medicina territoriale

Stop alla riforma dei medici di famiglia: fermato l’inserimento (per decreto) nelle Case di Comunità

Il testo era stato contestato dai sindacati, il Governo cerca di mediare, l'opposizione chiede le dimissioni di Schillaci

Stop alla riforma dei medici di famiglia: fermato l’inserimento (per decreto) nelle Case di Comunità

Ieri, 10 giugno 2026, la riforma della medicina territoriale si ferma prima ancora di arrivare formalmente sul tavolo del Consiglio dei ministri. Il Governo ha deciso di non procedere, almeno per ora, con il decreto legge che avrebbe dovuto inserire i medici di famiglia nelle Case di Comunità e prevedere, per una parte di loro, il passaggio al rapporto di dipendenza con il Servizio sanitario nazionale.

La decisione sarebbe stata comunicata dal capo di gabinetto del ministero della Salute, Marco Mattei, agli assessori regionali alla sanità. Il testo, sostenuto dal ministro Orazio Schillaci e condiviso con le Regioni, era stato contestato con forza dai sindacati della medicina generale e aveva aperto una frattura anche dentro la maggioranza.

Dal ministero, però, si prova a ridimensionare il significato dello stop. Il lavoro sulle Case di Comunità “va avanti”, fanno sapere fonti del dicastero. L’obiettivo, viene ribadito, resta quello di costruire una medicina territoriale “più vicina ai cittadini”, con la presenza dei medici di medicina generale nelle nuove strutture previste dal PNRR.

Il nodo delle Case di Comunità

Il cuore politico della vicenda è proprio qui: le Case di Comunità sono uno dei pilastri della riorganizzazione sanitaria finanziata dal PNRR. L’idea è spostare una parte dell’assistenza fuori dagli ospedali, rafforzare la presa in carico dei pazienti cronici e fragili, ridurre gli accessi impropri ai pronto soccorso e costruire un punto di riferimento territoriale più stabile per i cittadini.

Ma per funzionare, queste strutture non possono restare semplici edifici. Servono personale, organizzazione, orari certi, collegamento con infermieri, specialisti, servizi sociali e medici di famiglia. Da qui nasceva la proposta di inserire i medici di medicina generale nelle Case di Comunità, superando almeno in parte l’attuale modello basato sulla convenzione.

Il problema è che proprio questa ipotesi ha acceso lo scontro. Per i sindacati, il rischio era di snaturare il ruolo del medico di famiglia, trasformandolo in una figura più dipendente dalle Asl e meno autonoma nel rapporto diretto con i pazienti. Per alcune Regioni, invece, senza un vincolo più forte la riforma territoriale rischia di restare sulla carta.

La protesta dei sindacati

I sindacati dei medici di famiglia hanno accolto con soddisfazione lo stop al decreto, ma chiedono che ora si apra un vero confronto. Pina Onotri, segretaria del Sindacato Medici Italiani, ha indicato i punti da cui ripartire:

“Va abolito il ruolo unico e va eliminato il debito orario dei medici di famiglia nelle Case di comunità, così come la retribuzione per obiettivi”.

Stop alla riforma dei medici di famiglia: fermato l'inserimento (per decreto) nelle Case di Comunità
Dott.ssa Pina Onotri

La richiesta è chiara: nessuna riforma calata dall’alto, nessun obbligo imposto per decreto, nessuna modifica del rapporto di lavoro senza una trattativa con la categoria. I sindacati contestano sia il metodo sia il merito. Il metodo, perché il decreto avrebbe accelerato una trasformazione profonda senza un passaggio negoziale sufficiente. Il merito, perché l’ingresso nelle Case di Comunità viene visto come un possibile indebolimento della medicina di prossimità, soprattutto nei territori dove il medico di famiglia è già oggi il primo e spesso unico presidio sanitario realmente accessibile.

La Fimmg, nei giorni precedenti, aveva parlato di una riforma “dannosa”, sostenendo che avrebbe potuto mettere in difficoltà l’intero Servizio sanitario nazionale. Una posizione durissima, che ha contribuito ad alzare il costo politico del provvedimento.

Il Governo cerca una mediazione

Lo stop al decreto non significa necessariamente l’abbandono definitivo della riforma. Il Governo sembra ora orientato a cercare un’altra strada: un accordo con i medici da approvare attraverso un emendamento a un provvedimento già in corso, oppure l’inserimento del tema nel prossimo atto di indirizzo per il rinnovo della convenzione della medicina generale.

Resta però il rischio di perdere tempo. Il PNRR ha scadenze ravvicinate e la medicina territoriale è uno dei capitoli su cui l’Italia viene osservata con particolare attenzione. Costruire le strutture non basta: il punto decisivo è riempirle di funzioni, personale e servizi.

Le tensioni nella maggioranza

La marcia indietro ha fatto emergere anche le tensioni interne al centrodestra. La riforma era stata costruita dal ministero della Salute insieme alle Regioni, ma negli ultimi giorni sono cresciuti i dubbi politici. A pesare sarebbe stata soprattutto la contrarietà all’idea di trasformare, anche solo in parte, il medico di famiglia in un dipendente del Servizio sanitario nazionale.

Una delle reazioni più dure è arrivata dalla Lombardia. Guido Bertolaso, assessore regionale al Welfare, era fra i sostenitori della necessità di rafforzare il rapporto tra medici di medicina generale e Case di Comunità. Già il 14 maggio 2026 aveva parlato di un confronto “positivo e franco” e aveva definito “la linea giusta” quella del coinvolgimento dei medici nelle nuove strutture territoriali.

Stop alla riforma dei medici di famiglia: fermato l'inserimento (per decreto) nelle Case di Comunità
Guido Bertolaso

Bertolaso, presente all’incontro, una volta saltato l’accordo se ne sarebbe andato annunciando le dimissioni da vicecoordinatore della Commissione salute delle Regioni. 

L’opposizione attacca Schillaci

L’opposizione parla di fallimento politico e chiede al ministro della Salute di assumersi la responsabilità dello stop. Per il Partito democratico, il rischio è che le Case di Comunità diventino “scatole vuote”, cioè strutture finanziate e costruite ma prive di un modello organizzativo chiaro e di personale sufficiente.

I dem accusano il Governo di aver escluso il Parlamento dal confronto e di essersi poi fermato davanti alle divisioni interne della maggioranza. Il messaggio è netto: su una riforma così importante non si può procedere prima con un decreto e poi ritirarsi senza spiegare quale sarà il nuovo percorso.

Ilenia Malavasi, deputata Pd e capogruppo in commissione affari sociali, ha chiesto le dimissioni di Schillaci:

“Il clamoroso dietrofront del Governo sulla riforma dei medici di famiglia certifica quello che denunciamo da giorni: sulla sanità la destra è nel caos e il ministro Orazio Schillaci appare definitivamente commissariato dalla sua stessa maggioranza. Una riforma annunciata come decisiva per dare gambe alle Case di Comunità del Pnrr viene ritirata perché Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega si sono fatte la guerra tra loro”.

Stop alla riforma dei medici di famiglia: fermato l'inserimento (per decreto) nelle Case di Comunità
Il ministro della Salute Schillaci

Una riforma rinviata, non risolta

Il Governo prova a presentare la frenata come una pausa di mediazione. I sindacati la leggono come una vittoria. Le opposizioni la descrivono come una sconfitta politica del ministro Schillaci. Le Regioni temono di ritrovarsi con strutture nuove ma senza personale sufficiente per farle funzionare.

In mezzo restano i cittadini, soprattutto anziani, cronici e fragili, cioè proprio le persone per cui la medicina territoriale dovrebbe essere ripensata.