Cisgiordania, palestinesi fermati e “marchiati” con numeri: IDF conferma e ammette la gravità

L'utilizzo di numeri scritti sul corpo richiama inevitabilmente nell'immaginario collettivo i numeri tatuati sui prigionieri ebrei dei campi di concentramento nazisti

Cisgiordania, palestinesi fermati e “marchiati” con numeri: IDF conferma e ammette la gravità

L’immagine che ha fatto esplodere il caso mostra un uomo palestinese con un grande “44” scritto sulla fronte con un pennarello nero.

È stato fermato lunedì 17 agosto 2026 durante una vasta operazione delle forze israeliane a Qabatiya, cittadina palestinese a sud di Jenin, nel nord della Cisgiordania.

L’uomo, intervistato dopo essere stato rilasciato, ha raccontato che non sarebbe stato l’unico: anche altri palestinesi sottoposti a interrogatorio sarebbero stati identificati attraverso numeri scritti direttamente sul corpo.

La conferma dell’esercito israeliano

A rendere il caso particolarmente rilevante è che l’IDF non ha smentito.

“Durante l’operazione nell’area di Qabatiya, le forze di sicurezza hanno contrassegnato alcuni sospetti che venivano interrogati“, ha ammesso l’esercito israeliano rispondendo prima ad Army Radio e successivamente alla stampa israeliana.

La stessa IDF ha aggiunto che i comandanti hanno spiegato ai militari coinvolti “la gravità dell’atto” e che dall’episodio sono state “tratte delle lezioni”.

I numeri sono stati scritti con pennarelli. Ma la scelta di identificare persone detenute attraverso numeri riportati direttamente sulla loro pelle ha provocato una forte reazione anche all’interno di Israele.

Perché erano stati fermati

L’operazione di Qabatiya era stata organizzata nell’ambito delle attività israeliane contro gruppi armati palestinesi nel nord della Cisgiordania.

Secondo l’IDF, le forze speciali dell’unità Duvdevan hanno arrestato due palestinesi sospettati di preparare attacchi contro cittadini israeliani e militari. Durante l’operazione sarebbero stati controllati circa 100 edifici, con numerosi abitanti fermati temporaneamente e interrogati.

L’agenzia palestinese Wafa aveva riferito già il 17 agosto dell’ingresso di forze israeliane nella cittadina, di perquisizioni nelle abitazioni e di diversi giovani portati via durante il raid. Il punto controverso non riguarda la possibilità per l’esercito di identificare le persone sottoposte a controllo, ma la modalità scelta da alcuni militari per farlo.

“Trasformare una persona in un numero”

Tra le reazioni più dure c’è stata quella di Ahmad Tibi, parlamentare arabo-israeliano della Knesset. Tibi ha definito le immagini “scioccanti e disgustose”, accusando i militari di aver trasformato esseri umani in numeri e richiamando “periodi bui” della storia.

Il riferimento è particolarmente sensibile in Israele. L’utilizzo di numeri scritti sul corpo richiama inevitabilmente nell’immaginario collettivo i numeri tatuati sui prigionieri dei campi di concentramento nazisti, ed è proprio per questo che numerosi media israeliani hanno sottolineato la forte carica simbolica dell’episodio.

Era già successo quattro mesi fa

C’è un elemento che rende la risposta dell’IDF più problematica: non è la prima volta. Nell’aprile 2026, durante un’operazione nel campo profughi di Jenin, erano circolate immagini di donne palestinesi con numeri scritti sulle mani dopo essere state autorizzate temporaneamente a entrare nell’area per recuperare alcuni effetti personali dalle proprie abitazioni.

In quel caso l’esercito spiegò che il campo era stato suddiviso in settori contraddistinti da lettere e numeri e che la marcatura serviva a indirizzare i residenti nelle diverse zone. Secondo l’IDF, l’idea di scrivere l’indicazione sulla mano sarebbe stata suggerita dagli stessi palestinesi presenti.

La pratica venne comunque definita dall’esercito un caso di “scarso giudizio”. Anche allora l’IDF assicurò che le procedure corrette erano state chiarite ai militari e che erano state “tratte delle lezioni”. Quattro mesi dopo, la stessa formula è stata utilizzata nuovamente.

Una Cisgiordania sempre più sotto pressione

L’episodio arriva nel pieno di una fase di forte tensione nel nord della Cisgiordania. Dal gennaio 2025 Israele conduce l’operazione militare Iron Wall, iniziata a Jenin e successivamente estesa ad altre aree, con l’obiettivo dichiarato di smantellare gruppi armati palestinesi e infrastrutture utilizzate per gli attacchi.

Le conseguenze sulla popolazione civile sono state molto pesanti. Secondo le Nazioni Unite, solo nel 2026 circa 3.800 palestinesi, quasi la metà bambini, sono stati costretti a lasciare le proprie abitazioni in Cisgiordania a causa di violenze dei coloni, demolizioni ed espulsioni. L’ONU ha avvertito l’11 agosto che la situazione in Cisgiordania è ormai vicina a un “punto di rottura”.

La dignità dei detenuti

Il diritto internazionale umanitario stabilisce che le persone che si trovano nelle mani di una potenza occupante devono essere trattate umanamente e nel rispetto della loro dignità. La Quarta Convenzione di Ginevra tutela espressamente la persona e l’onore degli individui protetti e vieta trattamenti umilianti.