Da una parte la diplomazia, dall’altra i preparativi per una possibile nuova offensiva. È questa la situazione in Medio Oriente odierna, venerdì 9 ottobre 2026, mentre la guerra tra Stati Uniti e Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, entra nel suo ottavo mese. Secondo quanto riportato dal New York Times, il Pentagono ha predisposto nuove opzioni militari per riprendere operazioni su larga scala contro Teheran.
Fra gli scenari elaborati figurerebbe una campagna della durata di circa tre giorni, con attacchi contro l’arsenale iraniano di missili balistici e droni, depositi e piattaforme di lancio, strutture appartenenti ai Guardiani della Rivoluzione e anche alcune infrastrutture energetiche. I piani sarebbero stati elaborati dopo che Donald Trump aveva respinto diverse precedenti ipotesi di escalation presentate dalla sua squadra per la sicurezza nazionale.
Trump: “Nessun attacco prima del 3 novembre”
Nelle ultime ore lo stesso presidente americano ha cercato di raffreddare le attese. Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti non lanceranno nuovi attacchi contro l’Iran prima delle elezioni di Midterm del 3 novembre, sostenendo contemporaneamente che tra Washington e Teheran sono in corso “discussioni produttive”.
Il voto di novembre rappresenta inoltre un passaggio politicamente molto delicato per la Casa Bianca. Secondo un recente sondaggio Reuters/Ipsos, circa il 60% degli americani disapprova la gestione della guerra con l’Iran da parte di Trump. Fra le principali preoccupazioni ci sono l’aumento del prezzo della benzina e, più in generale, il costo della vita. Un conflitto iniziato con la prospettiva di una rapida soluzione è diventato così anche un importante problema di politica interna per il presidente.
Tre portaerei americane verso la regione
Se Trump frena pubblicamente sull’ipotesi di nuovi bombardamenti prima del voto, sul piano militare Washington continua però a costruire una forza considerevole. Gli Stati Uniti potrebbero arrivare a schierare tre gruppi navali con portaerei contemporaneamente in Medio Oriente, una concentrazione di forze estremamente significativa.
La USS Theodore Roosevelt, partita da San Diego, dovrebbe raggiungere la regione insieme ad altre unità navali e a un gruppo anfibio con migliaia di Marines. Nella zona sono già presenti le portaerei USS George H.W. Bush e USS George Washington. A regime, il dispositivo potrebbe comprendere oltre 20.000 marinai e Marines, fino a circa 150 aerei da combattimento, oltre a cacciatorpediniere dotati di sistemi antimissile e missili da crociera. L’obiettivo è soprattutto mettere a disposizione della Casa Bianca diverse opzioni nel caso in cui la diplomazia dovesse fallire.
Diplomazia e guerra in parallelo
La contraddizione è solo apparente. Mentre aumenta la pressione militare, Washington e Teheran continuano a negoziare indirettamente. Il nodo principale resta lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del mondo per il commercio di petrolio e gas.
Nelle ultime settimane le due parti hanno discusso un possibile accordo graduale che prevederebbe la riapertura del traffico attraverso Hormuz in cambio di concessioni americane e di un allentamento del blocco statunitense. Le distanze rimangono però profonde. L’Iran vuole mantenere il diritto all’arricchimento dell’uranio e parte delle proprie scorte nucleari, mentre Washington continua a chiedere una significativa riduzione delle capacità iraniane. Trump ha inoltre respinto una recente proposta di Teheran per la riapertura dello Stretto e la fine delle ostilità, giudicandola insufficiente.
Lo Stretto di Hormuz è uno dei principali strumenti di pressione iraniani. Negli ultimi giorni sono aumentati gli attacchi e gli incidenti che coinvolgono le petroliere. Il traffico navale è diminuito e Teheran ha minacciato nuove azioni contro le navi che utilizzano rotte non autorizzate dall’Iran.
Washington colpisce intanto la “flotta ombra” iraniana
La pressione americana non è soltanto militare. L’8 ottobre, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni contro la rete utilizzata dall’Iran per esportare clandestinamente petrolio e prodotti petrolchimici. Le misure colpiscono individui, società e 17 navi accusate di fare parte della cosiddetta “shadow fleet”, la flotta ombra utilizzata per aggirare le restrizioni internazionali. Washington punta così a ridurre ulteriormente le entrate che, secondo gli Stati Uniti, finanziano i Guardiani della Rivoluzione, il programma missilistico iraniano e le attività militari regionali.
Gli Houthi colpiscono Riad: la guerra si allarga
La tensione, nel frattempo, non riguarda soltanto Iran e Stati Uniti. Nelle ultime 24 ore gli Houthi dello Yemen, movimento sostenuto dall’Iran, hanno rivendicato un attacco con missile balistico contro l’aeroporto internazionale King Khalid di Riad, capitale dell’Arabia Saudita.
Le autorità saudite hanno riferito di avere intercettato due missili diretti verso Riad e un terzo verso Khamis Mushait. Frammenti caduti dopo un’intercettazione avrebbero danneggiato anche un asilo e una struttura sanitaria. Testimoni hanno riferito di esplosioni nell’area dell’aeroporto e almeno un velivolo della compagnia saudita sarebbe rimasto gravemente danneggiato. Diverse compagnie, tra cui Lufthansa e Air India, hanno sospeso temporaneamente i collegamenti con Riad. Gli Houthi hanno inoltre minacciato nuove azioni contro aeroporti e infrastrutture energetiche saudite. La crisi iraniana continua quindi ad alimentare una serie di conflitti collegati che coinvolgono Golfo Persico, Yemen, Mar Rosso e Stretto di Bab el-Mandeb, due delle principali arterie commerciali ed energetiche mondiali.