La dengue torna sotto osservazione in Italia nella fase finale dell’estate, il periodo dell’anno in cui la zanzara tigre (Aedes albopictus) raggiunge la massima attività e può favorire la trasmissione locale del virus.
L’ultimo bollettino della sorveglianza nazionale coordinata dall’Istituto superiore di sanità (ISS) fotografa una situazione in evoluzione: dall’1 gennaio all’8 settembre 2026 sono stati registrati 265 casi confermati di dengue in Italia. Di questi, 24 sono classificati come autoctoni, cioè acquisiti sul territorio nazionale senza un viaggio recente in aree dove la malattia è diffusa. Tutti gli altri casi risultano associati a viaggi all’estero. Non sono stati segnalati decessi.
Il dato che ha richiamato l’attenzione degli epidemiologi riguarda soprattutto la comparsa di due focolai locali, individuati nelle ultime settimane in Toscana e Puglia.
Toscana, il focolaio di Livorno: i primi casi a fine agosto
Il cluster più importante è quello emerso in Toscana, nella provincia di Livorno. La segnalazione iniziale risale alla seconda metà di agosto 2026, quando è stato identificato un caso di dengue che ha fatto scattare le procedure di sorveglianza e gli interventi contro le zanzare. Nei giorni successivi sono emersi altri casi collegati alla stessa area di esposizione.
L’aggiornamento dell’ISS dell’8 settembre ha definito il quadro epidemiologico: il focolaio toscano comprende 20 casi confermati, tutti sintomatici, con esposizione riconducibile a un Comune della provincia di Livorno.
La Regione Toscana ha attivato le misure previste dai protocolli sanitari, con monitoraggio dei casi, ricerca dei contatti e interventi di disinfestazione per ridurre la presenza della Aedes albopictus, il vettore che può trasformare un caso importato in una catena di trasmissione locale.
Puglia, il secondo cluster nel Salento
Un secondo focolaio è stato individuato in Puglia, nella provincia di Lecce. Il cluster, più contenuto rispetto a quello toscano, comprende 4 casi confermati secondo l’ultimo aggiornamento della sorveglianza nazionale. Anche in questo caso le autorità sanitarie hanno attivato le procedure di controllo del territorio e di sorveglianza epidemiologica.
La presenza contemporanea di due focolai in aree diverse del Paese conferma un elemento ormai noto agli esperti: la dengue in Italia non è una malattia stabilmente circolante, ma può comparire quando coincidono tre condizioni: l’arrivo di una persona infetta, la presenza della zanzara competente e condizioni climatiche favorevoli.
Perché settembre è un mese delicato
La collocazione temporale dei focolai non è casuale. La fine dell’estate rappresenta uno dei momenti più favorevoli per la trasmissione della dengue in Italia. La zanzara tigre è infatti particolarmente attiva nei mesi caldi e può trasmettere il virus dopo aver punto una persona nella fase in cui il virus circola nel sangue. Il meccanismo è semplice: un viaggiatore rientra da un Paese dove la dengue è presente, viene punto da una zanzara locale e l’insetto può successivamente infettare altre persone.
Per questo gli esperti insistono sul fatto che la dengue italiana è ancora soprattutto una malattia importata, ma con una crescente capacità di generare piccoli focolai locali.
Il precedente del 2024: quando l’Italia registrò il record europeo
L’Italia aveva già vissuto un episodio importante nel 2024, quando si verificò il più grande focolaio autoctono di dengue mai osservato nell’Europa continentale. L’evento aveva mostrato che la trasmissione locale è possibile anche nel nostro Paese, ma aveva anche evidenziato il ruolo decisivo della risposta sanitaria: identificazione rapida dei casi, sorveglianza e controllo della popolazione di zanzare possono limitare l’espansione del virus.
La differenza rispetto ai Paesi tropicali resta però sostanziale. In Brasile, in molte aree dell’Asia e in altre regioni equatoriali la dengue è una malattia endemica, cioè circola continuamente nella popolazione. In Italia e in Europa continentale, invece, il virus viene generalmente introdotto attraverso i viaggi.
Da dove arrivano i casi italiani
La maggioranza delle infezioni registrate nel nostro Paese continua a essere legata agli spostamenti internazionali. Secondo l’ISS, tra i casi importati una quota significativa è collegata a viaggi nelle Maldive, indicate come luogo probabile di esposizione nel 56% dei casi importati.
Europa, cresce la sorveglianza sulla zanzara tigre
Il fenomeno italiano si inserisce in una tendenza europea più ampia. Negli ultimi anni il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha segnalato un aumento degli episodi di trasmissione locale in Paesi dove la Aedes albopictus è ormai stabilmente presente.
L’Europa non sta vivendo una situazione paragonabile alle aree tropicali, ma la geografia della dengue è cambiata: il virus può trovare condizioni favorevoli anche più a nord rispetto al passato, soprattutto durante estati più lunghe e calde.
Sintomi e prevenzione: cosa sapere
La dengue nella maggior parte dei casi provoca una malattia febbrile con febbre alta, mal di testa intenso, dolori muscolari e articolari, dolore dietro agli occhi e forte stanchezza. Nella maggior parte dei pazienti la guarigione è completa, ma una piccola percentuale può sviluppare forme più gravi con sanguinamenti, abbassamento della pressione e coinvolgimento degli organi.
La prevenzione resta affidata soprattutto al controllo della zanzara: eliminare i ristagni d’acqua, proteggere gli ambienti domestici e intervenire rapidamente nelle zone dove viene identificato un caso sono le misure principali indicate dalle autorità sanitarie.
La dengue italiana non è un’emergenza, ma una nuova sorveglianza permanente
Il quadro attuale non indica una diffusione incontrollata del virus in Italia. I numeri restano molto lontani da quelli dei Paesi dove la dengue è endemica. Ma il messaggio degli epidemiologi è chiaro: la dengue non può più essere considerata soltanto una malattia tropicale.
La combinazione tra viaggi internazionali, cambiamento climatico e presenza della zanzara tigre rende possibile la comparsa di focolai locali anche nel nostro Paese. La partita si gioca quindi sulla rapidità: riconoscere i casi, bloccare la trasmissione e intervenire prima che il virus trovi spazio per circolare.