Durante un intervento pubblico all’Accademia di polizia di Garden City, nello Stato di New York, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz verrà presto proclamato “territorio degli Stati Uniti”. Il presidente ha sostenuto che l’Iran stia subendo una “pesante sconfitta” e ha rivendicato l’efficacia del blocco navale imposto da Washington, definendolo una “barriera d’acciaio” in grado di impedire il passaggio alle navi non autorizzate.
Le dichiarazioni sono arrivate a ridosso della scadenza del cessate il fuoco di 60 giorni, prevista per lunedì 17 agosto 2026. Il periodo di tregua era stato negoziato con la mediazione del Pakistan, che sta cercando di ottenere una proroga. Washington, invece, ha annunciato un ulteriore inasprimento della pressione su Teheran.
Teheran: “Lo Stretto non si conquista con un tweet”
La risposta iraniana è arrivata attraverso il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi, che ha respinto le dichiarazioni di Trump. “Lo Stretto di Hormuz non si conquista con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale. L’Iran non teme le minacce né si inchina di fronte alle dimostrazioni di forza”, ha scritto sui social.
Gharibabadi ha poi ribadito la posizione di Teheran sulla sovranità dello Stretto, affermando: “Lo Stretto di Hormuz è stato iraniano, è iraniano e rimarrà iraniano; verrà chiuso e aperto solo su comando dell’Iran”. Il confronto resta quindi aperto sul controllo di una delle principali rotte marittime per il trasporto energetico mondiale.
Attaccata una nave ADNOC nello Stretto
Nella serata di venerdì 14 agosto 2026, una nave della compagnia petrolifera statale degli Emirati Arabi Uniti ADNOC, Abu Dhabi National Oil Company, è stata attaccata mentre attraversava lo Stretto di Hormuz. La notizia è stata confermata dalla stessa società e diffusa dall’agenzia di stampa ufficiale emiratina WAM.
L’episodio non ha provocato feriti tra i membri dell’equipaggio. Secondo le informazioni disponibili, la situazione a bordo è stata riportata sotto controllo e sono proseguite le verifiche per accertare eventuali danni all’imbarcazione e le conseguenze sulla navigazione commerciale nella zona.
Araghchi: nessuna decisione sulla ripresa dei negoziati
Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che non è stata ancora presa alcuna decisione sulla ripresa dei colloqui con gli Stati Uniti. Il ministro ha sottolineato che l’accordo firmato a Islamabad aveva come obiettivo la “fine della guerra, non un semplice cessate il fuoco”.
Secondo quanto riferito dall’agenzia iraniana Isna, Araghchi ha accusato Washington di aver violato gli accordi facendo ripartire i combattimenti. I precedenti canali di comunicazione non sarebbero più efficaci, ma Qatar e Pakistan continuano a mantenere i contatti attraverso lo scambio di messaggi, nel tentativo di favorire nuovi canali diplomatici.
Teheran accusa Washington di autoinganno
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha inoltre accusato la politica estera statunitense verso l’Iran e la regione di essere “profondamente basata sull’autoinganno e su false narrazioni”.
In un post su X, Baghaei ha richiamato una frase tratta da “I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij, sostenendo che l’eccessivo ricorso alla disinformazione avrebbe impedito ai politici statunitensi di comprendere la realtà regionale. “L’eccessivo ricorso alla disinformazione ha accecato i politici americani, impedendo loro di vedere le realtà regionali”, ha scritto.
Il capo dei Pasdaran: “Messo in ginocchio l’esercito Usa”
Il generale Ahmad Vahidi, capo dei Guardiani della Rivoluzione, ha rivolto un messaggio alle forze iraniane celebrando quelli che ha definito sei mesi di “jihad” contro Stati Uniti e Israele. Nel messaggio, rilanciato dalle agenzie di Stato, Vahidi ha affermato che le forze iraniane avrebbero “messo in ginocchio l’esercito più pesantemente armato della storia”.
Il comandante ha attribuito il risultato alle operazioni offensive e difensive condotte durante i combattimenti, sostenendo che la resistenza iraniana abbia riacceso la prospettiva di una “vittoria finale”.
Raid israeliano nel sud del Libano: sette vittime
La crisi regionale si intreccia con la situazione in Libano. Nelle prime ore di sabato 15 agosto 2026, un attacco israeliano nel sud del Paese ha provocato sette vittime e tre feriti, secondo quanto riferito dai media statali libanesi.
L’Agenzia Nazionale di Stampa libanese ha riferito che un attacco condotto da aerei da guerra contro un’abitazione alla periferia del villaggio di Ansar ha distrutto l’edificio e provocato il bilancio più grave registrato dalla tregua raggiunta a giugno tra Israele e Hezbollah.
Cisgiordania, oltre 900 ostacoli per gli aiuti
In Cisgiordania, le Nazioni Unite hanno segnalato la presenza di almeno 900 ostacoli fisici alla libertà di movimento. Secondo Daniela Gross, portavoce della segreteria generale dell’Onu, si tratta di checkpoint militari, cancelli metallici e blocchi stradali che rendono più difficoltoso l’accesso della popolazione ai beni essenziali e ai servizi sanitari.
L’Onu ha sottolineato che queste barriere ostacolano il passaggio degli aiuti umanitari, chiedendo la rimozione delle limitazioni per consentire agli operatori di raggiungere le persone che necessitano di assistenza.
Qusra, evacuati cinque cittadini italiani
La situazione resta delicata anche nel villaggio di Qusra, a sud di Nablus. Cinque cittadini italiani, quattro volontarie e un volontario di età compresa tra i 20 e i 40 anni, erano rimasti bloccati all’interno di abitazioni isolate durante un assedio condotto da coloni israeliani.
Nella giornata di sabato 15 agosto 2026, i cinque sono stati trasferiti in sicurezza dopo l’ordine di evacuazione impartito dalle forze armate israeliane. Secondo le informazioni disponibili, i connazionali stanno bene e non hanno presentato richieste di assistenza diretta alla Farnesina, che continua a seguire il caso attraverso l’Unità di crisi, il consolato a Gerusalemme e l’ambasciata a Tel Aviv.
Tensioni a Qusra e pressioni diplomatiche
L’episodio di Qusra era iniziato nei giorni precedenti, quando decine di coloni avevano occupato gli accessi ad alcune abitazioni palestinesi, interrompendo le forniture di acqua ed elettricità. La vicenda ha provocato reazioni internazionali.
Dalla Francia è arrivata una condanna con la richiesta di individuare i responsabili. Negli Stati Uniti, l’ambasciatore a Israele Mike Huckabee ha definito l’assedio un “atto di terrorismo”. Secondo fonti diplomatiche, l’amministrazione di Washington avrebbe esercitato pressioni sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu affinché condannasse pubblicamente le violenze.
Israele valuta il trasferimento dei poteri civili
Sul piano interno israeliano, il ministro della Difesa ha annunciato l’intenzione di trasferire all’autorità di polizia alcune competenze di controllo civile in Cisgiordania attualmente esercitate dall’esercito.
La proposta mira a modificare il perimetro d’azione delle forze armate, ma ha suscitato dubbi tra le organizzazioni per i diritti umani, che ritengono incerta la capacità della misura di fermare occupazioni e violenze nei territori interessati.
Washington prepara nuove misure economiche
Sul fronte statunitense, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha preannunciato nuove misure economiche con l’obiettivo di aumentare l’isolamento dell’economia iraniana. Il blocco navale guidato dal Pentagono, secondo quanto riferito, dovrebbe proseguire a tempo indeterminato.
Parallelamente, il vicepresidente JD Vance ha indicato due priorità per Washington: impedire che Teheran possa dotarsi di armi nucleari e favorire la riapertura sicura delle rotte marittime per contenere i prezzi del petrolio e dei carburanti negli Stati Uniti. Sullo sfondo restano anche le elezioni di midterm di novembre, con l’amministrazione che guarda alle possibili conseguenze economiche e politiche del protrarsi del conflitto.