La direttiva europea sulle cosiddette “case green“ torna al centro dell’attenzione. Il 1° ottobre 2026 la Commissione europea ha inviato all’Italia un parere motivato perché non ha ancora presentato la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici, prevista entro il 31 dicembre 2025.
Roma ha ora due mesi per rispondere e trasmettere il documento. In caso contrario Bruxelles potrà decidere di deferire l’Italia alla Corte di giustizia europea. La procedura riguarda un obbligo dello Stato italiano, non significa che siano scattate multe o ordini di ristrutturazione per i proprietari di case poco efficienti. Ed è proprio su questo punto che negli ultimi anni si è creata molta confusione.
Non esiste l’obbligo per ogni casa di arrivare in classe E
La versione definitiva della direttiva europea 2024/1275, entrata in vigore nel 2024, è diversa dalle prime proposte discusse a Bruxelles. Non stabilisce che ogni abitazione privata debba raggiungere la classe E entro il 2030 e la D entro il 2033. Per il patrimonio residenziale viene invece fissato un obiettivo nazionale: il consumo medio di energia primaria degli edifici dovrà diminuire almeno del 16% entro il 2030 rispetto al 2020 e del 20-22% entro il 2035.
Il parametro riguarda quindi l’insieme delle abitazioni del Paese, non la singola casa. Sarà ogni Stato a decidere attraverso quali misure raggiungere il risultato. La stessa Commissione europea chiarisce esplicitamente che la direttiva non impone un obbligo europeo di ristrutturazione a ogni singolo proprietario.
Le case peggiori saranno però quelle più coinvolte
Questo non significa che per le abitazioni meno efficienti non cambierà nulla. La direttiva stabilisce che almeno il 55% della riduzione dei consumi richiesta agli Stati debba essere ottenuta intervenendo sul 43% degli edifici residenziali con le prestazioni energetiche peggiori.
Non significa che entro il 2030 il 43% delle abitazioni italiane dovrà essere completamente ristrutturato. Significa invece che il governo dovrà concentrare una parte consistente degli interventi e degli incentivi proprio sugli immobili più energivori.
E per l’Italia non è una questione marginale. Secondo l’ultimo rapporto ENEA sulla certificazione energetica, fra gli attestati residenziali emessi nel 2024 circa il 21,2% degli immobili era in classe F e il 24,2% in classe G: complessivamente circa il 45%. Il dato riguarda gli immobili certificati nell’anno e non può essere automaticamente esteso a tutte le abitazioni italiane, ma mostra la dimensione del problema.
Una casa in classe G si potrà ancora vendere o affittare
Un’altra delle convinzioni più diffuse è che dal 2030 non sarà più possibile vendere o affittare un’abitazione in classe energetica G. La direttiva europea non prevede un divieto generalizzato di questo tipo. Una casa in classe F o G continuerà quindi a poter essere compravenduta o locata, salvo eventuali regole ulteriori che dovesse introdurre in futuro il legislatore italiano.
Diventerà invece sempre più importante l’APE, l’Attestato di prestazione energetica, perché permette di conoscere consumi, classe energetica e possibili interventi migliorativi. La nuova disciplina rafforza inoltre il ruolo dell’attestato nei passaggi immobiliari e nelle ristrutturazioni importanti.
Nessun cappotto obbligatorio per tutti
Non esiste neppure un intervento standard imposto dall’Europa. Una casa può ridurre i consumi attraverso il cappotto termico, ma anche sostituendo finestre e infissi, isolando tetti e solai, migliorando gli impianti di riscaldamento, installando pompe di calore, sistemi di regolazione o fonti rinnovabili.
La scelta dipende dalle caratteristiche dell’edificio. In un condominio, per esempio, potrebbe essere più conveniente intervenire su facciata e impianto centralizzato; in un’abitazione indipendente il risultato potrebbe essere raggiunto attraverso una combinazione differente di lavori. La direttiva permette inoltre di procedere con ristrutturazioni per fasi, senza imporre necessariamente un unico grande intervento.
Caldaie a gas: non devono essere cambiate tutte nel 2040
Anche sulle caldaie occorre distinguere tra incentivi e divieti. Dal 1° gennaio 2025 gli Stati membri non possono più concedere incentivi finanziari per l’installazione di caldaie autonome alimentate esclusivamente da combustibili fossili, salvo alcune eccezioni previste dalle norme europee. Questo non significa però che una caldaia a gas già installata debba essere rimossa.
La direttiva chiede agli Stati di predisporre una traiettoria verso l’eliminazione progressiva delle caldaie a combustibili fossili entro il 2040, ma non stabilisce che il 1° gennaio 2040 ogni famiglia debba obbligatoriamente aver sostituito il proprio apparecchio. Le modalità concrete dipenderanno dalle norme nazionali.
Pannelli solari: non su tutte le case esistenti
Neppure il fotovoltaico diventerà automaticamente obbligatorio sui tetti di tutte le abitazioni. La direttiva prevede invece l’introduzione progressiva del solare soprattutto sui nuovi edifici. Per quelli residenziali di nuova costruzione l’obiettivo è l’installazione entro la fine del 2029, quando tecnicamente adatta ed economicamente sostenibile.
Dal 2030 tutti i nuovi edifici dovranno inoltre essere a emissioni zero; per i nuovi edifici di proprietà pubblica la scadenza arriva già nel 2028. “Emissioni zero” non significa necessariamente che ogni casa debba produrre autonomamente tutta l’energia che consuma: l’energia potrà arrivare anche da reti efficienti, comunità energetiche o altre fonti rinnovabili.
Seconde case ed edifici storici: possibili deroghe
La direttiva lascia agli Stati la possibilità di introdurre alcune esclusioni. Tra gli edifici che possono essere trattati diversamente ci sono quelli sottoposti a tutela storico-architettonica, quando gli interventi ne altererebbero il valore, alcuni fabbricati indipendenti sotto i 50 metri quadrati e determinate abitazioni utilizzate solo per brevi periodi dell’anno e caratterizzate da consumi molto limitati. La semplice definizione di “seconda casa”, però, non comporta automaticamente un’esenzione.
Quanto costeranno i lavori?
È probabilmente la domanda più importante e quella alla quale oggi è impossibile dare una risposta unica. Cambiare gli infissi in un appartamento, installare una pompa di calore o isolare completamente un vecchio condominio sono interventi con costi completamente differenti.
La direttiva europea non stabilisce quindi una cifra da spendere per ogni abitazione. Prevede però che gli Stati accompagnino la transizione con incentivi, finanziamenti, assistenza tecnica e sostegni specifici, soprattutto per le famiglie vulnerabili e per chi vive in condizioni di povertà energetica. Non esiste al momento una garanzia che Bruxelles o lo Stato rimborsino integralmente qualsiasi lavoro.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che l’Italia dovrà chiarire nel proprio Piano nazionale: quali edifici privilegiare, quali incentivi utilizzare e con quali risorse finanziare la trasformazione.
Perché l’Italia è stata richiamata da Bruxelles
La bozza del Piano nazionale di ristrutturazione avrebbe dovuto essere trasmessa alla Commissione entro il 31 dicembre 2025. Dopo una prima lettera di messa in mora inviata a marzo, il 1° ottobre Bruxelles ha compiuto il passo successivo della procedura d’infrazione, inviando il parere motivato all’Italia e ad altri otto Stati.
Il documento definitivo dovrà comunque essere presentato entro il 31 dicembre 2026 e dovrà contenere la fotografia del patrimonio immobiliare italiano, gli obiettivi per il 2030, 2040 e 2050, le misure previste e soprattutto le fonti di finanziamento. La direttiva europea stabilisce infatti dove deve arrivare l’Italia, ma sarà il piano nazionale a spiegare come intende arrivarci.
Cosa deve fare oggi chi possiede una casa
Per il momento, quindi, chi possiede un’abitazione in classe F o G non ha ricevuto dall’Europa un ordine di ristrutturare entro una determinata data. La cosa più utile è conoscere l’efficienza reale dell’immobile attraverso un APE aggiornato e, nel caso siano già previsti lavori su tetto, facciata, serramenti o impianti, valutare se convenga integrarli con interventi di efficientamento.