Lo strappo è arrivato davanti alle telecamere, in diretta streaming. Ieri, 1° luglio 2026, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha consacrato quattro nuovi vescovi nel seminario di Écône, in Svizzera, senza il mandato di Papa Leone XIV. La cerimonia, durata circa cinque ore e seguita sul posto da migliaia di fedeli, è stata trasmessa online in più lingue dalla stessa Fraternità.

Non è soltanto una controversia liturgica. Nella Chiesa cattolica la consacrazione di un vescovo richiede l’autorizzazione del Papa: procedere unilateralmente significa contestare, nei fatti, la sua autorità e spezzare la comunione ecclesiale. Il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha definito quanto accaduto un vero e proprio “atto scismatico”, capace di ferire profondamente l’unità della Chiesa.
Lefebvriani scomunicati
E infatti, nella giornata di giovedì 2 luglio 2026, non si è fatta attendere la risposta della Santa Sede: i quattro nuovi vescovi sono stati scomunicati.
“Nonostante le ammonizioni rivolte al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, il Vescovo Alfonso de Galarreta, avendo compiuto un atto di natura scismatica mediante la consacrazione episcopale di quattro presbiteri, senza mandato pontificio e contro la volontà del Sommo Pontefice, è incorso ipso facto nelle pene previste dal can. 1387 e dal can. 1364 § 1 CIC 2021. Dichiaro dunque a tutti gli effetti giuridici che sia il suddetto Vescovo Alfonso de Galarreta sia Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier sono incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica.
Dichiaro inoltre che il Vescovo Bernard Fellay, avendo partecipato direttamente alla celebrazione liturgica come conconsacrante, avendo così aderito pubblicamente all’atto scismatico, è incorso nella scomunica latae sententiae prevista dal can. 1364 § 1 CIC 2021. Si ammoniscono i chierici e i fedeli laici a non aderire allo scisma della Fraternità Sacerdotale San Pio X, perché incorrerebbero ipso facto nella pena della scomunica latae sententiae”.
Chi sono i lefebvriani
Con il nome di lefebvriani si indicano comunemente i membri e i fedeli vicini alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre. Il gruppo nacque in aperta opposizione ad alcune delle principali riforme del Concilio Vaticano II, celebrato tra il 1962 e il 1965.

I lefebvriani difendono la messa secondo il rito latino precedente alla riforma liturgica, contestano l’apertura al dialogo con le altre confessioni cristiane e con le altre religioni e ritengono che la Chiesa, dopo il Concilio, abbia ceduto troppo alla modernità. La Fraternità dispone oggi di centinaia di sacerdoti, seminari e comunità in diversi Paesi, ma non possiede un pieno riconoscimento canonico nella Chiesa cattolica.
Una ferita aperta dal 1988
Il precedente più grave risale al 1988, quando Marcel Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il consenso di Giovanni Paolo II. Anche allora Roma parlò di atto scismatico e dichiarò l’avvenuta scomunica dei protagonisti. Nel 2009 Benedetto XVI revocò le scomuniche nel tentativo di riaprire il dialogo, mentre negli anni successivi la Santa Sede concesse ai sacerdoti della Fraternità alcune facoltà pastorali, senza però risolvere la frattura dottrinale.
La crisi del 2026 riporta dunque la Chiesa quasi allo stesso punto di trentotto anni fa: nuovi vescovi consacrati unilateralmente, una nuova sfida all’autorità papale e il rischio concreto di consolidare una struttura ecclesiale parallela.
L’ultimo appello di Papa Leone
Papa Leone aveva tentato fino all’ultimo di evitare la rottura. In una lettera datata 29 giugno e resa pubblica dalla Sala Stampa vaticana il giorno successivo, il Pontefice si era rivolto direttamente al superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani.

Il tono era insieme paterno e fermissimo. Leone aveva chiesto ai lefebvriani di non procedere con un gesto che avrebbe provocato una nuova lacerazione nella Chiesa, arrivando a scrivere:
“Vi supplico e ve lo chiedo con tutto il cuore: tornate indietro”. Il Papa aveva inoltre definito la consacrazione senza mandato pontificio un peccato di estrema gravità, destinato non a proteggere i fedeli della Fraternità, ma a danneggiarli spiritualmente.
L’appello è stato ignorato.
La cerimonia trasmessa in tutto il mondo
La Fraternità non ha cercato di attenuare o nascondere lo scontro. Al contrario, ha organizzato la consacrazione come un grande evento pubblico, con collegamenti in francese, inglese, tedesco, spagnolo, italiano e polacco. Il sito ufficiale aveva annunciato da giorni la trasmissione in diretta della cerimonia di Écône.
Davanti a circa 16.500 fedeli, secondo la stima riportata dall’Associated Press, il vescovo lefebvriano Alfonso de Galarreta ha imposto le mani sui quattro sacerdoti destinati all’episcopato: lo svizzero Pascal Schreiber, lo statunitense Michael Goldade e i francesi Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier. Come co-consacrante era presente Bernard Fellay, altra figura storica della Fraternità.
La diretta ha trasformato il gesto in una sfida globale e dichiarata: non una consacrazione compiuta in modo riservato, ma una manifestazione pubblica di autonomia da Roma.
La giustificazione: “Uno stato di necessità”
La Fraternità sostiene di non voler creare una nuova Chiesa e di non voler rinnegare il Papa. Secondo i suoi dirigenti, le consacrazioni sarebbero state imposte da uno “stato di necessità”: servirebbero nuovi vescovi per ordinare sacerdoti, amministrare cresime e garantire la continuità delle comunità tradizionaliste nel mondo.
Don Pagliarani ha sostenuto che il gesto sarebbe stato compiuto per la “salvezza delle anime” e, paradossalmente, anche al servizio del Papa e della Chiesa. Ma proprio questa argomentazione è respinta da Roma: nessun gruppo può decidere autonomamente che l’autorità del Pontefice non sia più vincolante e poi affermare di agire in piena comunione con lui.