Mario Roggero resta in carcere. L’Ufficio di Sorveglianza del Tribunale di Torino ha respinto la richiesta di sospensione e differimento della pena presentata dalla difesa del gioielliere di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, condannato in via definitiva a 14 anni e 8 mesi per aver ucciso due dei tre rapinatori mentre fuggivano dopo l’assalto al suo negozio nel 2021.
Il rigetto dell’istanza arriva pochi giorni dopo l’ingresso di Roggero nel carcere di Bollate, a Milano, dove si è costituito per iniziare a scontare la pena.

Perché il Tribunale ha respinto la richiesta
L’istanza era stata presentata dall’avvocato Stefano Marcolini in attesa della decisione sulla domanda di grazia inoltrata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dalla moglie del gioielliere, Mariangela Sandrone.
La giudice di sorveglianza Elena Massucco ha spiegato che il beneficio richiesto è previsto principalmente per situazioni nelle quali l’esecuzione della pena non sia ancora iniziata e, generalmente, riguardi condanne di durata contenuta. Nel caso di Roggero, invece, la detenzione era già in corso.
Tra gli aspetti meno discussi della vicenda c’è anche il fatto che Roggero custodisse l’arma utilizzata durante la sparatoria pur non essendo più titolare del porto d’armi. Il provvedimento gli era stato infatti revocato nel 2005 dopo un episodio nel quale aveva minacciato con una pistola i familiari del fidanzato della figlia.
Il procuratore Viola: “Bisogna abbassare i toni”
Nel provvedimento viene inoltre precisato che non sono emersi elementi di particolare urgenza o necessità tali da giustificare un intervento immediato. Le eventuali valutazioni sul differimento della pena dovranno quindi essere effettuate dal Tribunale di Sorveglianza.
La stessa richiesta era stata presentata anche al Tribunale di Sorveglianza di Milano, che però si è dichiarato incompetente, rimettendo gli atti a Torino e alla Corte di Cassazione per l’eventuale risoluzione del conflitto di competenza.
Sul caso è intervenuto anche il procuratore capo di Milano, Marcello Viola, invitando ad abbassare i toni dopo le polemiche scoppiate negli ultimi giorni e gli attacchi rivolti sui social ai magistrati che hanno pronunciato la condanna.
“Bisogna abbassare i toni, da parte di tutti, e lasciare alla magistratura il modo e il tempo di fare il suo lavoro”, ha dichiarato il magistrato, sottolineando come le decisioni giudiziarie dovrebbero essere valutate soltanto dopo aver letto attentamente le motivazioni delle sentenze.
Le critiche alla strategia difensiva
Parallelamente alla decisione del Tribunale, continua il confronto tra giuristi e commentatori sulla strategia difensiva adottata durante il processo. In molti sostengono che sia stata un fallimento.
Tra coloro che hanno espresso questa posizione c’è anche l’avvocato e divulgatore Angelo Greco, seguitissimo sui social, secondo il quale la linea difensiva avrebbe dovuto seguire un’impostazione diversa.

Al centro della discussione c’è l’articolo 90 del Codice penale, una disposizione spesso richiamata dagli esperti ma raramente approfondita nel dibattito pubblico. La norma stabilisce infatti che gli stati emotivi o passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità.
In altre parole, rabbia, paura o forte stress possono eventualmente incidere sulla valutazione della pena (leggasi, attenuanti), ma non eliminano la responsabilità penale.
Dovevano puntare sulla temporanea infermità mentale
Secondo Greco, proprio alla luce dell’articolo 90, puntare esclusivamente sulla legittima difesa sarebbe stata una scelta processuale impossibile da sostenere.
La ragione principale riguarda il requisito dell’attualità del pericolo: al momento degli spari i rapinatori erano già in fuga e non rappresentavano più una minaccia immediata.
Per questo Greco ritiene che la difesa avrebbe potuto tentare (semmai) di dimostrare una temporanea incapacità di intendere e di volere provocata dal trauma subito durante la rapina, attraverso una specifica perizia psichiatrica.
Una strategia che avrebbe potuto aprire la strada a una diversa valutazione della responsabilità penale e, potenzialmente, a un trattamento sanzionatorio meno severo.