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Ex Ilva, lo sciopero diventa a oltranza: Taranto bloccata, Genova e Novi verso lo stop

I sindacati chiedono "lavoro, non cassa integrazione" e un nuovo tavolo a Palazzo Chigi

Ex Ilva, lo sciopero diventa a oltranza: Taranto bloccata, Genova e Novi verso lo stop

La crisi dell’ex Ilva entra in una delle settimane più delicate degli ultimi anni. Dopo lo sciopero nazionale proclamato da Fim, Fiom, Uilm e Usb, a Taranto la protesta è proseguita con presidi e blocchi sulle statali 7 e 106. I lavoratori chiedono un nuovo tavolo a Palazzo Chigi e soprattutto “lavoro, non cassa integrazione”.

La mobilitazione è esplosa dopo la decisione di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria di fermare l’area a caldo di Taranto. Gli impianti sono per ora mantenuti in hot stand-by, cioè caldi ma senza produzione. Una condizione provvisoria: senza una svolta giudiziaria, il mantenimento in temperatura dovrebbe cessare il 24 ottobre, con spegnimento definitivo dal giorno successivo.

Il nodo della Cassazione

Tutto ruota attorno al 20 ottobre 2026, quando le Sezioni Unite della Corte di Cassazione esamineranno i ricorsi contro il provvedimento della Corte d’Appello di Milano che ha ordinato lo stop dell’area a caldo.

La decisione nasce dal procedimento promosso da alcuni cittadini di Taranto per i rischi legati a inquinamento e salute. La Corte d’Appello ha già respinto due richieste di sospensione, ribadendo che nel bilanciamento tra attività produttiva e tutela sanitaria deve prevalere il diritto alla salute. Se la Cassazione non cambierà il quadro, evitare lo spegnimento degli impianti diventerà molto difficile.

A rischio anche Genova e Novi Ligure

Lo stop di Taranto avrebbe conseguenze sull’intero gruppo. Dal 15 novembre potrebbero fermarsi temporaneamente anche gli stabilimenti di Genova Cornigliano e Novi Ligure, che lavorano a valle del ciclo produttivo e dipendono dai semilavorati prodotti a Taranto.

I sindacati chiedono quindi una soluzione ponte: acquistare sul mercato bramme e coils per mantenere operative le lavorazioni a freddo e consentire agli stabilimenti del Nord di continuare a produrre. A Genova si sta lavorando a un possibile piano specifico per evitare la fermata, anche attraverso lavorazioni per conto terzi. A Novi Ligure, dove sono coinvolte circa 550 famiglie, resta invece forte la preoccupazione per la cassa integrazione e per il futuro del sito.

A Taranto 3.500 lavoratori già in cassa

Il problema occupazionale è già pesante. A Taranto sono circa 3.500 i dipendenti diretti in cassa integrazione, su un organico complessivo poco inferiore agli 8.000 lavoratori.

A questi si aggiungono migliaia di addetti dell’indotto, molte delle cui aziende dipendono quasi interamente dalle commesse del siderurgico. È per questo che sindacati e istituzioni locali insistono sul fatto che gli ammortizzatori sociali non possano rappresentare l’unica risposta.

Il governo prepara un nuovo decreto

Il governo sta lavorando a un nuovo provvedimento che dovrebbe comprendere cassa integrazione in deroga per l’indotto, integrazioni economiche per i lavoratori di Acciaierie d’Italia e misure per favorire nuovi investimenti nell’area di Taranto. Per i sindacati, però, serve soprattutto un vero piano industriale: decarbonizzazione attraverso forni elettrici e Dri, presenza dello Stato e strumenti straordinari per accompagnare la transizione, compresi prepensionamenti e incentivi all’esodo.

Il futuro indicato per Taranto è quello di una produzione d’acciaio a minori emissioni, ma la trasformazione richiederà anni. Il problema è come mantenere in vita produzione, occupazione e competenze durante il passaggio al nuovo modello industriale.

Una crisi industriale, sociale e ambientale

La vicenda ex Ilva continua a tenere insieme tre questioni difficili da separare: la tutela della salute e dell’ambiente, il futuro di uno dei più importanti poli siderurgici italiani e la sopravvivenza economica di migliaia di famiglie. Il vero spartiacque sarà il 20 ottobre. Nel frattempo, la protesta continua. E quello che doveva essere uno sciopero di 24 ore è già diventato una mobilitazione senza una data di fine.