Vertenza siderurgica

I sindacati bocciano la cordata per il salvataggio dell’ex Ilva

La mossa di Federacciai tra condizioni e prudenze

I sindacati bocciano la cordata per il salvataggio dell’ex Ilva

La trattativa per il futuro dell’ex Ilva registra un passaggio societario rilevante attraverso la manifestazione d’interesse non vincolante promossa da Federacciai. Quattordici aziende italiane del settore siderurgico hanno unito le forze per presentare un piano di salvataggio alternativo. L’operazione nasce dall’iniziativa dell’associazione di categoria per evitare che gli asset strategici del gruppo finiscano interamente in mani straniere o che la produzione si interrompa definitivamente.

L’obiettivo della cordata è creare una newco partecipata dai soci privati per rilevare e gestire gli stabilimenti dedicati alla lavorazione secondaria e alla finitura dell’acciaio, preservando la filiera industriale nazionale. Il progetto esclude però l’area a caldo di Taranto, ritenuta finanziariamente insostenibile e troppo rischiosa sul piano giuridico. Gli imprenditori subordinano qualsiasi offerta vincolante alla verifica dei dati contabili nella data room e a una chiara ripartizione dei rischi ambientali con lo Stato.

Soggetto industriale Strategia proposta Perimetro d’interesse
Cordata Federacciai (14 imprese) Costituzione Newco privata Stabilimenti di trasformazione e area a freddo (esclusa area a caldo)
Gruppo Jindal Piano d’acquisto industriale Area a caldo e produzione primaria dell’acciaio a Taranto

Il no dei sindacati e la lettera al Presidente della Repubblica

La proposta di spezzare il perimetro produttivo dell’azienda ha innescato la protesta delle sigle territoriali Fim, Fiom, Uilm e Usb. I rappresentanti dei lavoratori rifiutano l’ipotesi di una vendita frazionata che salverebbe solo la parte redditizia dell’azienda, lasciando senza tutele il sito produttivo di Taranto. Per questo motivo, le organizzazioni hanno inviato una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiedendo un incontro urgente a margine della sua visita nella città ionica.

“Una situazione straordinaria richiede soluzioni straordinarie: non si può spezzare l’integrità del gruppo lasciando migliaia di lavoratori senza futuro.”

La preoccupazione riguarda la tenuta occupazionale dell’indotto e il destino di oltre la metà degli ottomila dipendenti diretti. Il coordinatore nazionale della Fiom, Loris Scarpa, ha contestato l’assenza di garanzie pubbliche, mentre il segretario nazionale della Fim Cisl, Valerio D’Alò, ha ribadito che l’interesse di aziende italiane ha valore solo se accompagnato da un piano industriale integrato.

Il nodo giudiziario dell’area a caldo e la corsa contro il tempo

Sullo sfondo della trattativa societaria resta pendente il contenzioso con la magistratura. I commissari straordinari hanno dato mandato di presentare ricorso in Cassazione contro la decisione della Corte d’Appello di Milano, che fissa al prossimo 26 ottobre il termine ultimo per lo spegnimento degli altoforni. Il provvedimento giudiziario è stato disposto a causa della presenza di duemila tonnellate di amianto e del mancato rispetto dei parametri dell’Autorizzazione integrata ambientale.

Mentre la cordata italiana analizza i documenti per la parte a freddo, il gruppo indiano Jindal resta l’unico soggetto interessato alla gestione complessiva dell’area a caldo. Sul piano politico si registrano posizioni critiche: il vicepresidente del Movimento 5 Stelle, Mario Turco, ha definito l’impugnazione della sentenza una perdita di tempo, sollecitando la chiusura della produzione primaria unitamente a un piano pubblico di riconversione e tutela sociale.