“Custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale“. E’ stato questo il fulcro della prima lettera enciclica “Magnifica Humanitas” scritta da Papa Leone XIV. L’enciclica è un importante documento pontificio, inviato dal Santo Padre ai vescovi, per educare e guidare la Chiesa su argomenti dottrinali, morali o sociali (in copertina: immagine di repertorio creato con l’intelligenza artificiale).
“Stiamo sperimentando un’eclissi del senso di ciò che significa essere umani, come evidenziato dalla sfrenata implementazione di tecnologia a scapito della dignità umana. È necessario riacquistare una comprensione del vero significato e della vera grandezza dell’umanità come intesi da Dio. La sfida che stiamo attualmente affrontando non è tecnologica, ma antropologica”.
Con queste parole il Pontefice era nuovamente tornato su uno degli argomenti più rilevanti nella società di oggi, al quale prestare la massima attenzione. Secondo Prevost, l’intelligenza artificiale, tra le ultime frontiere del progresso tecnologico, sta rivoluzionando la nostra vita in ogni ambito (istruzione, lavoro, sanità, governance…) e, in tal senso, un simile cambiamento epocale richiede responsabilità e tutela del capitale umano, senza che si producano ulteriori disparità tra le persone.
Leone XIV ha ribadito la necessità di guidare l’innovazione con saggezza, evitando che diventi strumento di dominio e prevaricazione. Il Papa ha quindi invitato i legislatori a non ostacolare il progresso, ma a garantire che l’IA non eroda la dignità umana.
L’IA nella chiesa: lo studio in Germania
A riguardo, il Santo Padre si era espresso anche coi suoi sacerdoti affinché non si lasciassero cadere troppo nella tentazione di affidare la preparazione delle loro omelie all’intelligenza artificiale. Questo perché la predicazione rappresenta una fede da comunicare, circostanza che l’IA non possiede, ma assembla solo testi, citazioni e concetti.
Secondo Prevost, qualcosa di personale e spirituale come la religione e il messaggio di Dio non possono uscir fuori da un computer o da un algoritmo, ma deve essere la figura del prete a fare da intermediario per trasmetterli ai fedeli. Ecco perché stona particolarmente quanto emerso di recente da uno studio effettuato in Germania.
La ricerca “DiRK 2026 – Digitalizzazione nello spazio delle Chiese“, condotto dalla Macromedia University e dal Versicherer im Raum der Kirchen su 7.178 cattolici e protestanti, ha infatti rivelato che il 62% dei parroci tedeschi utilizza già strumenti IA (di cui il 20% li impiega di frequente).
Nel dettaglio, gli usi riguardano soprattutto creazione di testi (62,3%), ricerca (60,9%) e traduzioni (35,2%). Dalle risposte raccolte, è emerso inoltre che la preparazione di omelie e sermoni simboleggia uno degli ambiti più importanti affidato o affiancato dall’intelligenza artificiale.
Tra gli altri elementi venuti fuori dallo studio, un sacerdote su cinque non ha mai avuto a che fare con questi strumenti, mentre il 15,3% ha riferito di averli solo sperimentati. Il 58% dei dipendenti delle Chiese in Germania, invece, utilizza applicazioni IA o prevede di farlo.
Mancano strategie e formazione
Holger Sievert, responsabile della ricerca, ha affermato che a fronte di una digitalizzazione crescente, mancano strategie e formazione che guidino questa trasformazione tecnologica e culturale. Lo studio ha infine evidenziato un divario tra l’etica e la pratica, con l’IA che viene usata senza una riflessione approfondita sulle sue implicazioni.
Insomma, quanto emerso dalla ricerca “DiRK 2026” fa capire che l’intelligenza artificiale è inevitabilmente entrata a far parte anche della chiesa. Mentre sul tema Papa Leone XIV non frena l’innovazione, ma sostiene che bisogna agire preservando i valori umani, in ambito cristiano ci si continua a interrogare affinché l’uso dell’IA sia guidato da una riflessione etica e strategica, con l’obiettivo di ridurre al minimo i rischi.