La scena dura pochi secondi, ma gli occhi sono tutti lì. Al G7 di Évian-les-Bains, nella giornata di ieri, 16 giugno 2026, Giorgia Meloni si avvicina a Donald Trump durante una pausa dei lavori. Accanto a loro ci sono il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente del Consiglio europeo António Costa.
Trump punzecchia: “Sono stato abbandonato“. Costa coglie il momento e scherza: “Siete di nuovo amici?”. La premier italiana risponde in inglese, sorridendo: “Siamo sempre stati amici“.
Meloni-Trump body language sparks attention at G7
Giorgia Meloni and Donald Trump were seen in a candid moment at the G7 summit.
Their body language quickly became a topic of online discussion. pic.twitter.com/kRhrLnIbfg
— HG Policy (@hgpolicy) June 17, 2026
È una battuta, certo. Ma in diplomazia anche le battute servono. E questa arriva dopo settimane complicate, in cui il rapporto tra Meloni e Trump si era incrinato su uno dei dossier più delicati del momento: la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran e la crisi dello Stretto di Hormuz.
Un rapporto privilegiato, ma fragile
Fino a pochi mesi fa Meloni era considerata una delle leader europee più vicine a Trump. Per stile politico, collocazione internazionale e rapporto personale, la presidente del Consiglio aveva provato a presentarsi come una possibile cerniera tra Washington e un’Europa spesso diffidente verso il presidente americano.

Il primo vero punto di tensione è stato il dossier iraniano. L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha messo Roma in una posizione scomoda. Da un lato l’alleanza con Washington, la fedeltà alla Nato e la necessità di non rompere il fronte occidentale. Dall’altro, il timore di un’escalation nel Mediterraneo allargato, l’impatto sui prezzi dell’energia e la pressione interna di un’opinione pubblica poco favorevole a un coinvolgimento diretto dell’Italia.
Meloni ha provato a muoversi su una linea stretta: sostegno agli alleati, ma nessuna corsa verso l’intervento. Una prudenza che a Washington non sempre è stata letta come lealtà. Trump, abituato a chiedere schieramenti netti, ha vissuto l’atteggiamento europeo come una frenata. Da qui il senso della sua battuta: “Sono stato abbandonato”.
Libano e Hormuz, i fronti più delicati
A pesare sono stati anche i passaggi sul Libano e sul ruolo di Israele. L’accordo annunciato tra Stati Uniti e Iran prevede il congelamento delle ostilità e la riapertura progressiva di Hormuz, ma resta fragile proprio perché dipende anche dal comportamento israeliano e dal rispetto della tregua sul fronte libanese. L’Italia, tradizionalmente molto esposta nel dossier Libano anche per la presenza della missione Unifil, ha spinto per evitare nuove fughe in avanti. Anche questo ha contribuito a raffreddare il rapporto con la Casa Bianca.
Quando Meloni disse no agli attacchi al Papa
Non è stato l’unico momento difficile. Nei mesi scorsi Meloni aveva già preso le distanze da alcune uscite di Trump, in particolare quando il presidente americano aveva attaccato Papa Leone XIV. La premier aveva definito quelle parole “inaccettabili”, scegliendo una linea che parlava tanto alla politica interna italiana quanto al mondo cattolico. Un altro segnale che il rapporto con Trump, pur forte, non poteva trasformarsi in adesione automatica a ogni posizione americana.
Il caso Sigonella
Ad alzare la tensione tra Roma e Washington fu anche il caso della base di Sigonella, in Sicilia. Tra il 27 e il 28 marzo, gli Stati Uniti chiesero di far atterrare alcuni velivoli militari diretti verso il Medio Oriente, nel pieno della guerra contro l’Iran. La richiesta riguardava aerei con un profilo operativo legato al conflitto, non un semplice passaggio logistico ordinario.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto diede mandato di negare l’autorizzazione, perché Washington non avrebbe chiesto il necessario via libera preventivo al governo italiano. Per le missioni riconducibili ad attività belliche, infatti, l’uso delle basi sul territorio nazionale non può essere considerato automatico: serve una procedura politica e istituzionale, e in alcuni casi anche il coinvolgimento del Parlamento.
Palazzo Chigi provò a tenere basso il tono dello scontro, spiegando che i rapporti con gli Stati Uniti restavano solidi e che la decisione nasceva dal rispetto delle regole, non da una rottura con Washington. Ma sul piano politico il messaggio fu evidente: l’Italia restava alleata degli Usa, ma non intendeva essere trascinata automaticamente in operazioni offensive contro l’Iran.
Il G7 come luogo del disgelo
Il G7 francese diventa così il luogo del chiarimento. Non una resa, non un cambio di linea, ma un tentativo di ricucitura. Meloni sa che l’Italia ha bisogno del rapporto con gli Stati Uniti su sicurezza, energia, Ucraina, Medio Oriente e commercio. Trump sa che tra i leader europei la premier italiana resta una delle interlocutrici meno ostili e più capaci di parlare il suo linguaggio politico.
La frase “Siamo sempre stati amici” va letta in questo quadro. Serve a chiudere pubblicamente la parentesi delle tensioni, a rassicurare gli alleati e a mostrare che Roma non intende rompere il canale privilegiato con Washington. Ma non cancella i problemi. Il dossier iraniano resta aperto, la firma dell’intesa con Teheran è attesa in Svizzera, Israele non sembra pienamente allineato e l’Europa continua a chiedere garanzie su Hormuz, energia e sicurezza regionale.
La pace tra Meloni e Trump, dunque, è fatta almeno davanti alle telecamere. Il sorriso c’è, la battuta pure, il disgelo anche. Ma la vera tenuta del rapporto si misurerà sui prossimi passaggi, che implicano molti “se”.