Per qualche ora, nella notte tra il 10 e l’11 giugno 2026, il Medio Oriente è sembrato a un passo da una nuova escalation. Donald Trump aveva lasciato intendere che gli Stati Uniti fossero pronti a colpire di nuovo l’Iran, anche “molto duramente”. Poi, quasi all’improvviso, il passo indietro: i raid sono stati fermati e dalla Casa Bianca è arrivato l’annuncio di una possibile intesa con Teheran.
“Most importantly, we have a deal that Iran will never have a nuclear weapon.” – President Donald J. Trump 🇺🇸 pic.twitter.com/lFLJC2lblf
— The White House (@WhiteHouse) June 11, 2026
L’11 giugno 2026, parlando dallo Studio Ovale, Trump ha detto:
“Abbiamo appena fatto un grande accordo sulla guerra con l’Iran”.
Secondo il presidente americano, la firma potrebbe arrivare già nel weekend, in Europa, e aprirebbe la strada alla riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso quasi totalmente da Teheran dopo l’inizio della guerra a fine febbraio.
“Riaprirà ufficialmente appena firmeremo”, ha dichiarato Trump, indicando lo Stretto come uno dei punti centrali dell’intesa. Ma, mentre Washington parla di accordo vicino, da Teheran arriva una frenata. E anche Israele, pur restando in contatto con gli Stati Uniti, chiarisce di non essere parte del memorandum.
Washington annuncia, Teheran frena
Secondo la versione americana, l’intesa prevederebbe l’impegno dell’Iran a non dotarsi di un’arma nucleare, la riapertura dello Stretto di Hormuz, lo sblocco di una parte degli asset iraniani congelati e un percorso di riduzione della pressione militare nella regione.
Trump ha sostenuto che i punti finali sarebbero stati approvati e che proprio per questo avrebbe cancellato gli attacchi programmati contro l’Iran. Poche ore prima, però, lo stesso presidente aveva minacciato nuovi raid, aumentando la tensione in un quadro già molto fragile.
La risposta iraniana è stata molto più prudente. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha riconosciuto che ampie parti del testo sarebbero state discusse, ma ha precisato che Teheran non ha ancora assunto una decisione definitiva.

Anche l’agenzia semiufficiale Fars, vicina ai Guardiani della rivoluzione, ha riferito che non esiste al momento un memorandum preliminare approvato. Il documento, secondo le fonti iraniane, potrebbe essere riesaminato, ma resta sottoposto alla valutazione degli organismi politici e militari della Repubblica islamica.
Il nodo dello Stretto di Hormuz
Il punto più concreto, e più sensibile, resta lo Stretto di Hormuz. Da questo passaggio marittimo transita una quota rilevante del petrolio e del gas naturale liquefatto diretti verso i mercati internazionali. La sua chiusura quasi totale, decisa dall’Iran dopo l’inizio della guerra a fine febbraio 2026, ha avuto effetti immediati sui prezzi dell’energia e sulle rotte commerciali.
L’11 giugno Trump ha collegato direttamente la riapertura dello Stretto alla firma dell’accordo: “Riaprirà ufficialmente appena firmeremo”. Ma sul terreno la situazione resta instabile.
Secondo fonti americane, nelle stesse ore le forze statunitensi avrebbero abbattuto due droni d’attacco iraniani diretti contro navi commerciali nell’area. I media iraniani, invece, hanno riferito del fermo di una petroliera nello Stretto e di esplosioni udite nella zona.
Il Comando centrale americano ha smentito le notizie diffuse da media iraniani su presunti attacchi contro navi da guerra statunitensi. Washington sostiene inoltre che il traffico commerciale non si sia mai interrotto completamente, nonostante le dichiarazioni di Teheran sulla chiusura del passaggio.
Nei giorni precedenti, alcuni dati di tracciamento navale avevano mostrato movimenti anomali: tre metaniere cariche di gas naturale liquefatto sono ricomparse nei sistemi di monitoraggio il 10 giugno 2026, dopo aver attraversato Hormuz con i transponder spenti, dirette verso l’Asia. Secondo i dati disponibili, dodici carichi di LNG sarebbero riusciti a lasciare lo Stretto dall’inizio della guerra.
Israele: “Non siamo parte dell’accordo”
Anche da Israele il segnale è stato cauto. Dopo una telefonata tra Trump e Benjamin Netanyahu, l’ufficio del premier israeliano ha fatto sapere che Israele non è parte del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran.

Netanyahu avrebbe espresso apprezzamento per l’impegno americano a inserire nel testo alcune condizioni considerate decisive da Israele: la rimozione del materiale nucleare arricchito, lo smantellamento delle infrastrutture di arricchimento, limiti alla produzione missilistica e la fine del sostegno iraniano ai gruppi armati alleati nella regione.
La posizione israeliana resta quindi distinta da quella americana. Mentre Washington prova a chiudere un’intesa con Teheran, Israele continua a considerare il dossier iraniano, il fronte libanese e Gaza come parti di un’unica minaccia regionale.
Tiro colpita, otto morti nel sud del Libano
La diplomazia, intanto, non ferma i bombardamenti. Il 9 giugno 2026, un raid israeliano ha colpito Tiro, città portuale del sud del Libano, causando almeno otto morti secondo il ministero della Sanità libanese.
Pochi minuti dopo l’attacco, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione dell’intera città, incluso il quartiere cristiano, finora considerato una delle aree relativamente più sicure. La zona colpita, al-Masaken al-Shaabiyah, si trova nella parte orientale della città.
Il direttore dell’ospedale Jabal Amel di Tiro, Wael Mroue, ha raccontato la pressione subita dal personale sanitario: “Siamo stanchi. Abbiamo paura. Ma restiamo”. I soccorritori hanno continuato a cercare persone tra le macerie, mentre l’ordine di evacuazione ha spinto centinaia di civili a lasciare le proprie case.
Horrifying scenes from South Lebanon.
Israel is carpet bombing Tyre, wiping entire civilian neighborhoods off the map.
No military necessity. No restraint.
Just relentless terror.
This is an American-backed, American-funded genocide. pic.twitter.com/uL04klONwz
— sarah (@sahouraxo) June 10, 2026
Medici Senza Frontiere ha sospeso temporaneamente alcune attività negli ospedali e nelle cliniche mobili della zona, denunciando il rischio di nuovi sfollamenti forzati e l’esposizione dei civili a ulteriori pericoli.
Il 10 giugno 2026, nuovi attacchi israeliani nel sud del Libano hanno provocato almeno tredici morti secondo fonti di sicurezza libanesi. Nove persone sono state uccise a Dayr Debba, villaggio a circa otto chilometri da Tiro.
Dall’apertura del fronte libanese, il 2 marzo 2026, quasi 3.700 persone sarebbero state uccise dagli attacchi israeliani in Libano, tra cui donne, bambini e operatori sanitari. Gli sfollati sarebbero circa 1,2 milioni.
Gaza, altri morti mentre si tratta sulla tregua
Anche nella Striscia di Gaza la tregua resta fragile. L’11 giugno 2026, fonti sanitarie locali hanno riferito di tre palestinesi uccisi da attacchi israeliani: uno in via Moghrabi, a Gaza City, e due nel campo profughi di Nuseirat, nella parte centrale della Striscia.
L’esercito israeliano ha dichiarato che almeno uno degli attacchi aveva come obiettivo un militante. Hamas, invece, accusa Israele di violare gli impegni della prima fase dell’intesa raggiunta nell’ottobre 2025, che aveva fermato i combattimenti principali ma non gli attacchi israeliani.
Le trattative sulla seconda fase del piano americano per Gaza proseguono con la mediazione di Egitto, Qatar e Turchia. Il nodo principale resta il disarmo di Hamas e delle altre fazioni palestinesi, collegato alla richiesta di ritiro israeliano e all’avvio di un percorso politico verso uno Stato palestinese.
Un dirigente di Hamas, Hussam Badran, ha parlato di “progressi reali” nei colloqui, ma ha chiesto ai mediatori di obbligare Israele a fermare le violazioni della tregua. Fonti egiziane, invece, riferiscono che l’ultimo round si è chiuso senza un accordo definitivo.