TARANTO

Ex Ilva: “La salute prevale sul lavoro”. La Corte d’Appello conferma lo stop all’area a caldo

Respinta la richiesta di sospensiva di Acciaierie d’Italia. I giudici: prima di riaccendere gli impianti servono la rimozione completa dell’amianto e il ritorno delle polveri sottili entro limiti di sicurezza

Ex Ilva: “La salute prevale sul lavoro”. La Corte d’Appello conferma lo stop all’area a caldo

La parola chiave della nuova decisione sull’ex Ilva di Taranto è una: salute. La Corte d’Appello civile di Milano ha respinto la richiesta di sospensione presentata da Acciaierie d’Italia e da Ilva in Amministrazione Straordinaria, confermando il blocco dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico.

La decisione mantiene quindi lo stop agli impianti disposto nei mesi scorsi e ribadisce che la produzione potrà ripartire solo dopo il rispetto di precise condizioni ambientali e sanitarie: la rimozione integrale dell’amianto ancora presente negli impianti e l’adozione di misure capaci di riportare le emissioni di polveri sottili entro limiti considerati sicuri.

Prima la tutela della salute

Nel provvedimento, la Corte d’Appello sottolinea che nel bilanciamento tra interessi economici e tutela dei cittadini deve prevalere il diritto alla salute.

I giudici scrivono che “il bilanciamento tra i contrapposti interessi non può che far propendere a favore delle ragioni di tutela della salute” per le quali era stata disposta la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo.

Un passaggio centrale riguarda anche la modifica dell’articolo 41 della Costituzione, che oggi stabilisce che l’iniziativa economica privata non può svolgersi “in modo da recare danno alla salute e all’ambiente”. Secondo la Corte, nel conflitto tra la continuità produttiva dello stabilimento e il diritto dei cittadini a non essere esposti a livelli di rischio non accettabili, assumono un peso prioritario “la vita e la salute, ossia valori di rilievo costituzionale”.

Amianto e polveri: le condizioni per riaprire gli impianti

Il blocco dell’area a caldo non è stato disposto come misura definitiva di chiusura dello stabilimento, ma come una sospensione legata al mancato superamento di alcune criticità ambientali.

La Corte indica due condizioni fondamentali per un’eventuale ripartenza. La prima è la bonifica completa dell’amianto ancora presente nella struttura industriale. La seconda riguarda le emissioni di polveri sottili, che dovranno essere riportate entro livelli compatibili con la tutela della salute pubblica nello scenario produttivo autorizzato, pari a sei milioni di tonnellate annue di acciaio.

La decisione dei giudici arriva dopo anni di contenzioso sulla compatibilità tra attività siderurgica, ambiente e salute dei residenti del territorio tarantino.

Il ricorso dell’azienda: il nodo della continuità produttiva

Acciaierie d’Italia aveva chiesto la sospensione del provvedimento sostenendo che il blocco dell’area a caldo avrebbe provocato un danno economico grave e compromesso la funzionalità degli impianti. La società aveva richiamato anche il percorso di adeguamento seguito negli ultimi anni attraverso l’Autorizzazione integrata ambientale (AIA) e aveva sostenuto che le emissioni dello stabilimento fossero rientrate nei limiti previsti.

La Corte, però, ha ritenuto queste argomentazioni non sufficienti. Nel provvedimento si legge che tali elementi erano già stati valutati e considerati “quanto meno in parte infondati o irrilevanti” rispetto alla necessità di garantire la tutela sanitaria.

Il nodo degli impianti: il rischio di danni irreversibili

Uno degli argomenti portati dall’azienda riguardava il possibile deterioramento degli impianti in caso di fermata prolungata.

I giudici, tuttavia, hanno richiamato le osservazioni dei cittadini e della Procura generale della Corte d’Appello, secondo cui non sarebbe stata fornita una dimostrazione concreta dell’irreparabilità degli impianti né una valutazione dettagliata dei costi necessari per adeguarli alle prescrizioni.

Nel provvedimento viene ricordato anche che gli altiforni dello stabilimento hanno decenni di attività alle spalle e che, negli anni, sono stati più volte fermati per interventi di manutenzione e adeguamento senza che questo abbia impedito la successiva ripartenza.

Lavoro e salute: il conflitto storico di Taranto

La decisione riapre il tema più delicato della vicenda Ilva: il rapporto tra diritto al lavoro e diritto alla salute. La Corte riconosce la gravità delle conseguenze economiche e occupazionali legate allo stop produttivo, ma sottolinea che il conflitto non nasce oggi. La questione della compatibilità ambientale dello stabilimento di Taranto è aperta da anni e, secondo i giudici, lo spegnimento dell’area a caldo non può essere considerato un evento improvviso.

La sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo non pare possa essere considerata come un evento improvviso ma, piuttosto, come un evento prevedibile”, afferma la Corte, richiamando la responsabilità degli operatori coinvolti nel tempo.