la stretta

Auto aziendali, nuove regole sui fringe benefit: chi rischia di pagare fino al 50% in più

Riguarda anche elettriche e plug-in, ma l’effetto maggiore ricadrà su benzina, diesel e ibride non ricaricabili

Auto aziendali, nuove regole sui fringe benefit: chi rischia di pagare fino al 50% in più

L’età dell’auto aziendale potrebbe diventare decisiva per stabilire quante tasse deve pagare il dipendente. Il decreto correttivo Omnibus della riforma fiscale introduce infatti una maggiorazione del 50% del valore imponibile del fringe benefit per i veicoli concessi in uso promiscuo dopo il superamento del quinto anno dalla prima immatricolazione.

La misura è contenuta nell’Atto del Governo numero 430, approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri il 10 giugno 2026 e trasmesso alle Camere il 21 luglio per l’acquisizione dei pareri parlamentari. Alla data del 29 luglio 2026, quindi, il provvedimento non è ancora definitivamente in vigore: dopo l’esame delle commissioni dovrà tornare al Consiglio dei ministri per l’approvazione finale.

Non è una tassa del 50%

Il primo punto da chiarire è che non viene introdotta una nuova aliquota fiscale del 50%. Ad aumentare del 50% è il valore convenzionale dell’auto che viene aggiunto al reddito imponibile del dipendente.

L’auto concessa in “uso promiscuo”, cioè utilizzabile sia per il lavoro sia per esigenze personali, costituisce infatti una forma di retribuzione in natura. Il valore viene calcolato partendo da una percorrenza convenzionale di 15.000 chilometri all’anno e dal costo chilometrico previsto per ciascun modello nelle tabelle pubblicate ogni anno dall’ACI.

Su questo importo vengono applicate percentuali differenti in base all’alimentazione:

50% per benzina, diesel, GPL, metano e ibride non plug-in;

20% per le ibride plug-in;

10% per le auto completamente elettriche.

Il correttivo prevede che queste percentuali producano un valore imponibile maggiorato del 50% dopo il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello della prima immatricolazione.

Dal sesto anno il valore imponibile sale

In termini pratici, una volta superata la soglia temporale prevista dal decreto, le percentuali effettive diventerebbero:

75% del valore ACI per le auto termiche e le ibride non plug-in;

30% per le ibride plug-in;

15% per le auto elettriche.

L’aumento interessa quindi tutte le alimentazioni, non soltanto diesel e benzina. La penalizzazione assoluta sarà però generalmente più pesante per le vetture tradizionali, perché partono già da una base imponibile molto più elevata.

Il conteggio non parte dal giorno esatto in cui l’auto compie cinque anni. La maggiorazione scatta dal 1° gennaio successivo alla conclusione del quinto anno seguente a quello di immatricolazione.

Un veicolo immatricolato nel 2020, per esempio, supera il limite al termine del 2025 e può essere assoggettato alla maggiorazione dal periodo d’imposta 2026, qualora rientri nel perimetro previsto dalla norma. Tra i primi mezzi coinvolti figurano dunque le auto concesse in uso promiscuo secondo il regime applicabile dal 1° luglio 2020.

Un esempio in busta paga

Si consideri un’automobile per la quale le tabelle ACI determinano un costo convenzionale annuo di 5.000 euro. Per un’auto a benzina o diesel, nei primi cinque anni il fringe benefit imponibile è pari a 2.500 euro, cioè il 50% del valore convenzionale. Dal sesto anno, con la maggiorazione prevista dal correttivo, salirebbe a 3.750 euro.

Il reddito imponibile del lavoratore aumenterebbe quindi di ulteriori 1.250 euro all’anno. Per una plug-in, lo stesso valore ACI produrrebbe un imponibile che passa da 1.000 a 1.500 euro. Per un’elettrica, da 500 a 750 euro.

Questo non significa che il lavoratore versi direttamente 1.250 euro di tasse aggiuntive. L’incremento effettivo delle trattenute dipenderà dalla sua aliquota marginale IRPEF, dalle addizionali regionali e comunali e dalla situazione reddituale personale.

Il rincaro del 50% riguarda la base fiscale del benefit, mentre l’effetto netto sullo stipendio sarà inferiore e varierà da dipendente a dipendente.

Chi sarà maggiormente penalizzato

La stretta riguarderà soprattutto i lavoratori ai quali è assegnata un’auto aziendale da oltre cinque anni o un veicolo più datato proveniente dalla flotta dell’impresa.

La riassegnazione a un altro dipendente non azzera l’età fiscale del mezzo. Il parametro resta infatti la prima immatricolazione, non la data dell’ultima assegnazione. Un’azienda non potrà quindi evitare la maggiorazione semplicemente spostando l’auto da un lavoratore a un altro.

Saranno particolarmente esposti i dipendenti con vetture diesel, benzina, full hybrid, GPL o metano, per le quali la percentuale ordinaria è già fissata al 50%. La riforma del 2025 ha invece favorito elettriche e plug-in, contribuendo anche alla crescita delle immatricolazioni di queste ultime nel mercato delle flotte aziendali.

La nuova tassa sugli optional

Il decreto interviene anche su accessori e allestimenti che non risultano valorizzati nelle tabelle ACI e che non sono stati acquistati direttamente dal lavoratore.

In presenza di questi optional, il valore del fringe benefit viene aumentato in modo forfettario di un ulteriore 5%. Dall’importo finale continuano a essere sottratte le somme eventualmente trattenute al dipendente per l’utilizzo dell’auto o per gli stessi accessori.

Salvate le auto ordinate nel 2024

Il correttivo cerca anche di risolvere il problema delle auto ordinate dalle imprese entro il 31 dicembre 2024, ma consegnate e assegnate durante il 2025.

Per questi veicoli continuerà ad applicarsi il precedente regime basato sulle emissioni di anidride carbonica fino al termine del quinto anno dalla prima immatricolazione. La salvaguardia vale anche in caso di successiva assegnazione a un altro dipendente. Dopo il quinto anno, però, scatterà comunque la maggiorazione del 50%.

Il testo precisa inoltre che non saranno rimborsate le eventuali maggiori imposte già versate in base alle interpretazioni adottate prima del chiarimento normativo.

Le aziende spinte a rinnovare le flotte

L’obiettivo della norma è accelerare la sostituzione dei veicoli più vecchi, inducendo le aziende a ridurre la durata di permanenza delle auto nelle flotte.

Invece di prevedere un incentivo diretto per l’acquisto di un mezzo nuovo, il Governo sceglie quindi una penalizzazione fiscale per chi conserva lo stesso veicolo oltre cinque anni.

Per le imprese la scelta sarà soprattutto economica: confrontare il costo di rinnovo della flotta con l’aumento del fringe benefit per i dipendenti. Per i lavoratori, invece, diventerà fondamentale controllare nel cedolino non soltanto il modello e l’alimentazione dell’auto, ma anche la data della sua prima immatricolazione.

La “stangata” non colpirà tutti i dipendenti con un’auto aziendale. Saranno soprattutto quelli che utilizzano vetture più anziane a vedere aumentare il reddito imponibile e, di conseguenza, le trattenute in busta paga. Ma l’effetto concreto arriverà soltanto dopo il completamento dell’iter parlamentare e l’approvazione definitiva del decreto.