A più di dieci anni dalla morte di Giulio Regeni, ricercatore italiano originario di Fiumicello Villa Vicentina (provincia di Udine, in Friuli Venezia Giulia), il tribunale di Roma di piazzale Clodio ha emesso la sentenza di primo grado nei confronti dei quattro 007 dell’Egitto finiti a processo.
Al banco degli imputati gli agenti dei servizi di sicurezza interni egiziani: il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Uhsam Helmi e il generale Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Tutti non presenti in aula (come avvenuto durante tutto il processo) e formalmente irreperibili perché l’Egitto si è rifiutato di fornire gli indirizzi per recapitare gli atti processuali.
Tre di loro – Sharif, Helmi e Kamel Mohamed – sono stati condannati a dieci anni per sequestro di persona, mentre il quarto, cioè Sabir, è stato assolto.
“Dovremo attendere le motivazioni per riuscire ad avere il quadro completo del ragionamento della Corte d’assise. Credo si possa dire che la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto – ha dichiarato il procuratore di Roma Francesco Lo Voi – Ci sono state tre condanne su quattro, anche se non per tutti i reati, per una attività che era stata posta in essere da persone legate allo Stato egiziano. Siamo soddisfatti per avere tirato fuori questo procedimento dal pantano in cui era finito. Siamo riusciti, attivando anche la Corte costituzionale, a procedere e a svolgere un processo davanti a una corte di assise autonoma e indipendente, in presenza della quale anche gli imputati assenti sono stati egregiamente rappresentati”.
Presenti in Tribunale i genitori e la sorella di Giulio Regeni, Paola Deffendi, Claudio Regeni e Irene Regeni, assistiti dalla legale Alessandra Ballerini. In tribunale, oltre ai sostenitori della campagna “Verità per Giulio Regeni“, anche la segretari del Partito Democratico Elly Schlein, il deputato PD Gianni Cuperlo e l’europarlamentare PD Annalisa Corrado.
“‘Verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, non solo a tutela delle legittime aspettative dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale’. Queste le parole del nostro presidente Sergio Mattarella nel messaggio inviato alla famiglia Regeni per il decimo anniversario della scomparsa di Giulio. Queste parole oggi hanno trovato concretezza in una sentenza emessa nel nome del popolo italiano” ha dichiarato l’avvocata Alessandra Ballerini. La sentenza, ha aggiunto, “costituisce appunto un presidio per tutti i Giulio e le Giulie del mondo. Ed è questo presidio che abbiamo sempre chiesto e invocato al di là delle singole condanne. È evidente che l’impianto probatorio sostenuto dalla procura ha superato il vaglio della Corte”.
La scomparsa e la morte di Giulio Regeni
Giulio Regeni, nato il 15 gennaio 1988, si trovava in Egitto dal 2015 come dottorando dell’università di Cambridge (Inghilterra) per fare una ricerca sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti.
La sera del 25 gennaio 2016 Giulio scomparve nel centro del Cairo. Il suo corpo senza vita fu trovato nove giorni dopo, il 3 febbraio 2026, sul cavalcavia Hazem Hassan, lungo la strada dal Cairo ad Alessandria. Giulio era nudo dalla vita in giù e irriconoscibile a causa delle torture. L’autopsia ha sancito che le lesioni del ricercatore erano state fatte in momenti diversi con bastoni, coltelli e mazze: Giulio era morto per la frattura di una vertebra cervicale.
I depistaggi
Sul caso Regeni tanti furono i tentativi di depistaggio da parte delle autorità egiziane (formalmente repubblica semipresidenziale, ma di fatto regime autoritario e militarizzato), le quali provarono a far passare la morte del ricercatore prima come incidente stradale, poi come omicidio avvenuto durante una relazione omosessuale e infine come regolamento di conti tra trafficanti di droga.
Addirittura, nel marzo 2016, l’Egitto annunciò di aver scoperto gli autori dell’omicidio, accusando cinque membri di una banda criminale, tutti però uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia. Nella casa di uno di questi banditi vennero ritrovati i documenti di Giulio, ma successivamente si scoprì che era stato qualcuno ad averli messi lì.
Gli imputati
A denunciare Regeni ai servizi segreti egiziani, secondo l’indagine della Procura, è stato Mohammed Abdallah, leader del sindacato dei venditori ambulanti, il quale filmò per conto degli 007 alcuni incontri avuti con il ricercatore italiano. Questi video sono stati acquisiti dagli investigatori italiani e sono anche stati mostrati nel documentario “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo“.
Secondo gli accertamenti investigativi, i servizi segreti egiziani si erano convinti che Regeni fosse una spia e che le sue ricerche coi sindacati fossero pericolose per il regime, dato che lui aveva contatti con i sindacati stessi e con attivisti antigovernativi. E’ stato possibile risalire all’identità degli 007 grazie a testimoni, i quali hanno riferito che Giulio è stato portato a Lazoughly, edificio del ministero dell’Interno al Cairo dove i detenuti venivano torturati.
La trafila giudiziaria si è caratterizzata di partenze e intoppi. Dopo la chiusura delle indagini della Procura di Roma nel dicembre 2020, la Corte d’Assise della Capitale ha sospeso il processo perché l’Egitto si è rifiutato di fornire gli indirizzi dei quattro indagati, rendendo impossibile notificare loro gli atti secondo il codice di procedura penale.
Nel settembre 2023, tuttavia, con la sentenza n. 192, la Corte Costituzionale ha stabilito che si può procedere anche in assenza degli imputati, qualora la mancata conoscenza del processo è dovuta al deliberato rifiuto dello Stato estero di cooperare. Nel febbraio 2024 è partito ufficialmente il processo.