Il forte rallentamento del percorso di riforma della medicina territoriale, che avrebbe dovuto ridefinire l’assetto dell’assistenza di prossimità e il ruolo della medicina generale all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, ha riportato al centro del dibattito istituzionale e professionale il tema, comunque e purtroppo sempre attuale, della tenuta complessiva del sistema sanitario.
La vicenda, segnata da confronti tra livelli di governo e da differenti impostazioni organizzative sul modello delle Case di Comunità e della presa in carico territoriale, evidenzia ancora una volta le difficoltà strutturali nel dare piena attuazione a una riforma considerata strategica per il futuro della sanità italiana.
“La sanità non può reggersi sul sacrificio personale”
In una prospettiva più ampia, vale studiare il rapporto tra programmazione del personale, sostenibilità dei servizi e qualità dell’assistenza.
I dati raccontano una realtà che non può più essere ignorata.
Secondo le più recenti elaborazioni, in Italia operano circa 43.700 medici di medicina generale, con un carico medio superiore ai 1.200 assistiti per professionista, mentre la carenza stimata supera le 5.000 unità. Parallelamente, nei servizi di emergenza-urgenza si registra una mancanza di circa 3.500 medici, con livelli di scopertura degli organici che in molte realtà territoriali raggiungono percentuali allarmanti. A ciò si aggiunge una dotazione infermieristica significativamente inferiore rispetto alla media dei principali Paesi europei.
Si tratta di numeri che scoprono una criticità strutturale e che spiegano fenomeni ormai sotto gli occhi di tutti: liste d’attesa crescenti, difficoltà di accesso ai servizi, sovraccarico dei pronto soccorso, aumento dei carichi assistenziali e crescente difficoltà nel garantire continuità delle cure sul territorio. Chi opera quotidianamente nella medicina territoriale e nei servizi di emergenza conosce bene questa realtà. Turni prolungati, carichi di lavoro fuori scala, difficoltà nelle sostituzioni, crescente pressione burocratica e organizzativa, insufficiente disponibilità di personale e condizioni di lavoro spesso non adeguatamente tutelate rappresentano oggi una delle principali fragilità del sistema.
In questo contesto, il ricorso a forme di lavoro flessibile o emergenziale non costituisce la causa della crisi, ma una delle sue conseguenze. Attribuire le difficoltà della sanità a singole categorie professionali o a specifiche modalità contrattuali significa limitarsi a osservare la superficie del problema, senza affrontarne le radici profonde. Il vero nodo riguarda la capacità del Servizio Sanitario Nazionale di programmare adeguatamente il proprio fabbisogno di personale e di creare condizioni organizzative, professionali ed economiche in grado di attrarre e trattenere le competenze necessarie.
Preoccupa inoltre una tendenza che negli ultimi anni si è progressivamente consolidata: investire in strutture, tecnologie e nuovi modelli organizzativi senza accompagnare tali investimenti con un corrispondente rafforzamento del patrimonio umano. Le Case di Comunità, previste come uno dei pilastri della riorganizzazione dell’assistenza territoriale, rappresentano potenzialmente uno strumento utile per integrare i servizi, migliorare la presa in carico dei pazienti e ridurre la pressione sugli ospedali. La sfida, tuttavia, non è decidere se investire o meno in queste strutture, ma garantire che siano effettivamente messe nelle condizioni di svolgere la funzione per cui sono state concepite. Senza un adeguato rafforzamento degli organici, senza una coerente programmazione delle risorse e senza un reale coordinamento tra i diversi livelli dell’assistenza, il rischio è che anche le migliori innovazioni organizzative non riescano a esprimere appieno il loro potenziale. Case di Comunità, nuove sedi, innovazione tecnologica e digitalizzazione rappresentano strumenti fondamentali, ma rischiano di trasformarsi in contenitori privi di reale efficacia se non supportati da un numero adeguato di professionisti e da una programmazione coerente delle risorse.
La sanità non può reggersi sul sacrificio permanente dei singoli operatori. Non può essere affidata alla disponibilità individuale di chi, per senso del dovere, continua a garantire servizi essenziali anche in condizioni spesso difficili. Un sistema sanitario efficiente è un sistema che mette le persone nelle condizioni di lavorare bene, non uno che ne misura la capacità di resistenza.
Per Meritocrazia Italia diventa pertanto prioritario avviare una strategia organica che tenga insieme sostenibilità economica, qualità delle cure e valorizzazione del personale sanitario. Occorre:
- programmare in modo realistico il fabbisogno di medici, infermieri e professionisti sanitari;
- rafforzare concretamente la medicina territoriale e la continuità assistenziale;
- rendere sostenibili i carichi di lavoro nei servizi più esposti;
- garantire sistemi efficaci di sostituzione e copertura dei servizi;
- valorizzare economicamente e professionalmente le specialità maggiormente penalizzate;
- migliorare la governance della spesa sanitaria, riducendo inefficienze e duplicazioni;
- investire nella prevenzione quale strumento principale di sostenibilità futura del sistema
La sanità non è un costo da comprimere, ma un investimento sociale ed economico strategico. Investire sul patrimonio umano significa investire sulla qualità delle cure, sulla sicurezza dei cittadini, sulla riduzione delle liste d’attesa e sulla tenuta stessa del Servizio Sanitario Nazionale.