La crisi tra Stati Uniti e Iran sale di un altro livello. Donald Trump ha minacciato di colpire Pickaxe Mountain, un sito fortificato vicino all’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz, già pesantemente danneggiato nei precedenti attacchi. Il sito ospita due complessi sotterranei molto profondi, considerati dagli esperti difficili da raggiungere anche con le bombe bunker-buster più potenti dell’arsenale americano.

Nelle scorse ore, in un’intervista radiofonica, Trump ha detto che gli Stati Uniti stanno “osservando da vicino” l’area e che potrebbero colpirla “relativamente presto”. Washington vuole mostrare di poter continuare la pressione militare sul programma nucleare iraniano anche dopo settimane di attacchi, controffensive e negoziati sempre più fragili.
Il 20% sulle merci che passano da Hormuz
La seconda mossa è ancora più dirompente sul piano economico e legale. Trump ha annunciato che gli Stati Uniti reintrodurranno il blocco navale contro l’Iran e che chiederanno un “rimborso” del 20% su tutti i carichi trasportati attraverso lo Stretto di Hormuz, in cambio della sicurezza garantita dalla Marina americana. Su Truth Social ha scritto che lo stretto resterà aperto “con o senza l’Iran” e che gli Usa saranno conosciuti come il “Guardian of the Hormuz Strait”.

Il punto più delicato è che non è ancora chiaro come Washington intenda applicare questo prelievo: se come tariffa, pedaggio, contributo di sicurezza o pressione negoziale. Reuters sottolinea che Trump ha parlato di un avvio immediato, ma senza fornire dettagli operativi.
Perché Hormuz è decisivo
Lo Stretto di Hormuz è uno dei passaggi energetici più sensibili al mondo. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 vi transitavano in media circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio, pari a circa il 20% del consumo globale di liquidi petroliferi. È quindi un imbuto strategico: basta il rischio di blocchi, mine, attacchi a navi o assicurazioni troppo care per spingere al rialzo i prezzi dell’energia.
La tensione ha già rallentato il traffico. I passaggi nello stretto sono calati di circa il 52% tra venerdì e lunedì rispetto alla settimana precedente: domenica sarebbero transitate solo 14 navi, contro circa 130 al giorno prima della guerra.
Lo scontro sul diritto di controllare lo stretto
Il problema non è solo militare. È anche giuridico. Lo Stretto di Hormuz è considerato da decenni una via d’acqua internazionale. La Convenzione Onu sul diritto del mare prevede il passaggio non ostacolato delle navi negli stretti internazionali; Stati Uniti e Iran non l’hanno ratificata, ma diversi giuristi ricordano che quel principio è ormai considerato parte del diritto consuetudinario.
Secondo il giurista Marc Weller, dell’Università di Cambridge: un contributo per servizi specifici, come pilotaggio o sicurezza, può esistere, ma deve essere proporzionato al servizio fornito. Un prelievo generalizzato del 20% sui carichi rischia quindi di aprire uno scontro molto più ampio sulla libertà di navigazione.
La risposta iraniana
Teheran respinge l’idea di un controllo americano su Hormuz. Le Guardie Rivoluzionarie hanno accusato gli Stati Uniti di interferire illegalmente in un’area che l’Iran considera vitale per la propria sicurezza e hanno avvertito che il proseguimento delle operazioni americane potrebbe provocare nuovi incidenti nel settore petrolifero e del gas.
La replica iraniana ha anche un elemento di propaganda. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ironizzato sul 20% proposto da Trump, sostenendo che chi garantisce il passaggio sicuro dovrebbe essere compensato, ma aggiungendo che “il 20% è troppo”. In pratica, Teheran prova a usare la mossa americana per legittimare le proprie precedenti pretese di gestione dello stretto.

Il petrolio torna a salire
I mercati hanno reagito subito. Il petrolio è salito ai massimi da circa un mese: il Brent è arrivato intorno a 85,20 dollari al barile e il WTI sopra 80 dollari, spinto dai nuovi scontri tra Stati Uniti e Iran, dal rischio per le petroliere e dal ritorno del blocco navale annunciato da Trump.
La tensione si riflette anche sul gas. Il future europeo di riferimento, il Dutch TTF, è salito fino a circa 52,9 euro al megawattora, in rialzo rispetto alla chiusura precedente e vicino ai massimi dell’ultimo mese.
Il timore non è soltanto un rincaro temporaneo. Se il passaggio da Hormuz restasse incerto, i costi assicurativi, i tempi di trasporto e le rotte alternative potrebbero pesare su energia, inflazione e commercio globale. È per questo che la crisi non riguarda solo Washington e Teheran, ma anche Europa, Cina, India, Giappone e tutti i Paesi dipendenti dalle forniture energetiche del Golfo.