C’è un pezzo di Sicilia che somiglia, almeno nello spirito, a “Un mondo a parte”, il film di Riccardo Milani con Antonio Albanese e Virginia Raffaele, dove una piccola comunità prova a salvarsi dallo spopolamento ripartendo dalla scuola, dai bambini e da chi decide di restare.
Questa volta, però, la storia non arriva da un borgo di montagna, ma da Carlentini, in provincia di Siracusa.
Anche in questo caso c’entrano bambini e ragazzi e c’entra la voglia di restare, ma non nel luogo dove si è nati e cresciuti, bensì nel posto in cui si è (letteralmente) approdati.
Da Carlentini, dal 2017, sono passati centinaia di minori stranieri non accompagnati, arrivati in Sicilia dopo viaggi durissimi, spesso su barconi, senza genitori e senza certezze. Ragazzi soli, entrati in comunità da adolescenti, che in molti casi non se ne sono più andati.
Dal barcone al lavoro
La differenza l’ha fatta il dopo. Non solo prima accoglienza, non solo un letto e un pasto caldo, ma un percorso capace di trasformare l’arrivo in una possibilità di futuro. A Carlentini molti ragazzi hanno studiato l’italiano, frequentato corsi di formazione, imparato un mestiere e trovato lavoro nelle aziende del territorio.
Secondo il racconto raccolto da Avvenire, il caso di Carlentini ha un tratto quasi unico: i ragazzi accolti nella comunità, una volta diventati maggiorenni, trovano lavoro e scelgono spesso di restare. Alcuni hanno costruito una vita stabile, altri hanno preso casa, qualcuno ha acceso un mutuo. Non più ospiti provvisori, ma nuovi cittadini di fatto, inseriti in una comunità che aveva bisogno anche di energie giovani.
Dietro questa normalità conquistata ci sono storie durissime. Hossam, Ibrahim e molti degli altri ragazzi accolti a Carlentini sono arrivati in Italia come minori stranieri non accompagnati, soprattutto da Egitto, Mali, Nigeria e Bangladesh. Alle spalle hanno viaggi lunghi e dolorosi: il deserto attraversato a piedi, giorni alla deriva in mare, le notti nei centri di detenzione libici prima della partenza.
Il punto, spiega Salvo Cappellano, presidente di Iblea Servizi Territoriali, la cooperativa che dal 2017 gestisce progetti di seconda accoglienza nel Sai, è accompagnarli subito verso l’autonomia:
“Ciascuno di loro, che arrivi all’età di 15 o 17 anni, viene avviato a un inserimento lavorativo nel nostro paese o nei Comuni vicini. Il lavoro c’è: al momento, ho dovuto rifiutare le offerte di 82 aziende perché non abbiamo abbastanza ragazzi da candidare”.
I numeri raccontano la forza del modello: a fronte di una media nazionale del 34% di inserimenti lavorativi tra gli adulti accolti in Italia, i 239 migranti passati dai quattro progetti della cooperativa siciliana trovano quasi tutti un impiego alla fine del percorso, con pochissime eccezioni.
“Questa è l’integrazione che funziona”, ripete Cappellano: “Quella che dà istruzione, casa e lavoro. Non possiamo destinare solo il 20% dei fondi italiani alla seconda accoglienza”.
Il paese che non si svuota
Di solito si raccontano paesi che perdono abitanti, scuole che chiudono, botteghe che abbassano le saracinesche, giovani che partono. A Carlentini, invece, l’arrivo dei minori stranieri non accompagnati ha contribuito a tenere viva una rete sociale ed economica.
I ragazzi sono entrati nelle scuole, nelle imprese, nelle case in affitto, nei laboratori, nei cantieri, nei bar, nei servizi. Hanno cominciato a parlare il dialetto, a conoscere le famiglie, a essere riconosciuti per nome. L’integrazione, qui, non è rimasta una parola astratta: è diventata una somma di turni di lavoro, contratti, relazioni quotidiane, vicini di casa, allenamenti, documenti, responsabilità.
Il ruolo della scuola e della formazione
Il primo passaggio resta la scuola. Per un minore arrivato solo, imparare la lingua significa uscire dall’isolamento, capire i propri diritti, costruire una relazione con gli adulti e immaginare un lavoro. Non a caso, nei documenti nazionali sull’inclusione dei minori stranieri non accompagnati, la scuola viene indicata come snodo decisivo per evitare marginalità e dispersione.
Il Ministero dell’Istruzione dedica un’area specifica ai minori stranieri non accompagnati e ai percorsi di integrazione scolastica, ricordando la necessità di strumenti educativi, linguistici e sociali adeguati. Il Sistema di Accoglienza e Integrazione, nei suoi rapporti sui minori soli, insiste sullo stesso punto: la seconda accoglienza funziona quando non si limita all’emergenza, ma costruisce autonomia, formazione e inserimento nel territorio.
Perché il modello funziona
Il punto, a Carlentini, non è soltanto la generosità. È l’organizzazione. Il modello funziona perché tiene insieme più elementi: comunità educativa, amministrazione locale, imprese, scuola, operatori sociali e disponibilità del territorio. I ragazzi non restano sospesi in un limbo: vengono accompagnati verso un mestiere e verso una vita adulta.
È questa la differenza tra accoglienza passiva e integrazione reale. La prima gestisce una presenza. La seconda crea legami, produce autonomia e può aiutare anche il paese che accoglie. In un territorio che ha bisogno di manodopera, ricambio generazionale e nuove famiglie, quei ragazzi non sono stati percepiti solo come un problema da amministrare, ma come una risorsa da far crescere.
La normalità come successo
La parte più bella della storia è forse la sua normalità. Il successo non è un gesto eroico, ma il fatto che alcuni ex minori arrivati soli oggi lavorino, paghino l’affitto, facciano la spesa, mandino soldi a casa, costruiscano relazioni, progettino un futuro.
È una forma di integrazione concreta, lontana dalle semplificazioni. Non cancella le difficoltà, non nega i problemi burocratici, non trasforma ogni percorso in una storia a lieto fine. Ma dimostra che, quando il sistema funziona, l’arrivo di ragazzi soli può diventare un’occasione anche per comunità fragili, segnate dallo spopolamento e dalla mancanza di giovani.
Come nel film “Un mondo a parte”, il tema di fondo è la sopravvivenza dei luoghi piccoli. Solo che qui la rinascita non passa da una sceneggiatura, ma da biografie reali: adolescenti arrivati sull’isola senza famiglia, diventati adulti in un paese siciliano che ha scelto di non considerarli di passaggio.