"risposta necessaria"

Lagarde all’Europarlamento: “Verso il ritorno dell’inflazione al 2%”

Energia e Medio Oriente riaccendono i rischi sui prezzi: la Bce conferma la linea prudente sui tassi e promette decisioni "riunione per riunione"

Lagarde all’Europarlamento: “Verso il ritorno dell’inflazione al 2%”

Christine Lagarde porta davanti all’Europarlamento un messaggio di fiducia prudente: l’inflazione dell’area euro resta alta, ma la traiettoria indicata dalla Bce continua a puntare verso il ritorno all’obiettivo del 2%. Lunedì 22 giugno 2026, durante l’audizione alla commissione Affari economici e monetari, la presidente della Banca centrale europea ha spiegato che Francoforte si aspetta un rallentamento graduale dei prezzi nei prossimi due anni, anche se il nuovo shock energetico legato alla guerra in Medio Oriente impedisce qualunque tono trionfalistico.

A maggio l’inflazione dell’eurozona è salita al 3,2%, dopo il 3% di aprile, spinta soprattutto dall’energia, tornata a crescere a doppia cifra. È su questo sfondo che l’11 giugno la Bce ha deciso di aumentare i tassi di 25 punti base, portando il tasso sui depositi al 2,25%. Una stretta che Lagarde ha presentato non come un cambio di rotta definitivo, ma come una risposta necessaria a un contesto più incerto.

Il percorso verso il 2%

Secondo le nuove proiezioni della Bce, l’inflazione media dell’area euro dovrebbe attestarsi al 3% nel 2026, scendere al 2,3% nel 2027 e tornare al 2% nel 2028. È questa la base del messaggio portato da Lagarde agli eurodeputati:

Siamo fiduciosi che, con una politica monetaria adeguata, l’inflazione tornerà al nostro obiettivo”.

Le aspettative di lungo periodo restano vicine al 2%, cioè al livello compatibile con la stabilità dei prezzi. Ma la presidente della Bce ha evitato ogni lettura rassicurante in senso assoluto: il ritorno al target non è automatico, dipende dalla durata dello shock energetico, dalla reazione dei salari e dalla capacità delle imprese di non trasferire interamente i rincari sui prezzi finali.

Energia e Medio Oriente, il rischio che pesa sui prezzi

Il punto più delicato resta l’energia. La guerra in Medio Oriente ha riaperto una fonte di instabilità che l’Europa conosce bene: petrolio più caro, costi di trasporto più elevati, maggiore incertezza sulle forniture e un impatto potenziale sulle aspettative di famiglie e imprese.

Lagarde ha distinto la situazione attuale dallo shock del 2021-2022, quando la combinazione tra ripresa post-pandemia, strozzature nelle catene di fornitura e crisi energetica aveva spinto l’inflazione su livelli eccezionali. Questa volta, ha spiegato, lo shock appare più contenuto, ma non abbastanza piccolo da essere ignorato.

“Per ora siamo nel secondo caso”, ha detto, riferendosi a uno scenario in cui la Bce deve reagire, ma senza trasformare l’intervento in una stretta eccessiva.

Poi ha aggiunto il passaggio più netto:

“Lo shock è troppo grande per essere ignorato senza mettere a rischio il nostro obiettivo”. Subito dopo, però, ha chiarito il limite della risposta: “Non vediamo ancora prove di un disancoraggio delle aspettative di inflazione o di effetti di secondo ordine che giustifichino una risposta più forte in questa fase”.

Tassi più alti, ma nessun percorso già scritto

Dal 17 giugno, il tasso sui depositi è al 2,25%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e quello sui prestiti marginali al 2,65%. Sono livelli che segnalano una Bce ancora restrittiva, ma non aggressiva come nella fase più acuta della precedente fiammata inflazionistica.

Lagarde ha insistito su un punto: il Consiglio direttivo non si impegna in anticipo su un percorso dei tassi. Le decisioni verranno prese “riunione per riunione“, sulla base dei dati disponibili. È una formula ormai familiare, ma in questa fase assume un significato preciso: la Bce vuole conservare flessibilità, evitando sia di promettere nuovi rialzi sia di dare ai mercati l’idea che la stretta sia già finita.

Crescita debole, ma non stagnazione

Il rischio opposto è quello di frenare troppo l’economia. Le proiezioni della Bce indicano per l’eurozona una crescita dello 0,8% nel 2026, dell’1,2% nel 2027 e dell’1,5% nel 2028. Numeri modesti, soprattutto per un’area economica che deve finanziare investimenti in difesa, infrastrutture, transizione digitale e intelligenza artificiale. Ma Lagarde ha respinto l’idea di un’economia ferma:

“Una crescita aggregata dell’intera eurozona dello 0,8% non è stagnazione”.

Il messaggio agli eurodeputati è chiaro. L’Europa rallenta, ma non è bloccata. I consumi dovrebbero restare il principale motore della crescita, sostenuti dal mercato del lavoro e da un graduale recupero del potere d’acquisto. Gli investimenti, invece, dipenderanno molto dalla fiducia delle imprese e dalla capacità dei governi europei di trasformare le nuove priorità strategiche in spesa effettiva.

L’audizione di Lagarde non segna quindi una svolta espansiva. Segna piuttosto una fase di vigilanza. La Bce vede ancora il ritorno dell’inflazione al 2%, ma sa che il percorso è diventato più accidentato. La pace in Medio Oriente, ha sottolineato la presidente, sarebbe una buona notizia per l’economia, ma il quadro resta fragile.