Ieri, 30 giugno 2026, è scaduto uno dei passaggi più delicati del PNRR Salute: il termine per l’attivazione delle Case della Comunità, le strutture pensate per portare medici, infermieri, specialisti, assistenza sociale e presa in carico dei pazienti cronici più vicino ai cittadini.
Il target europeo M6C1-3 prevede l’“attivazione dei servizi delle Case della Comunità” entro giugno 2026. Chiarendo che non basta costruire o ristrutturare edifici, né inaugurare sedi con una targa all’ingresso. Il PNRR chiede che i servizi siano attivi.
Cosa è successo davvero
Nelle settimane precedenti alla scadenza, il governo ha accelerato soprattutto sul nodo del personale. Il problema principale non era più soltanto finire i cantieri, ma riempire le Case della Comunità di servizi reali. Senza medici di famiglia, infermieri, specialisti e collegamenti con il territorio, infatti, il rischio era di avere strutture formalmente aperte ma ancora deboli nella funzione principale: prendere in carico i cittadini prima che arrivino in ospedale.

Per questo il ministro della Salute Orazio Schillaci aveva indicato la data come una linea da rispettare:
“Il 30 giugno apriremo le Case di comunità, rispetteremo i tempi del PNRR”, spiegando che l’obiettivo era far partire le strutture entro la scadenza concordata con l’Europa.
L’accordo con i medici di famiglia
La corsa finale si è concentrata sull’accordo con la medicina generale. Dopo tensioni e ipotesi di intervento per decreto, ministero e Regioni hanno lavorato a una soluzione per garantire la presenza dei medici di famiglia nelle Case della Comunità. L’intesa prevede fino a sei ore settimanali per 48 settimane l’anno, con compenso orario indicato in circa 38,72 euro, proprio per consentire l’avvio delle strutture entro la scadenza PNRR.
L’accordo era considerato necessario per permettere l’entrata in funzione delle 1.038 nuove strutture e completare l’iter entro il 30 giugno, “nel rispetto dei tempi previsti dal PNRR”.
Il nodo: aperte o operative?
La domanda adesso è: quante Case della Comunità sono davvero operative? È qui che la partita diventa più complicata. Una struttura può essere aperta al pubblico, ma avere solo alcuni servizi. Può avere ambulatori o sportelli amministrativi, ma non ancora una presenza medica stabile. Può essere tecnologicamente attrezzata, ma non pienamente collegata con presa in carico dei cronici, assistenza domiciliare, telemedicina e centrali operative territoriali.
La differenza tra apertura formale e funzionamento reale è il cuore della questione.
Il modello del DM 77 del 2022 prevede Case della Comunità come punto unico di accesso territoriale, con medici di medicina generale, infermieri di famiglia e comunità, specialisti, servizi sociali, continuità assistenziale e percorsi per pazienti cronici. Se questi tasselli mancano, il cittadino trova un edificio nuovo, ma non necessariamente una nuova sanità territoriale.
I dati critici prima della scadenza
I monitoraggi degli ultimi mesi avevano segnalato forti ritardi. Secondo la Fondazione Gimbe, al 31 dicembre 2025 solo 66 Case della Comunità, pari al 3,9% delle 1.715 programmate dalle Regioni, risultavano pienamente funzionanti; per 649 strutture, pari al 37,8%, le Regioni non avevano dichiarato attivo alcun servizio.
Anche la Corte dei Conti aveva segnalato un avanzamento della sanità territoriale ma anche forti divari e una piena operatività ancora limitata: l’obiettivo europeo è di almeno 1.038 Case della Comunità attive entro giugno 2026, ma a fine 2025 solo una quota molto ridotta risultava pienamente attiva nei servizi e nel personale.
I numeri
La fotografia concreta, alla vigilia della scadenza, è meno lineare della formula “Case aperte”. Secondo i dati Agenas aggiornati a marzo, delle 1.350 Case della Comunità previste inizialmente dal PNRR, poi ridotte a 1.038 con la rimodulazione del 2023, risultano oggi 781 strutture con almeno un servizio attivo. La programmazione complessiva concordata con il ministero della Salute è però più ampia e arriva a 1.715 Case della Comunità, perché le strutture extra-PNRR vengono finanziate con Fondi di coesione, Fondo opere indifferibili e risorse regionali o provinciali. Il punto critico è la piena operatività: sempre secondo una rilevazione citata da Avvenire, solo 204 Case hanno una presenza medica conforme al DM 77/2022 e 216 una presenza infermieristica adeguata. Da qui la stima di un fabbisogno ancora scoperto di oltre 2.500 medici e quasi 7.000 infermieri a tempo pieno.
Il quadro territoriale è molto disomogeneo: In Lombardia il target strutturale risulta superato, con 203 Case della Comunità complessive. Ma la verifica decisiva riguarda ora l’operatività reale: quante sedi sono effettivamente aperte, riconoscibili dai cittadini e dotate di medici, infermieri e servizi continuativi secondo il modello del DM 77. Valle d’Aosta, Liguria, Alto Adige e Umbria risultano pienamente operative secondo i rispettivi piani; Piemonte conta 78 strutture operative su 91 programmate, Abruzzo 41 su 43, mentre il Sud procede con più fatica: in Campania sono attive 98 strutture rispetto alle 171 previste, in Puglia 42, destinate a salire a 78, in Sicilia 54 su 146, con altre 27 a cantiere concluso ma non ancora attive. In controtendenza la Sardegna, dove le strutture operative sono 59 rispetto alle 50 previste, superando il target. Il dato dice quindi che la rete esiste, ma è ancora a macchia di leopardo: molte sedi hanno cominciato a offrire almeno un servizio, poche hanno già il personale e l’organizzazione previsti dal modello pieno di sanità territoriale.
La scadenza conta
Le Case della Comunità sono uno dei tasselli più importanti della riforma sanitaria territoriale. Dovrebbero servire a ridurre accessi impropri ai pronto soccorso, seguire meglio anziani e malati cronici, rendere più semplice l’accesso ai servizi e portare assistenza vicino a casa. In teoria, sono la risposta alla fragilità emersa durante la pandemia: troppi pazienti lasciati soli tra medico di base, ospedale e servizi sociali.
Ora si apre la fase più difficile: verificare se le strutture rendicontate come attive offrano davvero servizi continuativi, personale sufficiente e una presa in carico riconoscibile dai cittadini.