Martedì 18 agosto 2026 il presidente degli Stati Uniti ha pubblicato sui social una mappa dello Stretto di Hormuz rappresentato come territorio americano.
Naturalmente non esiste alcun atto internazionale che trasferisca agli Stati Uniti la sovranità sullo stretto e la pubblicazione non modifica naturalmente i confini della regione. Ma arriva nel momento di massima tensione tra Washington e Teheran proprio sul controllo di quel passaggio marittimo.

Già lunedì Trump aveva dichiarato di apprezzare l’idea di trasformare Hormuz in un territorio americano, senza spiegare attraverso quale meccanismo giuridico o politico ciò potrebbe avvenire.
Hormuz non è americano: è tra Iran e Oman
Geograficamente lo Stretto di Hormuz separa l’Iran dalla penisola omanita di Musandam e collega il Golfo Persico al Golfo di Oman. Nel punto più stretto misura circa 34 chilometri e le rotte commerciali attraversano acque territoriali iraniane e omanite.

La sua importanza (ormai è chiaro a tutti) è enorme: in condizioni normali vi transita circa un quinto del petrolio commercializzato a livello mondiale, oltre a grandi quantità di gas naturale liquefatto.
Ed è proprio per questo che la battaglia su Hormuz è diventata uno dei nodi centrali della guerra tra Stati Uniti e Iran.
Trump dice che è aperto, ma le navi passano col contagocce
Washington sostiene di avere ormai il “controllo totale” dello stretto e Trump continua ad affermare che la rotta sia aperta. Teheran sostiene esattamente il contrario e pretende, per una piena riapertura, la fine del blocco americano dei porti iraniani, la revoca delle sanzioni petrolifere e altre concessioni.
I dati sul traffico raccontano una situazione molto più vicina a una apertura fortemente limitata. Secondo Kpler, nella scorsa settimana i transiti confermati sono diminuiti del 19,5%, fermandosi a 95. Domenica soltanto tre navi hanno attraversato lo stretto e tutte hanno utilizzato la rotta autorizzata dall’Iran; nessun transito è stato registrato attraverso le rotte omanite.
La tensione continua a riflettersi anche sui mercati: mercoledì 19 agosto il Brent è salito fino a circa 91,47 dollari al barile, massimo da tre settimane.
La risposta iraniana: “Una fantasia”
La reazione di Teheran alla mappa non si è fatta attendere. Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha definito quella sullo Stretto di Hormuz una “delusione” di Trump e ha avvertito che, se Washington non correggerà quella rappresentazione, sarà l’Iran a farlo.
Dietro allo scontro simbolico esiste una trattativa molto concreta. Iran e Oman stanno lavorando a un accordo per gestire il traffico nello stretto, con una possibile amministrazione congiunta di alcune rotte. Washington si oppone ad alcuni punti dell’intesa, compresa l’ipotesi che Teheran e Muscat possano gestire insieme il corridoio di uscita e raccogliere contributi dalle navi in transito.
Prima il Golfo del Messico, ora Hormuz
L’episodio ricorda inevitabilmente un’altra battaglia geografica di Trump, oltre alle sue mire sulla Groenlandia.
Il 20 gennaio 2025, appena tornato alla Casa Bianca, il presidente firmò un ordine esecutivo imponendo alle agenzie federali statunitensi di utilizzare il nome “Gulf of America” al posto di Gulf of Mexico. Google Maps adottò successivamente la nuova denominazione per gli utenti negli Stati Uniti. La decisione, però, aveva valore esclusivamente all’interno dell’amministrazione americana: Messico, altri Paesi e organismi internazionali non erano obbligati a riconoscerla.
Con Hormuz Trump compie un passo retoricamente ancora più forte. Non cambia semplicemente il nome di un luogo: lo rappresenta come americano. Ma siamo, pure sempre, nel campo della retorica.
Una provocazione sulla carta, una partita reale sul mare
La mappa non ridisegna i confini e lo Stretto di Hormuz non diventa territorio statunitense perché il presidente degli Stati Uniti lo colora a stelle e strisce. Ma nel linguaggio politico di Trump le mappe sono diventate uno strumento.
Prima il Golfo del Messico trasformato in “Golfo d’America”, poi le ripetute ipotesi su Groenlandia e altri territori, ora il più importante snodo energetico del pianeta.

La geografia reale resta la stessa. Quella politica di Trump, invece, continua ad allargare i confini degli Stati Uniti un post alla volta.