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Israele, Netanyahu rimonta e rivendica la vittoria. Rebus maggioranza: sfida aperta con Eisenkot

Scrutinato il 50% dei seggi

Israele, Netanyahu rimonta e rivendica la vittoria. Rebus maggioranza: sfida aperta con Eisenkot
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Benjamin Netanyahu non esce sconfitto dalle elezioni israeliane, ma non può ancora cantare vittoria. Dopo una notte di risultati incerti, lo scrutinio ha mostrato una rimonta dello schieramento del premier uscente rispetto agli exit poll diffusi alla chiusura delle urne di martedì 27 ottobre 2026. Il suo Likud resta il primo partito del Paese, mentre il principale sfidante, l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, rivendica il mandato degli elettori per aprire una nuova fase politica.

Nessuno dei due schieramenti dispone per ora di una maggioranza certa alla Knesset, il Parlamento israeliano, che conta 120 deputati. Per formare un governo servono almeno 61 seggi.

Netanyahu rimonta: cosa dicono i primi risultati

Gli exit poll dell’emittente israeliana Channel 12 avevano inizialmente attribuito 52 seggi al blocco di Eisenkot e 50 a quello di Netanyahu, lasciando gli altri 18 alle formazioni arabe. Sul piano dei singoli partiti, il Likud risultava comunque in testa con 24 seggi, contro i 22 di Yashar, il movimento guidato dall’ex generale.

Con l’avanzare dello spoglio, però, il quadro è cambiato. Secondo le proiezioni della mattinata del 28 ottobre, quando era stato conteggiato il 48,4% dei voti, il blocco di Netanyahu sarebbe salito a 55 seggi, quello di Eisenkot sarebbe sceso a 50, mentre i partiti arabi avrebbero ottenuto complessivamente 15 rappresentanti.

Sono dati ancora provvisori, destinati a cambiare con il completamento dello scrutinio. Ma bastano a rendere evidente la difficoltà di entrambi i leader: il primo partito non ha automaticamente i numeri per governare e il vantaggio di una coalizione non equivale alla conquista del potere.

Affluenza record: alle urne il 77,7% degli elettori

Le elezioni del 27 ottobre hanno registrato una partecipazione eccezionale. Secondo i dati comunicati nella notte, ha votato il 77,7% degli aventi diritto, il livello più alto da oltre vent’anni.

È il primo voto nazionale dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e le guerre che hanno segnato i tre anni successivi. Una consultazione vissuta come un giudizio sulla sicurezza del Paese, sulla gestione del conflitto e sulla leadership di Netanyahu.

La mobilitazione elettorale ha interessato anche la popolazione araba israeliana, la cui rappresentanza parlamentare potrebbe assumere un peso decisivo nella nuova Knesset.

Eisenkot, l’ex generale che sfida Netanyahu

La figura centrale dell’opposizione è Gadi Eisenkot, già capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane. Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, Eisenkot aveva partecipato al gabinetto di guerra, per poi diventare uno dei principali avversari politici del premier.

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La sua campagna si è concentrata sulla necessità di ricostruire la fiducia nelle istituzioni, superare le divisioni interne e affrontare le responsabilità politiche e militari legate alla crisi del 2023. Alla chiusura delle urne, Eisenkot ha interpretato i primi risultati come una richiesta di cambiamento. Netanyahu, al contrario, ha rivendicato la tenuta del Likud e la possibilità di formare un nuovo esecutivo di destra.

Il peso dei partiti arabi: decisivi ma difficili alleati

Uno degli elementi più importanti del voto è la crescita della rappresentanza araba. Gli exit poll avevano inizialmente assegnato 18 seggi complessivi alla Lista Unita e a Ra’am, una presenza potenzialmente determinante negli equilibri parlamentari. Le proiezioni successive hanno ridimensionato il dato a 15 seggi, confermando comunque il peso di queste formazioni.

È qui che si concentra il principale ostacolo alla formazione del nuovo governo. Netanyahu esclude un’alleanza con i partiti arabi, mentre anche Eisenkot ha finora mostrato forti resistenze a costruire una coalizione che dipenda dal loro sostegno.

L’aritmetica parlamentare rischia quindi di trasformarsi in un problema politico: i seggi necessari per superare quota 61 potrebbero esserci solo attraverso accordi che i leader, durante la campagna elettorale, hanno sostanzialmente escluso.

Il ruolo del presidente Herzog e il rischio di nuove elezioni

Una volta completato lo scrutinio, toccherà al presidente israeliano Isaac Herzog valutare a quale leader affidare l’incarico di formare il governo. Il sistema israeliano non prevede che l’incarico spetti automaticamente al capo del partito più votato. Il presidente deve individuare il candidato che ritiene maggiormente in grado di ottenere la fiducia della Knesset.

Le trattative potrebbero richiedere settimane e coinvolgere numerose formazioni politiche, comprese quelle religiose e nazionaliste. Se nessuno riuscisse a costruire una maggioranza, il Paese potrebbe trovarsi davanti a un nuovo stallo istituzionale e, in ultima istanza, a un’altra tornata elettorale. Nel frattempo Netanyahu rimarrebbe alla guida dell’esecutivo per gli affari correnti.

Gaza, Iran e rapporto con Trump: cosa c’è in gioco

La sfida tra Netanyahu ed Eisenkot non riguarda soltanto gli equilibri interni. Il risultato influenzerà anche le scelte israeliane sulla sicurezza, sul futuro della Striscia di Gaza e sui rapporti con gli Stati Uniti.

Netanyahu ha impostato la campagna sulla continuità della propria linea di sicurezza, rivendicando i risultati delle operazioni militari contro Hamas, Hezbollah e Iran. Nella notte elettorale ha rilanciato la prospettiva di una collaborazione con il presidente americano Donald Trump per contrastare la minaccia iraniana.

Eisenkot si presenta come alternativa alla leadership del premier, ma le sue posizioni in materia di sicurezza restano rigorose. La contrapposizione riguarda quindi anche la credibilità del governo e le responsabilità per la crisi del 7 ottobre, non soltanto le strategie militari future.

I risultati completi sono attesi non prima di giovedì 29 ottobre.