Il team legale di Sigfrido Ranucci, coordinato dall’avvocato Roberto De Vita, ha inoltrato a Viale Mazzini una contestazione formale contro la delibera di avvicendamento alla guida della trasmissione Report. Nella giornata di domenica 30 agosto 2026, il difensore del conduttore radiotelevisivo ha richiesto alla dirigenza di Roma l’esibizione di prove concrete relative al provvedimento notificatogli. L’azione punta a ottenere i documenti aziendali che motivino la presunta incompatibilità del professionista con l’incarico finora ricoperto.
Le richieste di chiarimento sui tre nodi della vicenda
La difesa solleva interrogativi specifici riguardo alle motivazioni addotte dall’azienda di servizio pubblico. De Vita ha rilevato come le argomentazioni preliminari risultino prive di riscontri fattuali: i contatti con Valter Lavitola erano già noti dal 2023, la vicenda relativa all’attentato vede l’anchor man nel ruolo di parte lesa, mentre le indiscrezioni su presunte condotte inappropriate necessitano di dimostrazioni probatorie. Le espressioni impiegate dall’amministrazione per giustificare il cambio alla conduzione, quali interferenze continue, pressioni e opacità, devono essere contestualizzate precisando identità dei soggetti coinvolti, singoli giornalisti interessati e specifiche inchieste televisive.
Il termine di trenta giorni per la ricollocazione professionale
I vertici della tv di Stato hanno concesso un arco temporale di 30 giorni per valutare le opzioni di ricollocazione aziendale del dipendente. Il legale ha precisato l’impossibilità di compiere scelte professionali o accettare nuove mansioni in assenza del dossier motivazionale completo. Senza l’indicazione precisa delle circostanze che hanno determinato la rimozione dall’inchiesta giornalistica, il conduttore non procederà ad alcuna decisione sul proprio futuro nella società editoriale.
Il preavviso di ricorso alle autorità giudiziarie
La mancanza di risposte dettagliate da parte del datore di lavoro comporterà il trasferimento della vertenza davanti alle autorità giudiziarie. L’impianto difensivo evidenzia come l’operato di Viale Mazzini configuri una sanzione verso la parte offesa senza la contestuale esplicitazione delle addebiti. Qualsiasi lavoratore, subordinato pubblico o privato, conserva il diritto di conoscere gli addebiti specifici; la persistenza della mancanza di trasparenza costituirà elemento di valutazione processuale nella vertenza di lavoro contro i vertici di Roma.