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Giornata mondiale Alzheimer, 1,2 milioni di italiani con demenza: arriva il nuovo Piano nazionale

Intanto la ricerca entra in una fase nuova: 158 farmaci sono allo studio, avanzano i test del sangue e sono già disponibili in Europa le prime terapie capaci di rallentare la progressione nelle fasi iniziali

Giornata mondiale Alzheimer, 1,2 milioni di italiani con demenza: arriva il nuovo Piano nazionale

Non è più soltanto una delle grandi malattie dell’invecchiamento. L’Alzheimer è ormai una delle principali sfide sanitarie e sociali dei Paesi occidentali. Oggi, 21 settembre, si celebra la Giornata mondiale dell’Alzheimer. Secondo i dati ricordati questa mattina dal ministro della Salute Orazio Schillaci, in Italia vivono circa 1,2 milioni di persone con una forma di demenza, oltre la metà delle quali affetta da Alzheimer. A queste si aggiungono circa 900.000 persone con disturbi cognitivi lievi, la cosiddetta Mild Cognitive Impairment, che non necessariamente evolverà in demenza ma rappresenta una condizione da seguire con attenzione.

Il fenomeno è destinato a crescere con l’invecchiamento della popolazione. Le stime dell’Istituto Superiore di Sanità indicano inoltre circa 24.000 casi di demenza a esordio precoce, tra i 35 e i 64 anni.

Schillaci annuncia il nuovo Piano nazionale Demenze

La principale novità italiana della giornata è l’annuncio del Piano nazionale Demenze 2027-2031.

“Una strategia nazionale che guarda alla prevenzione, alla diagnosi, alle cure possibili, all’inclusione, al sostegno dei caregiver, ai sistemi informativi e alla ricerca”, ha spiegato Schillaci. Il documento dovrà arrivare entro la fine di ottobre alla Conferenza Unificata e conterrà obiettivi e indicatori misurabili.

Il ministro ha annunciato anche una proposta di finanziamento nella prossima legge di Bilancio, con l’obiettivo di ridurre le forti differenze territoriali nell’assistenza. Il Fondo per Alzheimer e demenze ha già ricevuto quasi 35 milioni di euro per il periodo 2024-2026, ma il nuovo Piano punta a rendere gli interventi strutturali e non più legati soltanto a finanziamenti temporanei.

La parola chiave del 2026 è diagnosi precoce

Il messaggio scelto da Alzheimer’s Disease International per la campagna 2026 è molto chiaro: “The Earlier You Know, The More You Can Do”, prima si arriva alla diagnosi, maggiori sono le possibilità di intervenire. La diagnosi precoce è diventata ancora più importante perché sta cambiando la medicina dell’Alzheimer. Non significa soltanto organizzare prima assistenza e sostegno alla famiglia: alcune delle nuove terapie possono essere utilizzate proprio nelle fasi iniziali della malattia, quando il deterioramento cognitivo è ancora lieve.

La rivoluzione dei test del sangue

Una delle novità scientifiche più promettenti riguarda i biomarcatori nel sangue. Proteine come la p-tau217 stanno mostrando una capacità crescente di individuare la presenza della patologia di Alzheimer, avvicinando la prospettiva di una diagnosi molto meno invasiva rispetto alla puntura lombare e più facilmente accessibile rispetto alla PET cerebrale.

La ricerca sta andando persino oltre: p-tau217 e GFAP possono essere misurate anche attraverso un piccolo prelievo capillare dal dito, con risultati correlati sia ai prelievi venosi sia alle performance cognitive. È ancora ricerca e non uno screening da fare autonomamente alla popolazione, ma indica chiaramente la direzione futura.

I primi farmaci che modificano la malattia, ma in Italia no rimborso

La seconda grande rivoluzione riguarda i farmaci. Lecanemab (Leqembi) e donanemab (Kisunla) sono anticorpi monoclonali diretti contro la beta-amiloide. Non guariscono l’Alzheimer e non restituiscono le capacità cognitive già perdute, ma negli studi clinici hanno dimostrato di poter rallentare la progressione della malattia in alcuni pazienti nelle fasi iniziali.

Entrambi hanno ottenuto l’autorizzazione europea, con indicazioni limitate a specifiche categorie di pazienti e con controlli particolarmente rigorosi per il rischio di effetti avversi cerebrali, in particolare le anomalie ARIA associate ad edema o microemorragie. In Italia, però, la situazione è diversa sul fronte dell’accesso attraverso il sistema pubblico. A giugno la Commissione scientifica ed economica dell’AIFA ha confermato la non ammissione alla rimborsabilità da parte del Servizio sanitario nazionale di entrambi i medicinali, ritenendo non raggiunti i requisiti minimi per il rimborso. Tra gli elementi considerati figura anche l’entità giudicata modesta del rallentamento clinico osservato a 18 mesi.

È uno dei temi più delicati dei prossimi anni: non solo sviluppare nuovi trattamenti, ma stabilire a quali pazienti offrirli, con quali controlli e a quali costi per il sistema sanitario.

Nel mondo 158 farmaci in 192 sperimentazioni

Ed è proprio alla ricerca clinica che è dedicato il World Alzheimer Report 2026, pubblicato oggi da Alzheimer’s Disease International con il titolo A New Era in Dementia Clinical Trials.

Il dato dà la misura del cambiamento: attualmente sono 158 i farmaci studiati all’interno di 192 sperimentazioni cliniche per Alzheimer e altre demenze. La ricerca non riguarda più soltanto l’amiloide, ma anche tau, neuroinfiammazione, metabolismo, sistema immunitario, protezione dei neuroni e diversi meccanismi biologici della malattia.

Il rapporto mette però in evidenza un problema: per testare queste terapie occorrono migliaia di pazienti, compresi soggetti nelle fasi molto precoci della malattia, e la partecipazione agli studi resta estremamente disomogenea tra Paesi e gruppi sociali.

Capire non solo chi ha l’Alzheimer, ma come evolverà

La ricerca sta cambiando anche domanda.

La vera sfida non è più soltanto diagnosticare l’Alzheimer, ma prevederne l’evoluzione“, ha spiegato in occasione della Giornata mondiale Paolo Maria Rossini, neuroscienziato dell’Irccs San Raffaele di Roma.

Biomarcatori, genetica, neuroimaging e test cognitivi potrebbero consentire in futuro non soltanto di riconoscere la malattia prima, ma anche di capire quali pazienti progrediranno rapidamente, quali più lentamente e quale terapia potrebbe essere più adatta a ciascuno. Rossini invita però a non creare illusioni: la fase scientifica è realmente nuova, ma l’Alzheimer resta una malattia per la quale oggi non esiste ancora una cura risolutiva.

Emergenza caregiver

Dietro ogni diagnosi, infine, c’è quasi sempre una famiglia. Un’indagine diffusa alla vigilia della Giornata mondiale su 702 caregiver ed ex caregiver mostra che oltre uno su due dedica all’assistenza più di 12 ore al giorno. Il 91,2% dichiara di trascurare la propria salute, il 73,4% riferisce frequente esaurimento emotivo e il 71,1% solitudine nella gestione del familiare. Soltanto il 20,1% ha attivato un aiuto professionale.

Ed è probabilmente qui che la Giornata mondiale 2026 restituisce il quadro più realistico: la ricerca sull’Alzheimer non era mai stata così avanzata, ma il salto scientifico deve ancora trasformarsi pienamente in diagnosi accessibili, terapie sostenibili e assistenza quotidiana per pazienti e famiglie.