gli esiti

Crans-Montana, le autopsie sui sei ragazzi italiani morti: “Non erano ubriachi, né drogati”

I risultati sugli esami medico-legali riaprono il fronte delle responsabilità nel rogo del Le Constellation. I legali delle famiglie chiedono di indagare i gestori per omicidio con dolo eventuale

Crans-Montana, le autopsie sui sei ragazzi italiani morti: “Non erano ubriachi, né drogati”

Non erano ubriachi. Non avevano assunto droghe. Erano lucidi quando, nella notte tra il 31 dicembre 2025 e il 1 gennaio 2026, il fuoco ha invaso il Le Constellation di Crans-Montana, trasformando una festa di Capodanno in una delle peggiori tragedie avvenute in Svizzera negli ultimi anni.

Crans-Montana, le autopsie sui sei italiani: "Non avevano bevuto né assunto droghe". Nodo sulle vie di fuga
Il locale Le Constellation di Crans-Montana

È il dato che emerge dalle autopsie disposte sui corpi delle sei vittime italiane: Achille Barosi, Chiara Costanzo, Giovanni Tamburi, Riccardo Minghetti, Sofia Prosperi ed Emanuele Galeppini, tutti tra i 15 e i 17 anni. Gli esami hanno escluso l’assunzione di sostanze stupefacenti e di alcol in quantità rilevanti. Le cause dei decessi sono riconducibili alle ustioni e all’inalazione dei fumi sprigionati dall’incendio.

Crans-Montana, le autopsie sui sei italiani: "Non avevano bevuto né assunto droghe". Nodo sulle vie di fuga
Le sei vittime italiane della tragedia di Crans-Montana

Un passaggio investigativo pesante, perché rafforza la tesi dei familiari: quei ragazzi non erano in condizioni alterate, non erano incapaci di reagire, non erano storditi. Avrebbero potuto cercare una via d’uscita. Il punto, ora, è capire perché non siano riusciti a salvarsi.

Il nodo delle uscite

Secondo le ricostruzioni riportate dagli inquirenti e dalle parti civili, a impedire la fuga sarebbero state le vie di fuga chiuse o inutilizzabili. È uno degli elementi centrali dell’inchiesta italiana e di quella svizzera: non solo come sia partito il rogo, ma anche che cosa sia accaduto nei minuti successivi, quando il locale si è riempito di fumo e panico.

Già nei mesi scorsi alcuni feriti italiani avevano raccontato che le uscite di sicurezza sarebbero state sbarrate o comunque non utilizzabili nei momenti decisivi. Nelle loro testimonianze sono entrati anche altri aspetti: la mancata indicazione delle vie di fuga, il possibile mancato uso tempestivo degli estintori, l’affollamento del locale e la presenza di materiali che avrebbero favorito la propagazione delle fiamme.

Crans-Montana, le autopsie sui sei italiani: "Non avevano bevuto né assunto droghe". Nodo sulle vie di fuga
Il terribile rogo

Il Le Constellation era un bar-discoteca molto frequentato nella località sciistica del Canton Vallese. Il rogo è scoppiato nel seminterrato del locale, durante i festeggiamenti di Capodanno. Secondo le prime ricostruzioni, le scintille di alcune candele pirotecniche applicate a bottiglie di champagne avrebbero raggiunto la schiuma fonoassorbente installata sul soffitto, provocando una combustione rapidissima.

Il bilancio finale della tragedia è di 41 morti e 115 feriti. Molte vittime erano adolescenti o giovani adulti. Fra loro anche diversi stranieri, in particolare italiani e francesi.

Le famiglie chiedono l’accusa più grave

Dopo gli esiti delle autopsie, i legali delle famiglie tornano a chiedere un salto di qualità nell’inchiesta: non più solo ipotesi di negligenza, ma omicidio con dolo eventuale.

Secondo gli avvocati delle parti civili, i gestori del locale, Jacques e Jessica Moretti, sarebbero stati consapevoli del rischio generato dall’uso delle candele pirotecniche vicino a materiali infiammabili e dalla situazione delle vie di fuga. Per questo chiedono che l’accusa venga aggravata.

Crans-Montana, le autopsie sui sei italiani: "Non avevano bevuto né assunto droghe". Nodo sulle vie di fuga
I coniugi Moretti, proprietari del Crans Montana

La richiesta si inserisce in un quadro già appesantito da nuovi elementi emersi nelle ultime settimane. Il 5 giugno 2026, durante una nuova audizione a Sion, i coniugi Moretti sarebbero stati messi di fronte ad alcuni messaggi precedenti alla tragedia. In uno scambio del 2019, Jessica Moretti avrebbe avvertito il personale di fare attenzione alle candele pirotecniche perché, se avessero incendiato divani, moquette o schiuma del soffitto, il locale avrebbe potuto prendere fuoco.

Crans-Montana, le autopsie sui sei italiani: "Non avevano bevuto né assunto droghe". Nodo sulle vie di fuga
Il momento in cui sono divampate le prime fiamme nel locale

I legali delle vittime ritengono che questi messaggi dimostrino una conoscenza precedente del pericolo. Gli avvocati della coppia respingono l’accusa e sostengono che i Moretti non abbiano mai accettato il rischio di una tragedia.

Le accuse tra Italia e Svizzera

In Svizzera l’inchiesta è condotta dalla procura del Canton Vallese. I coniugi Moretti sono coinvolti nell’indagine per ipotesi legate a incendio, omicidio e lesioni per negligenza. Secondo le ricostruzioni internazionali, nell’indagine risultano coinvolte anche altre persone, tra cui amministratori o funzionari locali chiamati a rispondere del tema dei controlli di sicurezza.

In Italia procede in parallelo la procura di Roma. I reati contestati nel fascicolo italiano sono disastro colposo, omicidio plurimo colposo, incendio e lesioni gravissime aggravate. I magistrati romani hanno attivato una rogatoria con la Svizzera e attendono nuovi atti da Sion.

Secondo quanto riferito il 12 giugno 2026, nuovi documenti dovrebbero arrivare la prossima settimana sul tavolo del procuratore capo Francesco Lo Voi. A Roma il fascicolo è seguito dai pm Stefano Opilio e Giovanni Conzo, che stanno cercando di ricostruire le responsabilità per la morte dei cittadini italiani.

I dubbi sulla gestione dell’inchiesta

Il caso ha aperto anche un fronte sulla gestione dell’indagine in Svizzera. L’ex procuratore generale della Confederazione Michael Lauber ha criticato nei giorni scorsi alcune scelte iniziali, in particolare le mancate autopsie su tutte le vittime e la decisione di non chiedere subito la carcerazione preventiva dei gestori.

Lauber ha sostenuto che, in un caso con 41 morti, sarebbe stato necessario procedere con maggiore rapidità per preservare le prove e chiarire con precisione le cause di ogni decesso. Secondo quanto riportato dal Corriere del Ticino, soltanto due salme erano state sottoposte ad autopsia in Svizzera.