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E’ sfida fra Vannacci e Meloni sul voto segreto in aula su Legge elettorale e preferenze

Calenda: "Si riduca il premio di maggioranza oppure un testo anche solo proporzionale"

E’ sfida fra Vannacci e Meloni sul voto segreto in aula su Legge elettorale e preferenze

La nuova legge elettorale arriva nell’Aula della Camera venerdì 26 giugno 2026, con l’esame fissato dalle 9.30, ma il clima politico è già incandescente. Il punto più delicato non è soltanto il premio di maggioranza, ma anche il tema delle preferenze, cioè la possibilità per gli elettori di scegliere direttamente i parlamentari da eleggere.

Su questo si è aperta una frattura che attraversa non solo il rapporto tra maggioranza e opposizione, ma anche il campo del centrodestra. Il generale Roberto Vannacci sfida apertamente la premier Giorgia Meloni e chiede che il voto sull’emendamento per reintrodurre le preferenze avvenga alla luce del sole, senza ricorrere al voto segreto.

 

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Vannacci sfida Meloni: “Metteteci la faccia”

Il nodo politico è semplice: sulla carta Fratelli d’Italia si è spesso detto favorevole al ritorno delle preferenze, mentre altre forze della maggioranza (tranne Lupi) sono più fredde o contrarie. In Aula, però, l’eventuale richiesta di voto segreto potrebbe permettere ai parlamentari di affossare l’emendamento senza esporsi pubblicamente.

È qui che interviene Vannacci, che chiama in causa direttamente Meloni. Il generale accusa la premier di guidare una coalizione che, nei fatti, “non vuole ridare la sovranità al popolo” e preferisce mantenere il potere “nelle segreterie dei partiti”.

Poi la sfida diretta:

“Se veramente Meloni e Fratelli d’Italia vogliono le preferenze – dice Vannacci – la premier deve chiedere ai capigruppo della coalizione di non ricorrere al voto segreto. Metteteci la faccia ogni tanto”.

Per Vannacci, il rischio è che il voto segreto diventi il modo più semplice per far cadere l’emendamento sulle preferenze senza assumersene la responsabilità davanti agli elettori. Il generale parla apertamente di una manovra per nascondere chi, dentro e fuori la maggioranza, non vuole modificare davvero il sistema delle liste bloccate.

Il punto è politicamente esplosivo perché trasforma una questione tecnica in un test di coerenza per Meloni. Se il centrodestra si è presentato per anni come difensore della scelta diretta degli eletti, il passaggio sulle preferenze rischia ora di diventare un boomerang.

Calenda: “Si riduca il premio di maggioranza”

Nel dibattito entra anche Carlo Calenda, che prova a spostare il confronto sul cuore del nuovo sistema: il premio di maggioranza. Il leader di Azione chiede una correzione netta:

“Si riduca il premio di maggioranza oppure un testo anche solo proporzionale”.

Per Calenda, in una fase di forte astensione, un premio troppo generoso rischia di produrre una maggioranza parlamentare molto più ampia del consenso reale nel Paese. È lo stesso ragionamento già espresso dal leader di Azione:

“Con un’astensione che si aggira intorno a un italiano su due, non puoi far scattare il premio di maggioranza al 40 per cento”. Tradotto: se votano in pochi, chi conquista il premio può governare con una base reale troppo ridotta.

Cosa prevede la riforma

Il testo allo studio introduce un sistema proporzionale con premio di governabilità. La coalizione o la lista che raggiunge almeno il 42% dei voti a livello nazionale può ottenere un premio aggiuntivo: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato.

Rispetto alle prime bozze, il testo è stato modificato: è stato eliminato il ballottaggio, la soglia per accedere al premio è salita dal 40% al 42% e il tetto massimo dei seggi ottenibili dalla coalizione vincente è stato ridotto.

Resta però un punto politico decisivo: se nessuno raggiunge il 42%, il sistema funziona come un proporzionale senza premio. In quel caso, i seggi verrebbero distribuiti in base ai voti ottenuti dalle liste e dalle coalizioni.

Opposizioni all’attacco

Le opposizioni contestano sia il merito sia il metodo. Riccardo Magi, segretario di Più Europa, parla di un testo “anticostituzionale” e denuncia uno “scivolamento antidemocratico”.

Anche il Partito Democratico attacca la maggioranza. Simona Bonafè, capogruppo dem in Commissione Affari costituzionali, accusa Meloni e il centrodestra di voler cambiare le regole per convenienza:

“Hanno paura di perdere le elezioni”, sostiene, e per questo starebbero correndo per approvare una legge “costruita sulle esigenze della destra”.

Per le opposizioni, una riforma elettorale dovrebbe nascere da un confronto ampio, non da un’accelerazione imposta dalla sola maggioranza. La maggioranza, al contrario, difende il provvedimento come uno strumento per garantire stabilità politica e chiarezza agli elettori.

La partita vera è sulle preferenze

La legge elettorale nasce per rafforzare la governabilità, ma in Aula rischia di aprire un fronte politico più largo. Da una parte c’è il centrodestra, che vuole chiudere il primo passaggio parlamentare entro l’estate. Dall’altra ci sono le opposizioni, che denunciano una riforma costruita sulle convenienze della maggioranza.

In mezzo si inserisce il caso Vannacci, che trasforma le preferenze in una sfida identitaria a Meloni. E c’è la posizione di Calenda, che prova a costruire una linea alternativa: meno premio, più proporzionale, più rappresentanza.

La partita vera comincia ora. E non si giocherà soltanto sul testo della riforma, ma anche su come i partiti decideranno di votare: a viso aperto o nel segreto dell’urna parlamentare.