La svolta arriva dopo oltre cinque ore di interrogatorio nel carcere di Rebibbia. Valter Lavitola ha ammesso davanti al gip di Roma di essere stato il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report, avvenuto la sera del 16 ottobre 2025 davanti alla sua abitazione.
“Ho fatto mettere quella bomba perché Ranucci era in pericolo”, ha detto secondo quanto riferito dal suo avvocato Sergio Cola. L’obiettivo, sostiene oggi Lavitola, sarebbe stato quello di costringere le autorità ad aumentare il livello di protezione del giornalista.
È un cambio di linea radicale. Dopo la perquisizione dello scorso luglio Lavitola aveva respinto l’accusa, mentre ora ammette la responsabilità dell’operazione ma cerca di riscriverne il movente: nessun progetto politico e nessuna volontà di danneggiare Ranucci, bensì un gesto che definisce compiuto “per il suo bene”.

“Volevo fargli aumentare la scorta”
Secondo la versione fornita al giudice, all’epoca Ranucci disponeva di una protezione composta da due uomini. Dopo l’attentato il dispositivo sarebbe stato portato a otto agenti.
La bomba, composta da gelatina da cava, avrebbe quindi avuto, nella ricostruzione di Lavitola, una finalità paradossale: simulare una minaccia ancora più grave per ottenere una protezione maggiore per l’amico. Ranucci vive sotto scorta già dal 2021 per le minacce ricevute in relazione al suo lavoro giornalistico.

Il legale del giornalista, Roberto De Vita, ha definito questa spiegazione un “delirante teatro della follia”, ricordando che Ranucci era già protetto e godeva già di una notorietà molto elevata. La confessione, sottolinea la difesa, è una cosa; la credibilità del movente indicato da Lavitola dovrà invece essere verificata dagli inquirenti.
Per i pm resta il progetto di lanciarlo in politica
La spiegazione di Lavitola, infatti, non coincide con quella finora ricostruita dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma.
Secondo gli investigatori, l’attentato sarebbe stato organizzato per aumentare la popolarità di Ranucci e rafforzarne l’immagine pubblica in vista di una possibile futura discesa in politica. Nelle chat acquisite nell’inchiesta Lavitola incoraggiava da tempo questa prospettiva: gli scriveva che sarebbe potuto diventare uno dei pochi leader “potabili” del Paese e arrivava a immaginarne un futuro ai vertici delle istituzioni. Dopo l’attentato avrebbe inoltre lavorato all’idea di commissionare un sondaggio sulla popolarità del giornalista.

È dunque soprattutto il movente a restare aperto: Lavitola ammette di aver ordinato la bomba, ma sostiene di averlo fatto esclusivamente per aumentare la sicurezza dell’amico. Gli inquirenti continuano invece a considerare centrale il progetto politico coltivato dall’ex editore.
Ranucci resta la vittima dell’attentato
Ranucci non è indagato e per la Procura resta parte offesa. Gli investigatori hanno finora ritenuto che fosse all’oscuro dell’organizzazione dell’attentato.
A creare nuovi interrogativi è stata però una frase dell’avvocato di Lavitola. Alla domanda dei cronisti se Ranucci sapesse qualcosa del progetto, Cola ha risposto di non voler aggiungere altro. Non è una prova di un coinvolgimento del giornalista, ma è uno degli aspetti che la Procura potrebbe voler chiarire nelle prossime settimane. Ranucci potrebbe infatti essere nuovamente convocato dai magistrati.
Proseguono intanto le ricerche di Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense considerato dagli inquirenti l’intermediario tra Lavitola e il gruppo che avrebbe materialmente organizzato l’attentato. Roma sta avviando la procedura per chiederne l’estradizione.
Il post di Ranucci e il richiamo a Mattarella, Moro, Falcone e Borsellino
Nelle stesse ore la vicenda si è spostata sul terreno politico per un post pubblicato dallo stesso Ranucci.
Sotto il titolo “La voce che spaventa”, il giornalista ha richiamato il filo che lega Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sostenendo che la storia italiana abbia colpito alcuni dei suoi uomini migliori per aver avuto la capacità di comprendere e raccontare prima degli altri ciò che stava accadendo.
Il riferimento alla propria situazione e la pubblicazione del messaggio proprio nel pieno dello scontro sul caso Lavitola sono stati interpretati dal centrodestra come un paragone con le grandi vittime del terrorismo e della mafia.
Tra queste c’è Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, assassinato da Cosa nostra a Palermo nel 1980. Nel post compaiono anche Moro, ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978, e Falcone e Borsellino, assassinati dalla mafia nel 1992.
Salvini: “La Rai lo sospenda”. FdI: paragone “ignobile”
La reazione politica è stata immediata. Il vicepremier Matteo Salvini ha contestato duramente l’accostamento a Moro, Falcone e Borsellino e ha chiesto alla Rai di valutare la sospensione della collaborazione con il conduttore di Report alla luce delle circostanze che stanno emergendo nell’inchiesta.
Ancora più duro Fratelli d’Italia. I parlamentari del partito in commissione di Vigilanza Rai hanno definito “ignobile” il paragone con uomini realmente assassinati dalla mafia e hanno chiesto a Ranucci di chiarire invece i suoi rapporti con Lavitola, compresa una lunga conversazione telefonica avvenuta il giorno della perquisizione dell’ex editore.