Sì all’attentato, no alla bomba. Valter Lavitola aggiunge un nuovo capitolo alla sua confessione sull’attacco del 16 ottobre 2025 contro la casa di Sigfrido Ranucci. Davanti alla gip di Roma Iole Moricca, nel lungo interrogatorio nel carcere di Rebibbia, l’ex editore ha confermato di essere stato il mandante dell’azione ma ha sostenuto di avere dato un ordine diverso da quello poi eseguito: “quattro o cinque colpi di pistola verso il muro” della villetta del conduttore di Report, a Pomezia. Non una bomba.

Una ricostruzione che non ha convinto la giudice. La richiesta della difesa di sostituire il carcere con gli arresti domiciliari è stata respinta e Lavitola resta a Rebibbia. Nell’ordinanza, le sue dichiarazioni sul movente vengono definite “fumose, assolutamente generiche” e prive di elementi concreti verificabili. Per la gip restano inoltre il rischio di inquinamento delle prove e quello di fuga, considerata la rete di contatti di cui l’imprenditore dispone in Italia e all’estero.
“Doveva essere soltanto dimostrativo”
Il punto centrale della nuova versione è la distanza che Lavitola cerca di mettere tra sé e l’ordigno realmente esploso.
Secondo il suo racconto, avrebbe incaricato il suo uomo di fiducia, il cittadino camerunense Clesio Tavares Gomes, di organizzare un’azione intimidatoria puramente dimostrativa. Gomes – oggi latitante e per il quale la Procura intende chiedere l’estradizione – avrebbe poi contattato i quattro presunti esecutori originari dell’Avellinese.

Questi, però, non spararono contro il muro. Prepararono un ordigno rudimentale con gelatina da cava, che esplose davanti all’abitazione di Ranucci danneggiando gravemente l’automobile del giornalista e quella della figlia mentre la famiglia si trovava all’interno della casa. Non ci furono feriti.
C’è però un particolare che indebolisce la distanza presa oggi da Lavitola: secondo quanto riferito agli inquirenti, dopo aver saputo dell’esplosione non avrebbe contestato la scelta della bomba, giudicando anche quella modalità compatibile con lo scopo “dimostrativo” che sostiene di avere perseguito.
Per la giudice Lavitola sta ridimensionando il suo ruolo
Lavitola, pur ammettendo di avere commissionato l’attentato, avrebbe cercato – secondo la valutazione contenuta nell’ordinanza – di ridimensionare fortemente il proprio ruolo nella fase organizzativa, sostenendo di non conoscere le modalità concrete scelte dagli esecutori e negando anche di avere partecipato a un sopralluogo precedente all’attacco. Gli elementi raccolti finora porterebbero invece gli investigatori a dubitare che Gomes abbia deciso autonomamente di modificare in modo così radicale il piano.

La gip arriva quindi a considerare inverosimile, allo stato degli atti, sia l’estraneità di Lavitola alla scelta dell’ordigno sia il movente che l’ex editore ha indicato.
La confessione, dunque, risolve una parte della vicenda – Lavitola riconosce di essere il mandante – ma non quella che per gli investigatori resta probabilmente la domanda più importante: perché lo fece e fino a che punto controllò l’operazione?
La tesi: “Volevo proteggerlo”
Anche sul movente Lavitola insiste sulla versione fornita durante l’interrogatorio: avrebbe agito “per il bene” di Ranucci, per costringere le autorità ad aumentare la protezione del giornalista dopo le minacce ricevute. Prima dell’attentato la scorta era composta da due agenti; successivamente la protezione fu rafforzata fino a otto uomini.
Nel racconto fatto ai magistrati compare però anche un elemento nuovo e particolarmente delicato. Lavitola avrebbe sostenuto di avere appreso, prima dell’attentato, dell’esistenza di un presunto progetto contro Ranucci attribuito all’intelligence israeliana, che avrebbe avuto a che fare con un servizio di Report sul cantiere navale Vittoria. È una circostanza che, allo stato, non risulta supportata da riscontri e che la Procura considera parte delle incongruenze della sua versione.
Anzi, secondo quanto riportato nell’ordinanza, gli investigatori evidenziano una contraddizione: dopo l’attentato Lavitola avrebbe sollecitato un giornalista di Report a cercarne i responsabili proprio nell’ambiente dal quale, secondo la sua attuale ricostruzione, avrebbe voluto proteggere Ranucci.
Il movente politico resta sul tavolo
L’ipotesi investigativa è che l’attentato potesse servire ad accrescere ulteriormente la notorietà di Ranucci in vista di un possibile progetto politico che Lavitola immaginava per il giornalista, arrivando nelle conversazioni a prospettare per lui un futuro a Palazzo Chigi e per sé un ruolo da stratega politico. Lavitola ha respinto questa ricostruzione.
È importante però distinguere i piani: Ranucci non è indagato nell’inchiesta sull’attentato e gli elementi raccolti finora dagli investigatori lo collocano come persona offesa e inconsapevole del piano.

Durante l’interrogatorio Lavitola avrebbe inoltre negato di averlo informato preventivamente. La frase attribuitagli da una testata – secondo cui non escluderebbe che Ranucci potesse avere “intuito” qualcosa – non ha al momento ricevuto conferme da fonti investigative.
Ora parlano cellulari e computer
Carabinieri e Procura stanno completando l’analisi del telefono e del computer sequestrati a Lavitola, con particolare attenzione alle comunicazioni successive al 4 luglio, quando l’imprenditore venne perquisito. Gli investigatori vogliono verificare contatti, eventuali tentativi di coordinamento e soprattutto confrontare il racconto dell’ex editore con le tracce digitali.
Terminati questi accertamenti, probabilmente non prima di settembre, anche Sigfrido Ranucci sarà nuovamente convocato in Procura, questa volta per essere ascoltato come persona informata sui fatti.
Nel frattempo la difesa di Lavitola ha annunciato ricorso al Tribunale del Riesame contro il mantenimento della custodia cautelare in carcere.
La confessione che sembrava poter chiudere il cerchio, insomma, ne ha aperto un altro. Chi ordinò l’attentato ora non è più il principale mistero. Restano da chiarire il vero movente, la scelta della bomba e quanto Lavitola sapesse delle modalità con cui il suo ordine sarebbe stato eseguito. Ed è proprio su questi punti che, per la gip, la versione raccontata a Rebibbia ancora non sta in piedi