linea dura

Dopo Australia e Inghilterra, anche la Francia (prima nell’Ue) vieta i social per minori di 15 anni

Il Parlamento approva il divieto sostenuto da Emmanuel Macron: niente nuovi account dal 1° settembre e verifica obbligatoria dell’età

Dopo Australia e Inghilterra, anche la Francia (prima nell’Ue) vieta i social per minori di 15 anni

La Francia è il primo Paese dell’Unione europea ad approvare un divieto nazionale generalizzato di accesso ai social network per i minori di 15 anni.

Il testo ha ottenuto il via libera il 21 luglio 2026 dall’Assemblea nazionale e dal Senato, dopo l’accordo raggiunto da una commissione mista sulla versione definitiva. La misura è uno dei provvedimenti simbolo sostenuti dal presidente Emmanuel Macron, che da mesi presenta la limitazione dei social come una questione di salute pubblica e protezione dell’infanzia.

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Social e adolescenti

La formula utilizzata dall’Eliseo è netta: “Prima dei 15 anni, niente più social network”. La ministra delegata all’Intelligenza artificiale Anne Le Hénanff ha parlato dell’apertura di una nuova “maggiore età digitale” europea.

Come funzionerà il divieto

L’obiettivo del governo è applicare le nuove regole dal 1° settembre 2026, in coincidenza con l’inizio dell’anno scolastico. Da quella data, i minori di 15 anni non potranno più aprire nuovi account. Le piattaforme avranno poi alcuni mesi per individuare e disattivare i profili già esistenti appartenenti a utenti sotto la soglia prevista.

La responsabilità ricadrà principalmente sulle piattaforme, non sui ragazzi o sui genitori. I gestori dovranno introdurre sistemi di verifica dell’età compatibili con le indicazioni della Cnil, l’autorità francese per la protezione dei dati.

Il divieto interesserà servizi come TikTok, Instagram, Facebook, Snapchat e X. Per piattaforme ibride come YouTube, che uniscono contenuti video, interazioni sociali e raccomandazioni algoritmiche, il perimetro dovrà essere precisato. Sono invece previste esclusioni per enciclopedie online, repertori educativi e servizi destinati specificamente all’apprendimento.

La legge estende inoltre le limitazioni all’utilizzo degli smartphone nelle scuole superiori, inserendo il divieto dei social in una strategia più ampia di riduzione dell’esposizione digitale durante l’orario scolastico.

Gli ostacoli costituzionali ed europei

Il voto parlamentare non conclude definitivamente il percorso. Il testo dovrà essere promulgato e potrebbe essere esaminato dal Consiglio costituzionale, soprattutto per gli effetti sulla libertà di espressione, sull’accesso all’informazione, sull’anonimato online e sulla protezione dei dati.

Resta inoltre da verificare la compatibilità con il Digital Services Act europeo, che attribuisce alla Commissione specifiche competenze sulle grandi piattaforme. La prima versione della legge francese è stata modificata proprio per ridurre le sovrapposizioni con la normativa comunitaria.

Le opposizioni, in particolare La France insoumise, contestano sia la costituzionalità sia l’applicabilità del provvedimento. Il principale rischio è che, per verificare l’età dei minori, le piattaforme debbano identificare anche gli adulti, raccogliendo documenti o dati biometrici e riducendo l’anonimato online.

Un altro problema riguarda i milioni di profili già aperti con date di nascita false, oltre alla possibilità di aggirare i controlli attraverso Vpn, account intestati ai genitori o altri sistemi.

Australia apripista

La Francia è la prima nell’Unione europea, ma non nel mondo. Il precedente più importante è l’Australia, che nel 2024 ha approvato il primo divieto nazionale e dal 10 dicembre 2025 obbliga le principali piattaforme a impedire agli under 16 di possedere un account.

Le aziende che non adottano misure considerate ragionevoli rischiano sanzioni fino a 49,5 milioni di dollari australiani. I primi risultati mostrano però quanto sia difficile far rispettare il divieto: una quota significativa di adolescenti continuerebbe a utilizzare le piattaforme attraverso profili non verificati o intestati ad altre persone.

Gli altri Paesi che hanno introdotto restrizioni

In Gran Bretagna, lunedì 15 giugno 2026, il Primo Ministro Keir Starmer ha annunciato, in un video pubblicato sui suoi canali social, la grande novità che avrà inizio nei primi mesi del 2027:

Stiamo vietando l’accesso ai social media ai minori di 16 anni. Oggi i ragazzi devono orientarsi in un mondo in cui la tecnologia si insinua in ogni aspetto della loro vita. Non posso più permettere che ciò continui. Perciò stiamo restituendo ai bambini la loro infanzia”.

Nel dettaglio, Starmer ha riferito che il provvedimento a che fare con la sicurezza e la salute mentale dei ragazzi, resi “infelici” dai social e sottoposti al rischio di “vivere intrappolati in un ciclo di ‘scroll’ infinito che allontana il gioco, il sonno e il tempo con la famiglia“.

Prima di procedere con il divieto, nel Regno Unito era stata fatta una consultazione pubblica che ha ricevuto oltre 116mila risposte, con un esito quasi unanime: 9 genitori su 10 si sono detti favorevoli a un’età minima per l’accesso ai social.

La misura “ha avuto e avrà resistenze da parte di alcune delle aziende più potenti al mondo” ha aggiunto il Primo Ministro inglese.

Nel dettaglio, sebbene non sia stata diffusa una lista completa, il divieto dovrebbe riguardare tutte le app “il cui scopo è quello di favorire l’interazione sociale e che consentono agli utenti di pubblicare materiale“, come Snapchat, TikTok, YouTube, Instagram, Facebook e X. Senza vincoli rimarranno i servizi di messaggistica come WhatsApp e Signal, oppure YouTube Kids.

Dopo l’Australia, anche l’Indonesia ha iniziato ad applicare dal 28 marzo 2026 restrizioni agli account degli under 16 sulle piattaforme considerate ad alto rischio, tra cui YouTube, TikTok, Facebook, Instagram, X e Roblox.

La Malaysia ha seguito dal 1° giugno 2026, vietando ai minori di 16 anni di registrare account personali. La Turchia, che non fa parte dell’Unione europea, ha invece approvato nell’aprile 2026 una soglia di 15 anni accompagnata da nuovi obblighi per social network e società di videogiochi.

In Europa, Spagna, Danimarca, Grecia, Polonia, Slovenia, Norvegia e Svezia stanno valutando misure analoghe, generalmente con soglie comprese tra 15 e 16 anni. Anche il Regno Unito lavora a un divieto per gli under 16, accompagnato da limiti alle dirette streaming, ai contatti con sconosciuti e alle funzioni progettate per prolungare l’utilizzo.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato una proposta comune dopo l’estate, probabilmente basata su un accesso progressivo: fortemente limitato e supervisionato sotto i 13 anni, più ampio durante l’adolescenza.

Il rapporto dell’Anses: esaminati oltre mille studi

La base scientifica più direttamente collegata alla decisione francese è il rapporto pubblicato nel gennaio 2026 dall’Anses, l’Agenzia nazionale per la sicurezza sanitaria.

Un gruppo di epidemiologi, pediatri, psicologi e psichiatri ha analizzato oltre 1.000 studi scientifici sull’uso dei social network e sulla salute degli adolescenti.

Secondo l’Agenzia, un adolescente francese su due trascorre tra due e cinque ore al giorno sullo smartphone e il 58% dei ragazzi tra 12 e 17 anni consulta quotidianamente i social.

Il problema non riguarda soltanto il tempo trascorso online, ma il modo in cui le piattaforme sono progettate. Scorrimento infinito, notifiche, ricompense intermittenti, confronto sociale e algoritmi di raccomandazione sono costruiti per aumentare la permanenza dell’utente.

I principali rischi individuati riguardano:

  • il sonno, soprattutto per l’utilizzo serale;
  • l’immagine corporea e l’autostima;
  • il cyberbullismo;
  • l’esposizione a contenuti su autolesionismo, disturbi alimentari, droghe e suicidio;
  • la riduzione del tempo dedicato ad attività fisica, studio e relazioni dirette.

Le ragazze risultano mediamente più esposte, anche per la maggiore pressione legata all’immagine e la più alta frequenza di molestie online.

L’Anses non chiede però soltanto un limite anagrafico. Raccomanda piattaforme “sicure per progettazione”, prive di interfacce manipolative e di algoritmi capaci di amplificare contenuti dannosi. La responsabilità, secondo l’Agenzia, non può ricadere esclusivamente sulle famiglie.

I dati dell’Oms sull’utilizzo problematico

Lo studio internazionale HBSC, condotto con l’Organizzazione mondiale della Sanità, ha coinvolto quasi 280.000 adolescenti di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e territori.

La quota di ragazzi con un utilizzo definito problematico dei social è salita dal 7% del 2018 all’11% del 2022. Il dato raggiunge il 13% tra le ragazze e si ferma al 9% tra i ragazzi.

Per utilizzo problematico l’Oms intende un comportamento con caratteristiche simili alla dipendenza: difficoltà nel controllarsi, disagio quando non si può accedere alle piattaforme, abbandono di altre attività e conseguenze negative sulla vita quotidiana.

Questo modello è associato a minore benessere, riduzione del sonno e difficoltà scolastiche. L’Oms mantiene però una posizione articolata: i social possono anche rafforzare legami, appartenenza e sostegno tra coetanei, soprattutto per adolescenti isolati o appartenenti a minoranze.

Per questo, oltre alla regolamentazione, vengono richiesti educazione digitale, formazione degli insegnanti, servizi psicologici e maggiore responsabilità delle aziende tecnologiche.