Oggi, 17 giugno, è la Giornata mondiale contro desertificazione e siccità e per il nostro Paese non ci sono buone notizie. Oltre il 17% del territorio italiano è in condizioni di degrado o vulnerabilità legata alla desertificazione. Il dato, pari al 17,4% della superficie nazionale, emerge dalle elaborazioni basate sugli indicatori adottati dalle Nazioni Unite per misurare il degrado del suolo: copertura del terreno, produttività e contenuto di carbonio organico.
Non significa che l’Italia stia diventando un deserto di sabbia. Significa qualcosa di diverso, ma altrettanto serio: una parte crescente del Paese perde qualità del suolo, capacità produttiva, fertilità, disponibilità idrica e resilienza agli eventi estremi. Il terreno diventa più fragile, meno capace di sostenere agricoltura, biodiversità e comunità locali.
Il dato italiano
Secondo ISPRA, calcolando i principali indicatori utilizzati dalle Nazioni Unite per valutare le aree degradate, nel 2019 il 17,4% della superficie nazionale risultava in stato di degrado. Le aree vulnerabili non sono concentrate in un solo punto, ma distribuite lungo il territorio, con una pressione più evidente nelle zone già esposte a siccità, consumo di suolo, erosione e stress idrico.
Il fenomeno riguarda soprattutto il Mezzogiorno, le isole maggiori e le aree mediterranee più aride, ma non risparmia il resto del Paese. Anche zone agricole del Centro-Nord e territori sottoposti a forte urbanizzazione possono mostrare segnali di degrado: impermeabilizzazione del suolo, perdita di materia organica, compattazione, riduzione della produttività e maggiore vulnerabilità alle ondate di calore.
Desertificazione non vuol dire solo deserto
La parola desertificazione può trarre in inganno. Non indica necessariamente l’avanzata di dune o paesaggi sahariani. Secondo la definizione della Convenzione Onu contro la desertificazione, il problema riguarda la perdita prolungata di produttività biologica ed economica dei suoli, soprattutto nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche.

In Italia questo si traduce in campi meno fertili, falde sotto pressione, corsi d’acqua più poveri, maggiore rischio di incendi, perdita di biodiversità e agricoltura più vulnerabile. È un processo lento, spesso poco visibile, ma difficile da invertire quando supera determinate soglie.
Siccità e cambiamento climatico accelerano il rischio
Il cambiamento climatico rende il quadro più complesso. Estati più lunghe e calde, precipitazioni concentrate in eventi estremi, periodi secchi prolungati e temperature sopra la media aumentano lo stress sui suoli. Quando piove poco per settimane o mesi, il terreno si impoverisce; quando poi arrivano piogge violente, l’acqua scorre via più rapidamente, erode la superficie e non riesce a ricaricare in modo efficace le falde.
Il risultato è una doppia emergenza: da una parte siccità, dall’altra alluvioni improvvise. Due fenomeni solo in apparenza opposti, ma spesso legati alla stessa fragilità del territorio. Un suolo sano assorbe, trattiene e restituisce acqua. Un suolo degradato, invece, la perde.
Il peso del consumo di suolo
C’è poi un fattore tutto italiano: il consumo di suolo. Cemento, infrastrutture, espansione urbana e impermeabilizzazione riducono la capacità del terreno di svolgere le sue funzioni naturali. Ogni ettaro coperto da asfalto o cemento è un ettaro che non assorbe acqua, non produce biomassa, non trattiene carbonio e non sostiene ecosistemi.
Per questo la desertificazione non è soltanto un problema agricolo o ambientale. È anche una questione di pianificazione territoriale, protezione civile, sicurezza alimentare e gestione delle risorse idriche.
Un rischio economico e sociale
La desertificazione colpisce prima di tutto l’agricoltura. Meno acqua e suoli meno fertili significano rese più instabili, costi più alti e maggiore dipendenza dall’irrigazione. Ma le conseguenze non si fermano ai campi: riguardano il prezzo del cibo, la tenuta delle aree interne, il turismo, la gestione degli invasi, la sicurezza delle comunità e la qualità della vita nelle città.
Il Mediterraneo è considerato una delle aree più sensibili al riscaldamento globale. Per l’Italia, questo significa che la lotta alla desertificazione non può essere trattata come un tema lontano o marginale: riguarda direttamente il modo in cui il Paese usa acqua, suolo, agricoltura, foreste e infrastrutture.
Le soluzioni esistono, ma richiedono continuità. Servono politiche di ripristino del suolo, riduzione del consumo di territorio, gestione più efficiente dell’acqua, agricoltura meno erosiva, riforestazione dove possibile, protezione delle aree umide e maggiore monitoraggio delle zone vulnerabili.
La priorità è smettere di considerare il suolo come una superficie vuota da occupare. Il suolo è una infrastruttura naturale: produce cibo, regola il ciclo dell’acqua, assorbe carbonio, riduce il rischio idrogeologico e sostiene la biodiversità.