ennesimo pronunciamento

Ex Ilva, i giudici dicono ancora no: confermato lo stop agli altiforni. Cosa succede ora

Il 20 ottobre l’ultima partita in Cassazione

Ex Ilva, i giudici dicono ancora no: confermato lo stop agli altiforni. Cosa succede ora

Un altro no dei giudici e il tempo che continua a stringere per l’ex Ilva di Taranto. La Corte d’Appello di Milano ha respinto anche la seconda richiesta di sospendere lo spegnimento dell’area a caldo, confermando così il provvedimento che impone di fermare gli altiforni entro la fine di ottobre. La nuova istanza era stata presentata da Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia nel tentativo di mantenere gli impianti in funzione almeno fino alla decisione della Cassazione, prevista per il 20 ottobre 2026.

È il secondo pronunciamento sfavorevole in meno di un mese. L’11 settembre la stessa Corte aveva già respinto una prima richiesta di sospensiva, ribadendo che, nel bilanciamento tra continuità dell’attività industriale e tutela della salute dei cittadini, deve prevalere quest’ultima. La conseguenza concreta è che, allo stato attuale, l’ordine di spegnimento resta pienamente efficace.

Cosa significa fermare l’area a caldo

Il provvedimento riguarda l’area a caldo di Taranto, cioè il cuore della produzione siderurgica primaria: cokerie, altiforni e acciaierie che trasformano minerale di ferro e carbone in acciaio. È però il settore dal quale dipende l’intero ciclo produttivo dello stabilimento.

La Corte d’Appello aveva ordinato il fermo il 27 luglio, concedendo 90 giorni per completare le operazioni in sicurezza. Alla base della decisione ci sono le condizioni ambientali dell’impianto, in particolare la presenza di amianto e le emissioni di polveri sottili, considerate incompatibili con la tutela della salute nelle condizioni produttive autorizzate. Secondo i giudici, l’attività potrà eventualmente riprendere solo dopo la rimozione dell’amianto ancora presente e l’adozione delle misure necessarie a riportare le emissioni entro condizioni considerate sicure.

Perché l’azienda aveva chiesto un altro rinvio

La seconda richiesta nasce da un fatto nuovo. Dopo il primo no di settembre, la Cassazione ha deciso di accelerare eccezionalmente i tempi, fissando per il 20 ottobre l’udienza davanti alle Sezioni Unite sui ricorsi presentati da Ilva, Acciaierie d’Italia e AdI Holding. La stessa Suprema Corte ha motivato la scelta con la presenza di interessi che incidono su “diritti fondamentali” e con l’importanza della decisione impugnata. Complessivamente i ricorsi contengono 25 motivi di impugnazione.

Le aziende avevano quindi chiesto ai giudici milanesi di congelare lo spegnimento per pochi giorni, in attesa di conoscere il verdetto della Cassazione. La Corte d’Appello ha detto ancora una volta no. Significa che la fissazione dell’udienza del 20 ottobre non sospende automaticamente l’ordine di fermata e che l’azienda deve continuare a prepararsi allo spegnimento.

Il 20 ottobre resta la data decisiva

La prossima data cerchiata in rosso è 20 ottobre, quando le Sezioni Unite della Cassazione affronteranno i ricorsi contro il decreto milanese. L’udienza arriverà appena pochi giorni prima della scadenza fissata per il fermo dell’area a caldo. È quindi l’ultimo grande passaggio giudiziario prima dello spegnimento.

Uno dei nodi posti nei ricorsi riguarda anche la giurisdizione, cioè se a pronunciarsi su una materia di questo tipo dovesse essere il giudice ordinario oppure quello amministrativo. Proprio per l’urgenza e la delicatezza della situazione, la Cassazione ha ridotto drasticamente i normali tempi del procedimento.

Il problema degli impianti: spegnere non è premere un interruttore

Per un’acciaieria a ciclo integrale fermare un altoforno non significa semplicemente spegnere una macchina e riaccenderla qualche settimana dopo. Le amministrazioni straordinarie hanno sostenuto nei ricorsi che una fermata prolungata potrebbe provocare danni gravi e potenzialmente irreversibili agli impianti, con effetti sulla possibilità stessa di riprendere in futuro la produzione. Nella precedente richiesta di sospensiva avevano parlato di un “danno grave e irreparabile” anche per la struttura produttiva e per l’occupazione.

È proprio questo rischio industriale che rende necessario preparare le operazioni con largo anticipo rispetto alla data fissata dai giudici. Dall’altra parte, la Corte ha già chiarito che il possibile danno economico non può prevalere sul rischio sanitario individuato nel procedimento.

Migliaia di lavoratori aspettano di sapere cosa succederà

Dietro il confronto giudiziario c’è un problema sociale enorme. Il gruppo ex Ilva conta circa 10.000 dipendenti diretti nei diversi siti, mentre nella sola area a caldo di Taranto sono coinvolti circa 5.000 lavoratori. A questi si aggiungono migliaia di addetti dell’indotto. Nelle settimane successive al primo pronunciamento erano stati annunciati circa 2.500 licenziamenti collettivi nelle aziende appaltatrici, poi temporaneamente congelati in attesa degli sviluppi giudiziari.

Il governo sta lavorando a un pacchetto che comprende nuova cassa integrazione per i dipendenti diretti, ammortizzatori per l’indotto e misure per accompagnare la trasformazione industriale del sito. Il sottosegretario Alfredo Mantovano ha ribadito che l’obiettivo dell’esecutivo resta quello di mantenere in Italia una produzione siderurgica.

Urso: “La sentenza va rispettata”

Il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva anticipato nei giorni scorsi che il governo avrebbe rispettato la decisione della magistratura.

“Quando arriverà la sentenza non si potrà che applicarla, necessariamente, doverosamente”, aveva dichiarato, precisando che l’esecutivo ha già preparato un nuovo decreto sull’ex Ilva ma attendeva di conoscere il quadro giudiziario prima di intervenire.

Resta aperta anche la partita per la vendita. Il gruppo indiano Jindal ha manifestato interesse per un progetto che comprenda anche la produzione siderurgica, mentre una cordata promossa da Federacciai e 14 imprese italiane ha presentato una manifestazione di interesse concentrata soprattutto sugli impianti a freddo, lasciando fuori l’attuale area a caldo di Taranto.