Oltre 200 milioni di euro sono entrati nelle casse della Regione Lombardia dopo il pagamento degli arretrati dovuti dalle società del gruppo Enel per lo sfruttamento delle grandi derivazioni idroelettriche.
La cifra, indicata negli atti regionali in circa 205 milioni, non rappresenta un nuovo investimento volontario della società energetica e neppure un risarcimento. Si tratta di canoni e corrispettivi accumulati durante diversi anni e contestati davanti ai giudici dai concessionari. A metà luglio 2026 è stata confermata l’avvenuta riscossione da parte della Regione.
Perché Enel doveva pagare
L’acqua utilizzata per produrre energia è un bene pubblico. Le società che la prelevano attraverso dighe, bacini e condotte devono quindi pagare alla Regione un corrispettivo per la concessione.
Dal 2020 la Lombardia applica alle grandi derivazioni il cosiddetto canone binomio, composto da:
- una quota fissa, legata alla potenza concessa;
- una quota variabile, calcolata sulla produzione effettiva e sul prezzo zonale dell’energia.
A queste somme si aggiunge l’obbligo di cedere gratuitamente alla Regione una quota dell’elettricità prodotta oppure di versarne il valore economico. Sono inoltre dovuti canoni specifici per gli impianti che continuano a funzionare dopo la scadenza della concessione.
La lunga battaglia legale
Le società concessionarie avevano contestato sia il nuovo sistema di calcolo sia l’obbligo di fornire energia gratuita o monetizzarne il valore. Uno dei punti principali era l’applicabilità delle nuove regole anche alle concessioni già esistenti, e non soltanto a quelle future.
Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con le sentenze n. 2995 dell’11 febbraio 2026 e n. 3821 del 2026, hanno respinto i ricorsi. Secondo i giudici, il canone binomio e la cessione gratuita dell’energia si applicano a tutte le grandi derivazioni idroelettriche, comprese quelle in corso di validità, prorogate o già scadute.
La Cassazione ha anche chiarito che l’energia gratuita, o la relativa monetizzazione, non costituisce una tassa. È una componente del prezzo dovuto per utilizzare in concessione un bene demaniale, con una funzione anche solidaristica e perequativa verso i territori interessati.
Dopo queste decisioni, il contenzioso sulla legittimità generale delle richieste regionali si è sostanzialmente chiuso e sono diventati esigibili gli importi accumulati negli anni precedenti.
Dove andranno i 205 milioni
I fondi sono destinati alla Città metropolitana di Milano e alle Province di Bergamo, Brescia, Lecco, Sondrio e Varese, cioè ai territori nei quali si trovano le grandi infrastrutture idroelettriche interessate.
La quota maggiore riguarda la provincia di Sondrio, alla quale sono stati attribuiti circa 78 milioni di euro di canoni arretrati e 43,1 milioni sotto forma di energia gratuita o monetizzata: oltre 120 milioni complessivi.
Alla provincia di Brescia spettano circa 39,6 milioni, alla Bergamasca oltre 24 milioni e a Varese circa 15,2 milioni. Le risorse dovranno finanziare prioritariamente opere, servizi e investimenti nei territori che ospitano dighe, condotte, bacini e centrali.
Scandella: “Bene l’incasso, ma stop alle tattiche dilatorie”
Il consigliere regionale del Partito democratico Jacopo Scandella, che aveva più volte sollevato il caso, ha accolto positivamente il pagamento ma ha attaccato il comportamento dei grandi operatori.
“È un bene che le sentenze della Cassazione abbiano finalmente consentito alla Regione di incassare gli oltre 200 milioni”, ha dichiarato. Per Scandella, però, è “inaccettabile” che i concessionari possano trattenere per anni somme destinate ai territori attraverso ricorsi ripetuti, continuando nel frattempo a beneficiare della liquidità.
Il consigliere ha chiesto alla Giunta di aumentare gli interessi di mora per scoraggiare futuri ritardi e di procedere rapidamente alla riassegnazione delle concessioni: “Per la montagna questa è la partita del secolo”.
L’assessore regionale alle Risorse energetiche Massimo Sertori aveva invece definito l’esito giudiziario una grande vittoria per la Lombardia, sottolineando che canoni ed energia gratuita sono dovuti per legge ai territori che sostengono gli effetti ambientali e infrastrutturali della produzione idroelettrica.
Ora il nodo sono le concessioni
Il pagamento degli arretrati chiude una controversia economica, ma non risolve la questione più importante: chi gestirà nei prossimi decenni le centrali e a quali condizioni.
In Lombardia risultano 71 grandi concessioni idroelettriche. Venti sono scadute tra il 2010 e il 2019, mentre molte altre arriveranno a scadenza entro il 2029. Gli operatori uscenti continuano a utilizzare gli impianti attraverso accordi temporanei, pagando canoni aggiuntivi.
Nel dicembre 2023 la Regione ha avviato le procedure per riassegnare le concessioni di Resio e Codera-Ratti-Dongo, raccogliendo complessivamente undici offerte. Nel marzo 2026 sono inoltre iniziate le attività preparatorie per le altre 42 concessioni in scadenza nel 2029.
Le strade possibili restano le gare pubbliche, una società mista con partecipazione regionale oppure la cosiddetta “quarta via”: il rinnovo al concessionario uscente in cambio di investimenti, benefici territoriali ed energia a prezzo calmierato, soluzione che richiede però un intervento normativo nazionale e un confronto con l’Unione europea.