e i pubblici ministeri Domenico Ambrosino e Francesca Arienti hanno fissato per mercoledì 28 ottobre una riunione per esaminare la relazione e valutare i passaggi successivi. Il termine indicato per decidere come procedere è il 19 novembre 2026. Entro quella data la Procura dovrà valutare se formalizzare le iscrizioni nel registro degli indagati o se vi siano i presupposti per chiudere le rispettive posizioni.

L’elemento decisivo sarà stabilire non soltanto quali fattori abbiano contribuito alla morte, ma anche se durante il fermo e nei successivi soccorsi siano state violate regole di comportamento e se eventuali violazioni abbiano avuto una rilevanza causale.