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Assedio di Ferragosto a Ceuta: installata barriera marina anche a Melilla

Intanto l'Italia dice no a Berlino e invece sì a continuare la sospensione di Schengen

Assedio di Ferragosto a Ceuta: installata barriera marina anche a Melilla

Il 15 agosto 2026 è segnato in rosso sui calendari delle autorità spagnole e marocchine. Da giorni sui social circolano messaggi che invitano a tentare una nuova entrata collettiva nelle enclave di Ceuta e Melilla, dopo la crisi del 30 e 31 luglio. Non è possibile sapere quante persone risponderanno agli appelli né se un nuovo assalto si verificherà davvero. Ma questa volta Madrid e Rabat hanno deciso di prepararsi allo scenario peggiore.

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Assedio a Ceuta

Sul lato marocchino, attorno a Fnideq, di fronte a Ceuta, sono stati dispiegati centinaia di poliziotti e militari e sono comparse nuove recinzioni e concertine. Il ministero dell’Interno di Rabat assicura di aver adottato “tutte le misure necessarie” per impedire nuovi attraversamenti illegali e ha annunciato arresti nei confronti di persone accusate di avere promosso attraverso internet le nuove convocazioni.

A Melilla arriva la barriera in mare

La novità più visibile è però nell’altra enclave spagnola. Dopo Ceuta, anche Melilla si sta dotando di una barriera marittima.

La Guardia Civil ha iniziato a installarla lungo il dique sur, sul confine con il Marocco. Il sistema è analogo a quello posizionato pochi giorni fa davanti al molo di El Tarajal, a Ceuta: elementi galleggianti ancorati in mare destinati a rendere più difficile l’ingresso a nuoto e, soprattutto, a delimitare fisicamente la frontiera marittima.

La barriera emerge dall’acqua soltanto per circa 30-70 centimetri e non è quindi un “muro sul mare”. La sua importanza è soprattutto giuridica. Una recente sentenza del Tribunale Supremo spagnolo ha stabilito che i respingimenti immediati alla frontiera non possono essere applicati indistintamente a chi riesce a raggiungere territorio spagnolo, ma possono essere utilizzati nei confronti di chi tenta di entrare superando un elemento fisico di contenimento della frontiera.

Il ministero dell’Interno ha quindi esteso quel principio anche al mare con l’Istruzione 9/2026 del primo agosto: chi tentasse di entrare a nuoto oltrepassando le nuove barriere potrebbe essere sottoposto al “rechazo en frontera”, il respingimento previsto dalla legge spagnola sull’immigrazione.

È anche per questo che Melilla è diventata improvvisamente centrale. Le analisi sulla mobilitazione online suggeriscono infatti che, dopo il rafforzamento di Ceuta, una parte dei tentativi potrebbe spostarsi verso la seconda enclave.

Quasi 1.600 agenti e 2.000 militari

Anche Ceuta è molto diversa da quella che il 30 luglio si trovò davanti a decine di migliaia di persone. Il numero di poliziotti e guardie civili presenti è salito da poco più di 1.100 a quasi 1.600 uomini, ai quali si aggiungono circa 2.000 militari con funzioni di supporto. Madrid ha rafforzato anche la sorveglianza delle spiagge con reparti specializzati, mezzi navali, sommozzatori e un elicottero.

Il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha accompagnato il dispositivo con un messaggio rivolto direttamente a chi pensa di tentare l’attraversamento:

“Nessuno di loro resterà, nessuno andrà nella penisola, nessuno sarà regolarizzato”.

Dietro la frontiera rimane però un’emergenza tutt’altro che risolta. Madrid stima che a Ceuta si trovino ancora circa 5.000 migranti da gestire fra procedure di asilo, espulsioni e presa in carico dei minori. Almeno 1.898 minori erano già stati identificati e tutelati al 13 agosto. Il Defensor del Pueblo spagnolo ha aperto un’iniziativa d’ufficio sulla situazione umanitaria, segnalando che parte delle persone continua a dormire all’aperto per la saturazione delle strutture di accoglienza.

Roma non riapre ancora Schengen con la Spagna

L’onda lunga di Ceuta intanto continua a dividere l’Europa. Il governo italiano ha confermato che i controlli temporanei alle frontiere interne con la Spagna, introdotti il primo agosto, non verranno revocati automaticamente a Ferragosto.

La decisione non sarà rivista prima del 15 agosto e comunque solo dopo che saranno completamente esclusi rischi di sicurezza per l’Italia“, ha spiegato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi davanti alla commissione Schengen.

Tecnicamente non si tratta dell’uscita o della “sospensione” dell’Italia dall’area Schengen: Roma ha reintrodotto temporaneamente i controlli alle frontiere interne per gli arrivi dalla Spagna, possibilità prevista dallo stesso Codice Schengen in presenza di minacce considerate gravi per sicurezza e ordine pubblico.

La misura era stata notificata per l’intero mese di agosto, anche se il governo aveva inizialmente indicato il 15 come prima data utile per una possibile revoca anticipata. Ora Piantedosi lega qualsiasi passo indietro all’esito dell’allerta di Ferragosto.

Madrid ha reagito introducendo a sua volta controlli sugli arrivi dall’Italia. Secondo i dati forniti dal governo spagnolo, al 13 agosto erano state controllate circa 3.000 persone provenienti dall’Italia. Roma considera la risposta spagnola una ritorsione; la Spagna continua invece a sostenere che non esistano flussi significativi di migranti partiti da Ceuta verso il resto dell’Europa.

Italia-Germania, il nuovo scontro sui “dublinanti”

Mentre resta aperta la partita con Madrid, se ne è accesa un’altra con Berlino. La Germania ha annunciato di voler riprendere con maggiore rigore i trasferimenti verso Italia e Grecia dei richiedenti asilo per i quali, secondo le regole europee, è responsabile un altro Stato membro. Berlino sostiene che l’intesa raggiunta con Roma e Atene nell’autunno 2025 prevedesse la piena ripresa dei trasferimenti con l’entrata in applicazione del nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, avvenuta il 12 giugno 2026.

Roma legge però quell’accordo diversamente. Per il Viminale le pratiche precedenti al 12 giugno sarebbero state sostanzialmente azzerate, mentre Berlino dovrebbe poter trasferire in Italia soltanto i casi maturati sotto il nuovo regime.

Il contrasto è diventato concreto nelle ultime ore. Il governo italiano ha comunicato alla Germania di non voler accogliere i primi tre migranti dei quali Berlino aveva già disposto il trasferimento. Tra loro c’è una 22enne somala, arrivata in Europa attraverso Lampedusa e poi trasferitasi in Assia, dove vive parte della sua famiglia. Il primo trasferimento era programmato per il 19 agosto. Secondo Roma, tutti e tre i casi sarebbero precedenti alla data spartiacque del 12 giugno.

Berlino non arretra. Il ministero dell’Interno tedesco si è detto “sorpreso” dalle contestazioni italiane e sostiene che i trasferimenti verso l’Italia “si faranno”.

Il nuovo Patto non ha cancellato il principio del primo ingresso

Dietro il braccio di ferro c’è una questione destinata a sopravvivere alla crisi di Ceuta. Dal 12 giugno il vecchio regolamento di Dublino III è stato sostituito dal nuovo Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione (AMMR). Il sistema è cambiato, ma non è scomparso il principio secondo cui, in molti casi, il Paese di primo ingresso continua a essere responsabile della domanda d’asilo. Anzi, per gli ingressi ordinari la responsabilità dello Stato di primo ingresso può ora durare 20 mesi; è di 12 mesi nel caso di persone sbarcate dopo operazioni di ricerca e soccorso. Sono previste però eccezioni, per esempio in presenza di determinati legami familiari.

Ed è questo che rende lo scontro Roma-Berlino più importante dei tre casi oggi sul tavolo. La questione è chi dovrà farsi carico in futuro dei movimenti secondari all’interno dell’Europa, proprio mentre il nuovo Patto dovrebbe ridurre uno dei conflitti che hanno accompagnato per anni la politica migratoria europea.