Il nuovo allarme arriva dalla World Meteorological Organization (WMO): El Niño si è ormai consolidato e nei prossimi mesi è destinato a rafforzarsi ulteriormente, fino a raggiungere un’intensità molto elevata. Il fenomeno, legato al periodico riscaldamento delle acque superficiali del Pacifico tropicale centro-orientale, sta entrando così in una fase che potrebbe avere conseguenze significative sul clima mondiale.
🌡️ El Niño is firmly established and will intensify into a very strong event in the coming months. WMO forecasts show ~100% likelihood that it will persist through February 2027.
A very strong El Niño ≠ same impacts everywhere.
🆕 WMO El Nino Update: https://t.co/KUPq04jjkT pic.twitter.com/PAx1EZTCOH
— World Meteorological Organization (@WMO) September 3, 2026
Secondo l’ultimo aggiornamento diffuso il 3 settembre 2026, la probabilità che El Niño persista nel periodo settembre-novembre e poi tra dicembre 2026 e febbraio 2027 è “eccezionalmente alta, prossima al 100%”. L’Organizzazione prevede inoltre che il fenomeno possa raggiungere il proprio picco verso la fine dell’anno, mentre gli effetti climatici potrebbero proseguire anche nei primi mesi del 2027.
Che cos’è El Niño
El Niño è la fase calda dell’ENSO, l’oscillazione climatica che nasce dall’interazione tra oceano e atmosfera nel Pacifico tropicale. Non si tratta quindi di un semplice aumento locale della temperatura del mare: il cambiamento delle condizioni oceaniche modifica la circolazione atmosferica e può influenzare il regime delle piogge e delle temperature anche a migliaia di chilometri di distanza.
Il fenomeno si presenta normalmente a intervalli irregolari, generalmente ogni due-sette anni. L’episodio attuale è però caratterizzato da un rapido rafforzamento delle temperature superficiali del Pacifico. Nella zona equatoriale centro-orientale, considerata il cuore del fenomeno, le temperature del mare sono già nettamente superiori alla media e continuano a salire.
Il rischio di eventi estremi
Il problema principale non è soltanto il caldo. Un El Niño molto intenso può alterare i normali schemi meteorologici e aumentare, a seconda delle aree e delle stagioni, la probabilità di fenomeni estremi.
La WMO segnala in particolare il rischio di ondate di calore, siccità e precipitazioni eccezionali, con conseguenti possibilità di alluvioni. Gli effetti, tuttavia, non sono uniformi: alcune regioni possono diventare più calde e asciutte, altre più umide e piovose. Molto dipende dalla posizione geografica e dalla stagione.
Nel Corno d’Africa, per esempio, la WMO prevede condizioni più calde e più umide del normale nell’ultimo trimestre del 2026 proprio in relazione al rafforzamento di El Niño. È un esempio di come lo stesso fenomeno possa produrre conseguenze molto diverse da un continente all’altro.
Il pianeta entra in una fase delicata
L’intensificazione di El Niño arriva in un contesto climatico già segnato da temperature elevate. Per questo l’attenzione degli scienziati è particolarmente alta.
Il fenomeno naturale non va infatti confuso con il riscaldamento globale: El Niño è una componente della variabilità climatica del sistema terrestre, mentre il riscaldamento globale è legato soprattutto all’aumento delle concentrazioni di gas serra prodotto dalle attività umane. I due fattori, però, possono sommarsi e contribuire a spingere le temperature globali verso livelli ancora più elevati.
La stessa WMO sottolinea che El Niño aumenta la probabilità di condizioni climatiche estreme, ma non determina automaticamente lo stesso tipo di evento in ogni parte del mondo. Anche le condizioni degli oceani Indiano e Atlantico possono modificare gli effetti del fenomeno.
E l’Italia? Il caldo non è colpa di El Niño
Una precisazione per evitare collegamenti semplicistici: il caldo che sta interessando l’Italia in questi giorni non è direttamente causato da El Niño.
Le previsioni meteorologiche per i primi giorni di settembre indicano temperature ancora molto elevate, con valori localmente compresi tra 35 e 37°C, ma la situazione italiana dipende dalla configurazione atmosferica presente sul Mediterraneo. Secondo gli esperti citati da ANSA, l’ondata di caldo può verificarsi indipendentemente dalla presenza di El Niño.
Questo non significa, però, che l’Italia e l’Europa siano completamente estranee alle conseguenze del fenomeno. Il collegamento è molto più indiretto e complesso rispetto a quello osservato nelle aree tropicali. El Niño può infatti modificare la circolazione atmosferica su scala planetaria, con possibili ripercussioni anche sulle dinamiche meteorologiche europee.
Cosa aspettarsi nei prossimi mesi
Il periodo più osservato sarà quello compreso tra l’autunno e l’inverno dell’emisfero settentrionale. La WMO prevede una maggiore probabilità di temperature superiori alla norma su gran parte delle aree terrestri tra settembre e novembre, mentre il rafforzamento di El Niño potrebbe continuare fino alla fine del 2026.
Anche NOAA, attraverso il Climate Prediction Center statunitense, segnala un rafforzamento del fenomeno e indica una probabilità superiore al 90% che si sviluppi un episodio molto forte nell’autunno e nell’inverno 2026-27. I dati NOAA mostrano inoltre anomalie della temperatura superficiale del mare superiori a 2°C nel Pacifico equatoriale orientale.
Un fenomeno da monitorare fino al 2027
El Niño non è una previsione meteorologica locale, ma un grande motore della variabilità climatica globale.
Per questo i prossimi mesi saranno osservati con particolare attenzione. La combinazione tra un El Niño molto intenso, temperature oceaniche eccezionalmente elevate e un pianeta già riscaldato rappresenta un elemento di rischio per numerosi sistemi naturali e umani.
La WMO invita di fatto a prepararsi a una fase nella quale potrebbero aumentare le probabilità di eventi estremi. Il fenomeno potrebbe raggiungere il massimo proprio alla fine del 2026 e lasciare la propria impronta sul clima mondiale almeno fino a febbraio 2027.
La sfida non è prevedere un unico scenario per tutto il pianeta, ma capire dove e quando El Niño potrà amplificare i rischi già presenti: dal caldo estremo alla scarsità d’acqua, dalle precipitazioni intense alle alluvioni. E, soprattutto, distinguere gli effetti direttamente attribuibili al fenomeno dalle normali dinamiche meteorologiche e dagli effetti di fondo del cambiamento climatico.