L’Unione europea finanzierà nuovi droni per l’Ucraina, ma una parte dei componenti potrà essere acquistata in Cina, il Paese che la Nato considera un “facilitatore decisivo” della macchina militare russa.
Il paradosso è emerso durante la visita a Kyiv della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha incontrato Volodymyr Zelensky e annunciato una nuova collaborazione industriale su droni e sistemi anti-drone.
We will bring together the best of our drone ecosystems underpinned by a drone deal.
Ukrainian ingenuity, tested every day on the battlefield.
And EU industrial strength, able to produce at speed and at scale.
We will reproduce the same with missiles. https://t.co/6eIKdl96ua
— Ursula von der Leyen (@vonderleyen) July 15, 2026
La possibilità nasce da una deroga concessa da Bruxelles alle regole sugli acquisti militari europei: Kyiv potrà procurarsi fuori dall’Unione alcuni componenti non disponibili abbastanza rapidamente in Europa.
Il nuovo “Drone Deal”
L’accordo punta a unire l’esperienza maturata dall’industria ucraina sul campo di battaglia con i finanziamenti e la capacità produttiva europea.
“Dobbiamo unire le nostre forze”, ha dichiarato von der Leyen. L’obiettivo è aumentare la produzione, avviare progetti comuni e integrare progressivamente le imprese ucraine nel sistema europeo della difesa.
Il programma rientra nel prestito Ue da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina per il 2026 e il 2027. Circa 60 miliardi saranno dedicati alla difesa; una prima tranche da 5,9 miliardi riguarderà droni e tecnologie collegate.
Perché servono ancora pezzi cinesi
Le regole europee prevedono che i fondi siano spesi soprattutto nell’Ue, in Ucraina o nei Paesi partner. Sono però ammesse eccezioni quando un prodotto non è reperibile nelle quantità e nei tempi necessari.
La deroga riguarderebbe soprattutto componenti dual use, teoricamente civili ma utilizzabili in ambito militare: motori elettrici, controllori di volo, telecamere, moduli radio, antenne, batterie e sensori.
L’Ucraina produce grandi quantità di droni, ma continua a dipendere dalla componentistica cinese, più economica e immediatamente disponibile. Kyiv cerca fornitori alternativi a Taiwan, in Giappone e in Corea del Sud, ma sostituire la Cina in tempi brevi è quasi impossibile.
Ma Pechino non era dalla parte di Mosca?
Politicamente e strategicamente sì, anche se la situazione commerciale è più complessa. La Cina continua a definirsi neutrale e nega di fornire armi letali alla Russia. Allo stesso tempo, acquista energia russa, sostiene gli scambi con Mosca e fornisce microchip, macchinari, elettronica e altri beni utilizzabili dall’industria militare.
Componenti e motori cinesi sono stati trovati anche nei droni russi impiegati contro l’Ucraina. Alcune aziende cinesi e di Hong Kong sono state colpite dalle sanzioni europee per avere rifornito la macchina bellica di Mosca.
La Russia beneficia di una partnership strategica con Pechino; l’Ucraina compra invece componenti disponibili sul mercato globale. Il fatto che gli stessi pezzi finiscano su entrambi i fronti non rende la Cina equidistante. Mostra piuttosto quanto Pechino controlli una filiera fondamentale per la guerra moderna.
Una fabbrica per entrambi i fronti
Produttori russi e ucraini acquistano talvolta dagli stessi fornitori cinesi. Mosca sembra però avere più risorse, canali logistici consolidati e rapporti industriali più profondi.
Kyiv teme inoltre che Pechino possa irrigidire i controlli sulle esportazioni o favorire indirettamente la Russia. Da qui la corsa verso fornitori alternativi e la volontà europea di costruire una filiera autonoma.
Ma creare in Europa impianti per motori, batterie, sensori e microelettronica richiede investimenti e tempo. L’Ucraina, impegnata in una guerra di logoramento, non può aspettare.
La realpolitik di Bruxelles
I droni sono ormai uno degli strumenti principali del conflitto: servono per ricognizione, attacco, intercettazione e guerra elettronica. Molti vengono persi dopo una sola missione, rendendo necessario un flusso continuo di componenti.
Bruxelles si è quindi trovata davanti a una scelta: applicare rigidamente il principio del “comprare europeo”, rallentando le fabbriche ucraine, oppure autorizzare temporaneamente pezzi cinesi. Ha scelto la seconda opzione. Il Drone Deal dovrebbe ridurre nel tempo questa dipendenza, trasferendo nell’area europea la produzione degli elementi più critici.
Nel breve periodo, però, l’Ue finanzierà droni ucraini costruiti anche con componenti provenienti dallo stesso Paese che sostiene l’industria russa.
La Cina non ha cambiato campo. È semplicemente diventata troppo importante nelle filiere di elettronica, batterie e droni per essere esclusa rapidamente, persino da chi combatte il suo principale partner strategico.