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Il Marocco annuncia l’arresto di “caporali” che organizzavano un nuovo ingresso di massa a Ceuta

Mentre l'allerta resta alta, l'Europa studia le prossime mosse. Monito della Danimarca

Il Marocco annuncia l’arresto di “caporali” che organizzavano un nuovo ingresso di massa a Ceuta

Il Marocco prova a giocare d’anticipo. A due giorni dal 15 agosto, la data indicata da settimane sui social per un possibile nuovo ingresso di massa a Ceuta, il ministero dell’Interno marocchino, Abdelouafi Laftit, ha annunciato l’arresto di diverse persone sospettate di aver promosso e organizzato online la mobilitazione. Gli indagati sono ora sottoposti ad accertamenti sotto la supervisione della magistratura.

Rabat parla formalmente di persone sospettate di istigazione: non è ancora accertato che costituissero una struttura criminale unica o che fossero veri trafficanti. Gli investigatori stanno cercando di ricostruire chi si nasconda dietro gruppi Facebook, WhatsApp e altri canali nei quali circolano da giorni indicazioni su percorsi, punti di attraversamento e modalità per raggiungere Ceuta e Melilla.

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Invasione a Ceuta

Sui social l’appuntamento è il 15 agosto

Gli appelli hanno cominciato a circolare subito dopo la grande crisi del 30 e 31 luglio, quando circa 72.000 persone riuscirono a entrare a Ceuta dal Marocco, molte a nuoto o aggirando la barriera di confine. Decine morirono durante la traversata o nella calca. Quasi tutti sono poi rientrati in Marocco, ma l’episodio ha mostrato quanto rapidamente una mobilitazione online possa trasformarsi in un’emergenza alle frontiere europee.

Un’analisi delle reti che avevano preceduto il primo assalto ha individuato una struttura decentrata, composta da gruppi pubblici, chat private e piccoli reclutatori, più simile a una rete capace di rigenerarsi che a un’organizzazione con un solo capo. Alcuni gruppi avevano già rilanciato la frase “il 15 succederà qualcosa a Fnideq”, la città marocchina a ridosso di Ceuta.

Per questo le autorità marocchine sottolineano che la vigilanza non riguarda soltanto Ferragosto. Il portavoce del ministero dell’Interno ha assicurato che il dispositivo sarà “costantemente rafforzato e adattato” in base ai rischi individuati.

Migliaia di agenti schierati al confine

Nell’area tra Fnideq, Ceuta e Melilla la presenza delle forze di sicurezza è già stata fortemente rafforzata. Secondo Associated Press, oltre 20.000 uomini delle forze marocchine sono impiegati quotidianamente nel dispositivo di frontiera; nelle ultime ore sono comparsi reparti antisommossa, mezzi con idranti e ulteriori unità di emergenza. Anche la Spagna ha aumentato i controlli.

La Guardia Civil ha diffuso un messaggio molto netto: la frontiera non è aperta e chi sostiene il contrario sui social sta diffondendo informazioni false. La ministra della Difesa Margarita Robles ha avvertito che Madrid non tollererà una nuova entrata di massa.

Nel frattempo resta anche una tensione politica tra i due Paesi. Il ministro della Giustizia marocchino Abdellatif Ouahbi ha rilanciato la rivendicazione di Rabat su Ceuta e Melilla, provocando la reazione immediata di Madrid, che considera la sovranità sulle due città “non negoziabile”.

L’Europa prepara la seconda linea di difesa

La vera preoccupazione europea non riguarda soltanto ciò che potrebbe accadere sabato al confine marocchino. È soprattutto evitare che una nuova crisi produca movimenti secondari all’interno dell’Unione.

Dopo l’emergenza di luglio, i ministri dell’Interno europei hanno già discusso un pacchetto di misure che comprende maggiore scambio di intelligence, monitoraggio dei social per individuare in anticipo mobilitazioni di massa, rafforzamento delle frontiere esterne, lotta ai trafficanti e rimpatri più rapidi. Ventidue dei 27 Stati membri hanno chiesto una risposta coordinata.

Italia e Danimarca stanno inoltre spingendo perché l’Unione acceleri sui return hub nei Paesi terzi, strutture esterne all’Ue nelle quali trasferire persone senza diritto a rimanere in Europa. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto anche modelli per trattare fuori dall’Unione alcune procedure di asilo. Sono proposte politicamente sempre più sostenute, ma che dovranno comunque rispettare i vincoli del diritto europeo e internazionale.

Sul tavolo resta anche un’altra questione emersa con forza dopo Ceuta: quanto l’Europa possa permettersi di affidare la protezione delle proprie frontiere alla collaborazione di Paesi terzi. Il commissario europeo alla Migrazione Magnus Brunner ha avvertito che dipendere esclusivamente dalla “buona volontà” di uno Stato confinante rende l’Unione vulnerabile.

Frederiksen: “Se riparte il flusso, pronti a chiudere”

Il segnale politico più forte è arrivato però da Copenaghen. La premier socialdemocratica ha convocato ieri una seduta straordinaria del Parlamento danese dedicata proprio alla crisi di Ceuta.

La premier danese Mette Frederiksen

“Una politica migratoria rigorosa è essenziale per la Danimarca e per l’Europa“, ha detto definendo “inquietanti” le immagini arrivate dall’enclave spagnola. E soprattutto ha chiarito che, se dovessero ripartire movimenti consistenti di migranti attraverso l’Europa, il governo danese è pronto a rafforzare i controlli alle frontiere nel giro di poche ore e, come ultima misura, a chiuderle.

Frederiksen non chiede però l’uscita della Danimarca da Schengen. Al contrario, ha difeso la permanenza del Paese nello spazio di libera circolazione, sostenendo però che gli Stati devono poter utilizzare rapidamente i controlli interni quando una frontiera esterna dell’Unione entra in crisi.

La leader è alla guida di un governo socialdemocratico, ma sull’immigrazione è ormai una delle principali alleate europee di Giorgia Meloni. Nei giorni scorsi le due premier hanno ribadito insieme il no all'”immigrazione incontrollata“, chiedendo più rimpatri, frontiere esterne più forti e centri di ritorno fuori dall’Ue.

Il test di Ferragosto

Per ora nessuno sa se il nuovo appello del 15 agosto riuscirà realmente a mobilitare migliaia di persone. La Guardia Civil ritiene che la campagna online abbia una capacità di mobilitazione concreta, ma numero dei partecipanti, organizzatori e reale intenzione di tentare il passaggio restano incerti.