La fragile pausa militare tra Stati Uniti e Iran si è interrotta nella serata di martedì 28 luglio 2026, poche ore dopo l’incontro alla Casa Bianca tra il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Prime Minister Bibi Netanyahu of Israel, along with myself and Representatives. Had a very good meeting! Obviously, many important subjects were discussed. President DONALD J. TRUMP
( TS: Jul 28 2026, 8:57 PM ET ) pic.twitter.com/6FnSD3wksm
— Commentary Donald J. Trump Truth Social Posts On X (@TrumpTruthOnX) July 29, 2026
La fragile pausa militare tra Stati Uniti e Iran si è interrotta tra la tarda serata di martedì 28 luglio e le prime ore di mercoledì 29 luglio 2026, quando i Guardiani della Rivoluzione iraniana hanno lanciato una raffica di missili balistici contro obiettivi militari statunitensi in Giordania.
Secondo le prime ricostruzioni, l’attacco era diretto contro una base aerea utilizzata dalle forze americane e contro una struttura di comando del CENTCOM. Diverse fonti hanno indicato come possibile bersaglio principale la base aerea Muwaffaq Salti, nei pressi di Azraq, circa 100 chilometri a est di Amman, già colpita dall’Iran nei giorni precedenti. Il nome dell’installazione non è stato tuttavia precisato nella prima nota diffusa dal comando militare statunitense.

Il CENTCOM ha parlato di un “tentativo di attacco a sorpresa”, precisando che il lancio è avvenuto alle 17:45 della costa orientale americana, le 00:45 del 29 luglio in Giordania. Le forze armate giordane hanno successivamente riferito di avere intercettato e distrutto cinque missili provenienti dall’Iran. Non sono stati segnalati morti, feriti o danni materiali. Tutti i vettori diretti contro le forze americane sarebbero stati neutralizzati dalle difese aeree statunitensi e giordane.
Un vertice di un’ora e mezza alla Casa Bianca
Il nuovo lancio di missili è avvenuto nello stesso giorno del vertice tra Trump e Netanyahu, ricevuto nello Studio Ovale per il loro primo incontro faccia a faccia dall’inizio, il 28 febbraio 2026, della campagna militare congiunta contro l’Iran. Alla riunione, durata circa un’ora e mezza, hanno partecipato anche il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e il capo del Pentagono Pete Hegseth. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha definito il colloquio “positivo e produttivo”.
Netanyahu ha parlato di una conversazione “eccellente” e di una piena collaborazione tra i due Paesi. Il premier israeliano ha indicato come obiettivo comune quello di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari, ribadendo pubblicamente la solidità dell’alleanza con Washington. Nel vertice sono stati affrontati anche la situazione in Libano, il futuro di Gaza e la possibile estensione degli Accordi di Abramo ad altri Paesi arabi, in particolare all’Arabia Saudita.
Dietro le dichiarazioni concilianti restano però differenze rilevanti. Trump vuole utilizzare la minaccia militare per ottenere un accordo, mentre Netanyahu teme che una nuova trattativa lasci a Teheran capacità nucleari e missilistiche ancora utilizzabili. Prima del vertice, il presidente americano aveva affermato che i colloqui con l’Iran stavano procedendo bene, pur minacciando attacchi contro impianti energetici, ponti e contro Pickaxe Mountain, il sito fortificato che Israele considera collegato al programma nucleare iraniano.
Trump aveva anche mostrato irritazione per la decisione di Netanyahu di sollevare pubblicamente la questione del sito sotterraneo. “Non ho bisogno che Bibi me lo dica”, aveva affermato il presidente, accusando implicitamente il leader israeliano di voler mantenere gli Stati Uniti coinvolti direttamente nel conflitto.
La risposta americana si allarga all’Iraq
Nelle prime ore di mercoledì 29 luglio, il comando americano ha annunciato attacchi coordinati condotti da forze statunitensi e saudite contro gruppi armati filo-iraniani in Iraq. Secondo Washington, le milizie colpite erano coinvolte in una serie di attacchi con droni, diretti dai Guardiani della Rivoluzione contro basi americane e infrastrutture energetiche saudite.
Il nodo più delicato rimane lo Stretto di Hormuz, da cui transita una quota decisiva delle esportazioni mondiali di petrolio e gas. Nei giorni della pausa, il traffico commerciale era sceso ai livelli più bassi delle precedenti tre settimane, mentre mediatori dell’Oman cercavano un compromesso sulle modalità di transito delle navi. Teheran rivendica il diritto di controllare la navigazione, mentre gli Stati Uniti mantengono una presenza navale rafforzata e chiedono il libero passaggio delle imbarcazioni internazionali.
Una tregua sempre più difficile
La ripresa degli attacchi indebolisce la posizione di chi, nell’amministrazione americana, sperava di trasformare la pausa militare in una riapertura stabile dei negoziati. L’intercettazione dei missili ha evitato vittime immediate, ma l’uso ripetuto dei sistemi Patriot e THAAD sta aumentando la pressione sulle scorte americane di intercettori, già consumate da cinque mesi di guerra e dalla protezione delle basi statunitensi distribuite nella regione.
Anche la politica interna pesa sulle scelte dei due leader. Netanyahu si prepara alle elezioni israeliane del 27 ottobre 2026 e ha interesse a mostrarsi come il garante della sicurezza nazionale e del rapporto privilegiato con Washington. Trump deve invece contenere l’aumento dei prezzi dell’energia e le critiche di una parte dell’elettorato repubblicano, contraria a un coinvolgimento americano senza limiti in un’altra guerra mediorientale.